giovedì 19 ottobre 2017

Copenhagen, per riflettere

Mentre la nostra attenzione è monopolizzata e tramortita da nefandezze come quelle combinate da un rampante fiorentino che agisce come se fossero di sua esclusiva proprietà il suo partito, le istituzioni, l’Italia intera, oppure resta sbalordita che si alzi giustamente un grande sdegno nei confronti di uno schifoso predatore sessuale di Hollywood, mentre nessuno si stupisce che il nome di un suo omologo di Arcore (anche se lui preferiva considerarsi un “utilizzatore finale”), pur essendo ineleggibile, finisca nel simbolo di un partito per le prossime elezioni politiche con la prospettiva di raccattare valanghe di voti, ogni tanto fortunatamente capita un’occasione per tornare a riflettere un po’ più profondamente su problemi che sono molto più grandi e che non dipendono direttamente da noi.

Mentre, infatti gli uomini di Firenze e di Arcore avremmo potuto fermarli prima che potessero combinare disastri votando in maniera diversa, nulla avremmo potuto fare per evitare che due gocattoloni come Trump e Kim Jong-un decidessero di baloccarsi minaciandosi a vicenda con ordigni nucleari. Ed è davvero ora – ce lo insegna anche la recentissima assegnazione del premio Nobel per la pace – che torniamo a pensare a incubi che sembravano spariti dal nostro orizzonte.

Uno degli stimoli più efficaci per ragionare sul nucleare, come speso accade, ce lo offre il teatro; in questo caso con “Copenhagen” che ho già visto un po’ di anni fa nella prima versione italiana, prodotta dal CSS di Udine, e che ora, in un riallestimento coprodotto con il Teatro Nazionale di Roma, inaugurerà, andando in scena il 15, il 17 e il 19 novembre al Palamostre di Udine, la Stagione Contatto 36 del CSS: Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice ricompongono il trio di attori protagonista dell’avvincente dramma storico–scientifico sulla ricerca atomica, scritto dal commediografo britannico Michael Frayn. Ci saranno anche due pomeridiane, pensate anche per gli studenti, il 16 alle 17 e domenica 19 alle 18.

Sul palcoscenico tre grandi interpreti del teatro italiano si ritrovano in un drammatico e serratissimo faccia a faccia: “Copenaghen” è una disputa etica e scientifica a tre voci, densa di riflessioni e interrogativi alla vigilia del primo devastante uso della bomba atomica. La vicenda, ambientata nel 1941 proprio nella capitale nordeuropea, ricostruisce l'incontro, fra due scienziati, entrambi Premi Nobel per la Fisica, Niels Bohr e Werner Heisenberg. Due ex compagni di ricerche costretti dalla guerra a guardarsi come due nemici. E ancora oggi, quando gli spiriti di Bohr, di Heinseberg, e di Margrethe, la moglie di Bohr, tornano a rivivere i moneti cruciali di quella notte fatale, molti degli interrogativi di allora sembrano restare irrisolti, “indeterminati” come l’omonimo principio fisico che lo stesso Heinseberg enunciò per primo. Perché Heinseberg, il fisico che diresse le ricerche tedesche per la bomba atomica, si recò a Copenaghen per incontrare il suo mentore, il fisico Niels Bohr, un ebreo danese, cittadino scomodo in una Copenaghen occupata dai nazisti?

Ma il progetto non si conclude qui, visto che è accompagnato da “Retroscena atomici”, cche presenta convegni, incontri, spettacoli, film, giochi scientifici aperti alla partecipazione del pubblico. È un articolato progetto ideato dal CSS e dall’Università di Udine che, già cominciato lunedì 16 ottobre, avrà un altro importante momento di approfondimento questa sera (venerdì 20 ottobre) alle 20.30, al Palamostre con il filosofo, matematico ed epistemologo Giulio Giorello, ordinario di Filosofia della scienza all’Università Statale di Milano, in un “Dialogo attorno a Copenaghen” fra scienza ed etica con il matematico professor Furio Honsell e con il fisico professor Stefano Fantoni, Presidente della Fondazione Internazionale Trieste. Coordinerà l’incontro la giornalista Simona Regina.

