domenica 25 marzo 2018

Il tritacarne delle ditte

È successo alla Camera e al Senato. Ed è successo anche per la Regione Friuli Venezia Giulia e per il Comune di Udine. Quindi non si tratta di casi isolati e sporadici, ma di abitudini, o, meglio, di costumi ormai radicati profondamente nella mentalità – diciamo così – politica del nostro Paese.

A livello nazionale, per superare i veti incrociati che rendevano ostiche le scalate agli scranni presidenziali di Camera e Senato, la Lega ha usato, e poi gettato in un angolo, Giulia Bongiorno, dei suoi, e Anna Maria Bernini di Forza Italia; i 5 stelle hanno illuso Riccardo Fraccaro prima di far eleggere, alla Camera, Roberto Fico; i berlusconiani hanno fatto sentire importante Paolo Romani prima di metterlo da parte per fare spazio per la massima carica del Senato a Maria Elisabetta Alberti Casellati che, chissà per quale motivo al di là dell’umiliazione inferta a Berlusconi, è stata ritenuta più degna di essere votata dai grillini che poi, però, vergognandosi almeno un po’ di avere accettato colei che strillava al golpe davanti al tribunale di Milano quando l’uomo di Arcore era stato condannato, hanno preferito essere molto evasivi sul richiesto alto profilo istituzionale della nuova presidentessa del Senato.

In Regione la Lega, certa della propria forza a Roma, ha insistito su Fedriga, mentre Forza Italia ha lasciato cucinare a fuoco lento, prima di toglierli dal tavolo, Riccardo Riccardi, Sandra Savino e Renzo Tondo. E per il Comune di Udine la situazione è stata simile con Pietro Fontanini sostenuto soprattutto dal risultato nazionale della Lega e con Forza Italia che ha tentato di opporsi allettando invano Fabrizio Cigolot, Fabrizio Anzolini, Renato Carlantoni, Giovanni Barillari e forse ancora qualcun altro che adesso mi sfugge, prima di accettare di farsi rappresentare da Enrico Bertossi che si era proposto in quel ruolo già da molti mesi ma che fino a pochi giorni fa aveva ricevuto in risposta soltanto una sdegnosa indifferenza.

E il PD? Nulla di tutto questo, ma non per una scelta di comportamento virtuoso. Soltanto perché a livello nazionale è diventato del tutto ininfluente anche perché è ancora Renzi a dominare il partito, mentre a livello locale aveva già scelto in forte anticipo i candidati governatore e sindaco – Sergio Bolzonello e Vincenzo Martines – mettendosi al riparo da qualunque altra controcandidatura che potesse arrivare da una sinistra che sta ancora cercando di fondere i suoi vari pezzi, ma in un periodo elettorale che, per motivi di ambizioni personali edi vecchio partito, porta a esaltare più le differenze che le somiglianze.

La politica, insomma, si dimostra un tritacarne cieco e insensibile, disposto a fare a pezzi chiunque, anche il più fedele, anche colui che per una vita ha servito con dedizione e sacrificio i propri ideali e coloro che li rappresentavano. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno sfacelo che sta lasciando soltanto macerie dei partiti tradizionali e sta creando al loro posto meccanismi senz’anima, senza ideali e con pochi obbiettivi seriamente raggiungibili e comunque limitati, più che a un futuro molto prossimo, a un presente un po’ allungato.

Per analizzare questa situazione mi sembra utile partire da uno dei modi di dire per me più fastidiosi usati da Bersani, persona che, peraltro, continuo a stimare moltissimo. Non ho mai accettato, infatti, che potesse definire il suo partito «la ditta», sia perché, se di ditta si trattava, allora doveva rendersi subito conto che aveva cambiato completamente produzione, sia in quanto tra gli ideali e gli obbiettivi di un partito politico e i prodotti e i bilanci di una ditta le distanze continuano a essere siderali.