È un’ottima occasione per riprendere a riflettere e, anche per la sua rarità, non va assolutamente perduta.

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lunedì 16 ottobre 2017

L’arroganza della paura

«La democrazia non ha mai affidato i poteri al popolo sovrano e quindi la sovranità è affidata a pochi che operano e decidono nell’interesse dei molti. È sempre stato così nella storia che conosciamo». Al di là del rispetto che non si può non dovere alla persona che esprime queste idee, non altrettanto si può dire di una condivisione con le idee espresse da quella persona.

Alcuni appunti soltanto. Il primo sottolinea come sia proprio la storia a ricordarci che, quando il rapporto tra elettori ed eletti si interrompe, questo è successo perché – è sempre lo stesso Scalfari a sottolinearlo – il «capo aveva una qualità leaderistica molto forte e, in quanto tale, anche alquanto pericolosa per la democrazia»; oppure in quanto la democrazia è stata storpiata, se non uccisa, da una legge elettorale sbagliata, o addirittura palesemente diretta verso quello scopo.

Il secondo appunto ci fa chiedere se davvero «operano e decidono nell’interesse dei molti» coloro che hanno ideato e approvato leggi come il Jobs act, la Buona scuola, il Salvabanche, l’attuale riforma sanitaria e hanno tentato di sovvertire la nostra Costituzione. Per quanto mi riguarda, la risposta è irrevocabilmente negativa.

Il terzo chiama in causa le modalità imposte alla Camera per far approvare la nuova legge elettorale, che non può non ricordare che questo sicuramente non è il primo episodio in cui Renzi pretende di sottomettere il potere legislativo a quello esecutivo, ma che mette anche in rilievo il fatto che l’attuale segretario del PD sta agendo sotto lo stimolo della paura, sia quando sceglie la strada del voto di fiducia, pur potendo contare, sulla carta, su una maggioranza schiacciante dei deputati, sia nel momento in cui spiega ai possibili alleati che di primarie di coalizione non se ne parlerà perché lo statuto del PD prevede che il segretario del partito sia anche il candidato premier. Come se chi del PD non è dovesse comunque accettare le regole di quel partito. Eppure in primarie di coalizione i voti dei dem dovrebbero essere largamente di più di quelli degli alleati.

A meno che non si tema che, nel segreto dell’urna, questo segretario non piaccia più proprio tanto ai teoricamente suoi.

Ma il timore di non farcela fa perdere anche il senso dell’opportunità tanto che, pur davanti alla necessità di impostare un’alleanza, scompare ogni apertura, ogni promessa di collegialità; e, infatti, addirittura il morbido e duttilissimo Pisapia esplode : «Ci vuole maggiordomi, ascari; gioca a fare Biancaneve e i sette nani».

A fare ulteriore luce su questo labirinto in cui si è cacciato il PD è arrivata la cosiddetta festa per il decennale di quel partito in cui uno dei pochi fondatori intervenuti, Walter Veltroni, si è sentito in dovere di puntualizzare: «Non abbiate paura della parola “sinistra”, non cercate l’indistinto, non camuffatela. Non è solo una collocazione parlamentare. La sinistra è un’idea del mondo, delle relazioni tra le persone, della giustizia. E ricordate che il PD è nato per unire e non per dividere». Un esplicito richiamo agli iscritti a un partito di centrosinistra a tornare a essere di centrosinistra.

E Renzi, evidentemente distratto mentre Veltroni parlava, ha subito puntualizzato con un’arroganza che ancora una volta ha superato la paura: «Chi se ne è andato via ha tradito il popolo». Non soltanto lui: addirittura il popolo. 

Probabilmente non sarò da considerare parte di quel popolo cui lui si riferisce, ma io, che ho votato per il programma presentato da Bersani, mi sento invece tradito proprio da Renzi che ha usato anche il mio voto per fare cose che hanno rallegrato il centrodestra, ma che non avrei mai voluto veder fare con il mio voto. E sono certo di non essere il solo a pensarla così.

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venerdì 13 ottobre 2017

Sdegno, ma soprattutto sconforto

I saggi raccomandano di lasciar passare un congruo lasso di tempo prima di parlare. Fidandomi, l’ho fatto, ma devo dire che, pur dopo molte ore, i sentimenti non sono cambiati di molto rispetto al primo momento: si può parlare di indignazione, sdegno, riprovazione, arrabbiatura, rabbia repressa, ma davanti a quello che è stato fatto succedere alla Camera, per far passare una legge elettorale che neppure il suo più accanito sostenitore riesce a definire buona, il sentimento più acuto che si avverte è quello della tristezza; anzi, dello sconforto.

Perché di avventurieri, pirati, approfittatori, egoisti, arrampicatori sociali in politica ne abbiamo visti tanti che hanno calpestato le necessità della polis per soddisfare quelle proprie, o quelle del proprio gruppo, politico, o meno che fosse. Ma mai, se si eccettuano alcuni tentativi, fortunatamente falliti, si era tentato non di abbattere platealmente la democrazia (fatto troppo clamoroso perché possa essere accettato da un popolo, pur abbastanza intorpidito da anni di indotto disinteresse) ma di stravolgerne il significato fino a rovesciarne il senso; fino a rendere nocive le cose buone che aveva introdotto in un mondo da sempre assuefatto agli autoritarismi di svariatissime fatte; fino a riuscire a sbandierare il nome della democrazia, ma soltanto il nome perché, invece, la sostanza si è tanto corrotta da diventare sempre più simile a un dispotismo di vecchio stampo mascherato con alcuni inefficaci pseudo abbellimenti di facciata.

E questa deriva – che è giusto non chiamare fascismo, ma sempre ricordando che il fascismo non è l’unico male che infetta il mondo – ha travolto valori, idee, organizzazioni, persone, istituzioni.

Non mi riferisco certamente a Renzi perché lui, peggio di come si era già comportato non avrebbe potuto fare, ma pensate a Gentiloni, uomo che aveva dato speranze per la sua moderazione e per il modo in cui ha affrontato alcuni temi sociali, ma che alla fine si è rivelato quello che tanti temevano: soltanto un “uomo dello schermo” la cui funzione, ben lungi dai romanticismi danteschi, è stata soltanto quella di nascondere Renzi che, in realtà, è sempre stato colui che ha diretto il governo: in forma nascosta fin quando è stato possibile, in maniera assolutamente palese quando l’arroganza è diventata necessaria per portare avanti una richiesta di fiducia governativa su una materia per la quale il Presidente del Consiglio apparente aveva spergiurato che mai sarebbe intervenuto.

Ripensate a quelli, come Bersani, che se ne sono usciti dal Pd, ma lo hanno fatto troppo tardi, quando ormai non avevano potuto più incidere su nulla, neppure su un indebolimento di quel Renzi per le cui iniziative avevano continuato a votare per amore della “ditta”. E che poi per troppo lungo tempo se ne sono stati tranquilli aspettando quelli che, come molti seguaci di Pisapia, nel PD non ci sono mai stati, ma che non vedrebbero l’ora di entrarci, in tutto o in parte, per occupare qualche poltrona.

Provate ad appuntare di nuovo la vostra attenzione sulla parola “governabilità”, in realtà una parolaccia che è nata per difendere qualsiasi nefandezza compiuta ai danni della rappresentanza. E il succo della democrazia è la rappresentanza, non la governabilità che in una dittatura è comunque assicurata, anche se di rappresentanza non c’è la minima traccia. E qualunque decisioni sposti l’equilibrio democratico di una nazione allontanandolo dalla rappresentanza per avvicinarsi alla governabilità dovrebbe far sobbalzare per il sospetto, se non direttamente per il raccapriccio.

Pensate che ci sia ancora rappresentanza? Come, visto che i voti vengono manipolati con soglie di sbarramento, per di più diverse se si riferiscono ai partiti, o alle coalizioni? Visto che si vorrebbero ancora i premi di maggioranza? Visto che ci sono liste e capilista bloccati e candidature multiple? Se almeno i due terzi dei prossimi parlamentari non dovrebbero essere scelti dal popolo, ma dai maggiorenti dei vari partiti?