Eppure questa definizione oggi ci torna utile per capire quello che realmente è successo; perché è assolutamente vero che la politica ha deciso di modellarsi sui comportamenti delle ditte. E non soltanto trattando la sanità, l’istruzione, e altre cose ancora, come aziende che devono produrre utili, tanto che si decide di premiare personalmente e riccamente i dirigenti che questi utili raggiungono, ma anche coinvolgendo e stravolgendo una mentalità che prima cercava – o almeno diceva di cercare – il bene del cittadino, mentre ora si occupa soprattutto ed esplicitamente del benessere dei bilanci. E il parallelo con il mondo delle aziende balza agli occhi già ascoltando discorsi che non parlano di “investimenti”, ma soltanto di “spese”.

Però la cosa che appare più evidente è che in politica non dovrebbe trovare spazio quella che da sempre definisco la “sindrome dell’amministratore delegato”. Mi spiego: ricordate le vecchie iconografie classiche dell’industriale-padrone che potevano attagliarsi a non pochi protagonisti dell’economia di una volta? Ebbene, oggi ci appaiono quasi da rimpiangere, sia perché comunque rispettavano il valore della loro azienda che volevano mantenere sana e vitale, sia perché la sentivano come una propria creatura da lasciare integra e vitale ai propri eredi, sia soprattutto poiché, per una parte non irrisoria, erano perfettamente coscienti che la loro fortuna dipendeva in parte non trascurabile dalle capacità di coloro che in quella ditta lavoravano e che, quindi, dovevano essere pagati e trattati con dignità. Oggi non è più così. Le aziende sono affidate per la maggior parte ad amministratori delegati ai quali dagli azionisti è chiesto in primis, se vogliono mantenere il loro posto, di presentare bilanci positivi e in continua crescita. E per riuscire a fare ciò non sono pochi quelli che agiscono in maniera tale che la casella finale degli utili diventa non solo la cosa importante, ma l’unica cosa importante.

Se poi, per ottenere che questa casella contenga cifre sempre più cospicue, visto che è difficile aumentare la quantità dei ricavi, si finisce per operare più facilmente soprattutto sui risparmi, prosciugando le ricchezze interne non direttamente monetizzabili dell’azienda, indebolendone le strutture umane e tecniche, che sono i pilastri sui quali si regge, fino a portarla verso un inevitabile collasso, la cosa appare secondaria ed eventualmente riguarderà chi sarà chiamato alla difficile opera di risanamento. L’amministratore delegato, insomma, se non è davvero un fuoriclasse, rischia di essere miope per contratto.

Il politico questo non può – o non potrebbe – permetterselo, se vuole davvero cercare il bene della polis. Si tratta, insomma, di avere una visione a lungo raggio, di piantare alberi che daranno frutti probabilmente solo molto più tardi, spesso a mandato concluso. Ma oggi tutto questo anche in politica sembra non avere più senso. Non soltanto ci si limita a pensare al bilancio piùvicino, a praticare unicamente la tattica senza neppure immaginare una strategia, ma si agisce con sommo sprezzo del pericolo altrui, mandando avanti i più obbedienti, quelli disposti a sacrificarsi pur di ottenere un apparente risultato immediato. E il domani? Troppo lontano per pensarci.

È un atteggiamento che mi ricorda molto il modo di fare dei generali della prima guerra mondiale, quelli che agivano come se la mitragliatrice non fosse stata ancora inventata e mandavano a morire i loro soldati in una carneficina senza speranze. Svendevano l’umanità per una misera trincea. E molto spesso non riuscivano ad arrivare nemmeno a un risultato così meschinamente piccino.

Sinceramente mi interessa poco del destino di schieramenti politici neofascisti, aliofobi, od ondivaghi, ma al centrosinistra e alla sinistra vorrei chiedere quale appeal credano che possa essere esercitato dai partiti politici su persone che vorrebbero iscriversi e partecipare alla vita democratica, ma che sanno anche che, in caso di presunta necessità, sarebbero ignorati, se non buttati a mare senza pensarci troppo su?

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/

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