Ricordate come nel referendum del 4 dicembre abbia vinto quella parte della nazione che voleva tenere ben separati il potere legislativo da quello esecutivo e riguardate a come oggi il Parlamento – o per il momento la Camera – sia stato ancora una volta umiliato con una serie di voti di fiducia imposti su un’orrenda legge elettorale che, oltre a tutto, vuole cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle nuove consultazioni.

Per una volta, per una volta almeno, l’unica via d’uscita onesta da questo ginepraio di orrende e incostituzionali leggi elettorali in cui ci hanno cacciato tutti coloro che per anni hanno tentato di approfittare in maniera truffaldina della loro apparente situazione di vantaggio, sarebbe quella di tornate al proporzionale puro per riavere per una volta, per una volta almeno, seduti nel Parlamento degli eletti che rappresentino davvero il quadro politico del popolo italiano. E che possano mettere mano seriamente, e in tempi non sospetti, a una legge elettorale seria.

All’inizio parlavo di sconforto, ma lo sconforto deve necessariamente essere soltanto un momento di passaggio che riporta all’indignazione e all’imperativo categorico di impegnarsi per cancellare la maggior parte delle tante brutture con le quali ci hanno costretti a convivere coloro che, pur senza poterli scegliere, abbiamo eletto.

E ora cosa fare? Sicuramente non disertare le urne, ma battersi, invece, per sostenere coloro che crediamo si impegneranno davvero nel cercare di restituirci la democrazia, tenendo ben presente che è sempre meglio una democrazia vera di una virtuale. Sia perché delle macchine, o meglio degli uomini che guidano le macchine, è meglio non fidarsi troppo, sia perché chi la pratica ancora non ha capito che democrazia non è vincere, ma saper rendere reali i bisogni e i sogni della gente, anche e soprattutto ricordandosi di non essere infallibili e di avere bisogno di arrivare a compromessi sapendo pure dire «Ho sbagliato» e tornando indietro per correggere gli errori.

Sembra casuale, ma forse non lo è: venerdì 20, alle 17.30, al circolo Nuovi Orizzonti, in via Brescia 1, ai Rizzi di Udine, l’Associazione Sul fronte delle idee ha organizzato un incontro per discutere sul tema «La visione che rinforza l'arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze...: il vincitore prende tutto», una frase tratta dall’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco. Sembra una citazione profetica, ma, ammesso e non concesso che il Pontefice si riferisse soltanto all’Italia, la previsione sarebbe stata abbastanza facile; quasi scontata.

Sembra che ancora una volta saremo costretti a disturbare Dante dicendo «Ahi, serva Italia». Ma, se ci si impegna, c’è ancora qualche possibilità che questa frase torni nell’armadio dei brutti ricordi.

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lunedì 9 ottobre 2017

Eppure ius vuol dire diritto

Talvolta restiamo talmente affascinati dalle parole da non accorgerci che con quelle stesse parole ci stanno turlupinando. A dire il vero, quando ci siamo resi conto che la dizione “ius culturae” era stata coniata per rendere meno sgradevole il concetto di “ius soli” alla destra e ai grillini, avremmo dovuto immediatamente subodorare la fregatura, ma, come spesso accade, a farci cadere in trappola è stata la fretta e la rinuncia a dedicare una congrua quantità di tempo alla riflessione prima di esprimere un giudizio, o anche soltanto a indagare meglio sul perché abbiamo provato quell’istintivo fastidio iniziale.

Perché il cosiddetto “ius culturae”, spesso citato dal ministro Minniti, dietro un’apparente gradevolezza legata al fatto che “ius” significa diritto, è, in realtà, un concetto molto più indigesto di quelli dello “ius soli”, o dello “ius sanguinis” che indicano, rispettivamente, il diritto di cittadinanza che è legato al luogo dove si nasce, o quello che discende dai genitori. Non solo è totalmente alieno a un pensiero pur vagamente di sinistra, ma addirittura, se ci si pensa bene, fa accapponare la pelle in quanto ridesta memorie terribili che non vorremmo mai che tornassero a diventare realtà.

Lo “ius culturae”, infatti, non può non chiamare in causa un’altra parolina pericolosissima: “identità”, che etimologicamente discende dal latino “idem”, proprio quello, da cui deriva anche l’italiano “identico”, che indica tutto quello che è perfettamente uguale all’originale. Quindi, se si dà per assodato quel “modello base” nel quale la vulgata più diffusa identifica l’italiano, questo vuol dire che ha la sua stessa identità soltanto chi parla la stessa lingua, professa la medesima religione, ha un uguale colore della pelle, si riconosce nella stessa storia, si riferisce a basi culturali coincidenti, mangia seguendo abitudini simili, e così via.

Ne discende, come ovvia conseguenza, che se tutte queste caratteristiche dovessero essere sottoposte a esame, anche molti di quelli che oggi sono italiani perché lo testimoniano i loro genitori, italiani a loro volta, vedrebbero messa a forte rischio – anche soltanto per la lingua e per la cultura – la loro cittadinanza italiana. Nessuno, infatti, potrebbe essere tanto italiano, tedesco, inglese, francese, ungherese, o quello che preferite, da poter sfuggire a un superbo e puntiglioso esercizio della negazione.

Allora appare chiaro che il vero problema non è che molti potrebbero restare esclusi, ma è che tutti noi potremmo restare esclusi, a seconda di chi decide quale sia la cultura, la lingua, la religione, l’ascendenza alle quali fare riferimento.

Inoltre, la storia – italiana, europea e mondiale – ci fa ricordare che ci sono state ciniche, violente e sanguinarie esclusioni basate anche sulla mancanza di una sola di queste identità.

E, a proposito di Europa e dell’assurdità di voler fissare un’ancor più complicata “identità europea”, ricordo che in una di quelle splendide serate di arricchimento culturale, sociale e religioso che accompagnavano le prime edizioni della mostra di Illegio, discutendo con il cardinale Paul Poupard, allora presidente del Pontificio consiglio per la cultura, e con il professor Tomas Halik, allora consulente del presidente ceco Vraclav Havel, sulla richiesta vaticana di inserire nello Statuto europeo una sottolineatura sull’anima cristiana dell’Europa, dopo aver ricordato che il nostro continente «oggi, oltre ai cristiani contiene milioni di ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, animisti e altri, ma anche persone che non credono in alcun Dio, ma nelle tecnologie, o nelle ideologie, o anche nell’onnipotenza del denaro», ebbi a dire che «è ben vero che l’anima europea è del tutto incomprensibile se non si fa riferimento al cristianesimo, ma che la sua complessità e la sua ricchezza sarebbero ben difficilmente comprensibili anche senza la filosofia dei greci e il diritto dei romani, senza l’arte del rinascimento, il pensiero dell’illuminismo, l’innovazione sociale della rivoluzione francese, l’utopia marxista, gli estremisti ideologici violenti e assortiti; purtroppo anche senza la piaga dei nazionalismi e dei razzismi che ancora di tanto in tanto tornano pericolosamente a galla. Insomma, le radici cristiane hanno, secondo me, ovvio e pieno diritto di cittadinanza nell’anima europea, ma la loro presenza non può essere “ad escludendum”, rispetto a chi cristiano non è, bensì deve avere lo scopo di portare la propria grande ricchezza ad accumularsi con le ricchezze che portano anche gli altri a creare un patrimonio che può essere preziosissimo, per profondità e moderazione, per tutto il resto del mondo».

Sentir parlare oggi dello “ius culturae” e per di più da parte di un cosiddetto esponente del centrosinistra, è un’ulteriore dimostrazione che l’attuale politica non ha più valori, ideali e punti di riferimento. E che, se non li recupererà al più presto, i rischi per il futuro saranno davvero terribili.

Non possiamo non renderci conto che quello di “identità culturale” è un concetto pericoloso e che, visto che siamo tutti diversi, quello di “identità collettiva” altro non è che un artificio semantico truffaldino, fittizio e non reale. E, allora, se l’identità nasce per dividere, per unire non si può non fare riferimento al concetto di appartenenza, a una specie di “ius voluntatis” che si esercita decidendo, o meno, di essere obbedienti e ossequienti alle leggi e alle regole che una società si è data.

E allora riacquisterebbero il loro posto e peso reali anche la parola “confine” che è quella linea che mette a contatto (“cum”) noi e gli altri, e la parola “frontiera” che indica, invece, che dalle due parti di quella linea immaginaria si fronteggiano entità non soltanto diverse, ma che vogliono sopraffarsi a vicenda.

E se uno è davvero di sinistra, caro ministro Miniti, non parla di “ius culturae” e, quindi, di identità, ma di condivisione. Non parla di frontiere che separano, ma di confini che invece attraversano fruttuosamente tutta la società e, uno per uno, tutti noi stessi, che anche di contraddizioni siamo fatti.

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sabato 7 ottobre 2017

Statica e dinamica

Mi rendo conto che rischio di essere terribilmente noioso, ma, in un momento in cui tutti ripetono che è necessario realizzare «l’unità della sinistra», mi sembra doveroso tornare a chiederci, ancora una volta, che cos’è la sinistra. Perché, per esempio, se si vuole costituire un’associazione tra vegani sarà ben necessario assicurarsi che tra i soci non ci siano anche molti estimatori di fiorentine, cotolette, salami e prosciutti.

Poi tutti dicono che in politica queste distinzioni sono molto più sfumate, o addirittura non esistono, ma io credo che questa affermazione valga soltanto per quella cosa che oggi viene ancora definita politica e che, per esempio, permette a Renzi di definire a giorni alterni “nemici” e “amici” coloro che se ne sono andati perché non sopportavano più il suo satrapismo; mentre non valeva affatto per la politica vera, quella che si occupava del bene della polis.

E allora, senza neppure andare a disturbare l’illuminante “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica”, scritto da Norberto Bobbio nel 1994, proviamo a chiederci cos’è in realtà la sinistra e, quindi, chi in questa sinistra unita può avere i titoli per entrare. Altrimenti dovremmo parlare di un’unione di altro tipo; sempre legittima, per carità, ma destinata a usare altri termini per identificarsi e per non truffare coloro che credono onestamente di entrare in un tipo di consesso e poi, inopinatamente, si trovano in un luogo completamente diverso.

Secondo me la prima e più importante differenza, da cui tutte le altre discendono, è che, in politica, la destra è un concetto statico, mentre quello di sinistra è assolutamente dinamico. Per spiegarmi meglio coloro che sono di destra puntano a creare una situazione, o a tornare a una condizione, che considerano ottimale per il loro benessere; una volta raggiunto l’obbiettivo, operano in modo tale che tutto si fermi per non compromettere l’equilibrio – o il disequilibrio – raggiunto. La sinistra, invece, sa di non avere punti di arrivo definitivi, ma soltanto tappe da completare per proiettarsi poi verso nuovi traguardi perché, se il sogno è quello di un benessere paritario per tutti, mai ci potrà essere una situazione nella quale non esistano più ingiustizie, disparità, sofferenze, egoismi e, quindi, dopo ogni conquista bisognerà rimettersi immediatamente in moto senza neppure darsi il tempo per festeggiare.

Ma veniamo anche a esempi concreti. Non ritengo di sinistra coloro che dicono che il Jobs Act è stata una legge splendida perché ha procurato 850 mila posti di lavoro in più. A prescindere, infatti, che la situazione economica generale non poteva non creare un “rimbalzo” dopo che si era toccato il fondo in termini di occupazione, mi appare in clamorosa malafede chi ferma la sua analisi al numero degli occupati trascurando completamente la qualità dell’occupazione in termini di durata, retribuzione, sicurezza. È come voler inserire nello stesso calcolo cose totalmente diverse e – la matematica ce lo insegnava già alle elementari – la cosa non ha senso. Non ritengo di sinistra coloro che, dopo aver affermato giustamente che le imprese devono poter sopravvivere, accollano il peso di questa sopravvivenza esclusivamente sui lavoratori, causandone l’impoverimento e l’emarginazione sociale e, come conseguenza inevitabile, anche la crisi del mercato.

Non ritengo di sinistra coloro che, come Alfano, ma anche come la Boschi e non come Delrio, dicono che quella dello Ius soli è una legge giusta, ma da far votare in altri momenti perché la sua approvazione potrebbe far perdere qualche voto. Perché nella sinistra, come dicevo prima, è l’insoddisfazione il motore principale che spinge ad agire comunque. Se non lo si fa, si ritiene che la convenienza sia più importante del valore che si vuole difendere; e di dinamico in questo non c’è proprio nulla.

Non credo siano di sinistra quelli che, costruendo leggi elettorali con grandi premi di maggioranza, liste bloccate, capilista sicuri e pluricandidature, antepongono la cosiddetta governabilità alla rappresentanza. Non è certamente di sinistra, infatti, pensare che si possa conferire ogni potere a un uomo per cinque anni. E non soltanto perché è legittimo non fidarsi del fatto che l’abitudine al potere può far perdere il senso delle proporzioni e finire per credersi infallibile, ma in quanto in cinque anni molte situazioni del tutto inattese possono affacciarsi all’orizzonte e non è lecito togliere ai cittadini la possibilità di esprimersi in maniera efficace davanti alle nuove evenienze.

E in questo senso non è di sinistra – so che ad alcuni questa affermazione piacerà ancor meno delle altre, ma tant’è – chi, proprio per favorire la cosiddetta governabilità, si mette in testa di cambiare nella sostanza una Costituzione che si ha sempre difeso; e anche chi questo tentativo, fortunatamente fallito poco meno di un anno fa, ha approvato e continua a dire che era nel giusto.

E potrei andare avanti ancora a lungo, ma già questi punti bastano per capire che troppo spesso, quando si parla di «unità della sinistra», non lo si fa nell’ottica di un significato politico per la ricerca di alleanze che puntino al bene della gente, ma soltanto per assicurare la vittoria al proprio partito o, forse più frequentemente, comunque troppo frequentemente, per assicurare un posto a se stessi.

Fare politica è un’ambizione seria. Facciamo in modo che questa ambizione – sempre estremamente dinamica – possa diventare realtà.


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domenica 1 ottobre 2017

La rinuncia a educare

Apparentemente la notizia è che il Mediterraneo vale 5.600 miliardi di dollari, il 20 per cento del valore complessivo di tutti i mari del globo, pur costituendone soltanto l’1 per cento in termini di superficie. Lo afferma il WWF, specificando che la stima è stata fatta tenendo conto di pesci, piante, coste, minerali, clima e turismo e sottolineando anche che il calcolo è eseguito largamente per difetto in quanto nel conto non sono stati inseriti né gli idrocarburi, né le altre risorse profonde.

Il WWF trae la conclusione che noi siamo particolarmente fortunati a vivere sulle sue coste, o nelle sue immediate vicinanze, e lo dice nella speranza di convincere più gente possibile – inquinatori grandi e piccoli, ricchi e poveri – che salvare il Mare Nostrum è economicamente conveniente perché altrimenti si rischia di distruggere un enorme capitale.

In realtà, però, la vera notizia è che se anche il WWF si è rassegnato a ritenere che l’unica spinta verso un comportamento ecologico e responsabile può essere soltanto quella economica, allora vuol dire che la rinuncia a educare ormai è pervasiva e diffusa, anche se speriamo non ancora irreversibile.

Con questa sollecitazione legata al valore di un mare, fatta per di più da uno dei maggiori enti per la difesa del pianeta, passa il messaggio che l’ecologia va rispettata per una mira di guadagno e non per rispetto della natura, né, tantomeno, per convincimento culturale ed etico. E, se questo fosse vero, allora sembrerebbe ovvio desumere che invece ci si può comportare in maniera indiscriminata nei confronti delle realtà che non sembrano avere un valore pecuniario; come, per esempio, i diritti altrui.

Educazione, cultura ed eticità, insomma, passano decisamente in secondo piano, o, probabilmente, ancora più indietro.

E tutto questo finisce per far quasi dubitare che possa aver ragione la sciagurata ministra Fedeli che propone l’ingresso in classe degli smartphone e la riduzione di un anno della durata sia delle medie inferiori, sia di quelle superiori. Infatti, se la scuola deve fornire soltanto nozioni e non cultura, strumenti di ragionamento ed educazione, allora davvero non servono tanti anni; e neppure tanti libri in quanto basterebbe collegarsi, quando serve, a qualche sito internet, senza minimamente neppure porsi il problema di quanto possa essere attendibile.

E, d’altro canto, appare sempre più evidente che il pensare, come il leggere, in questo nostro mondo che sempre più sembra amare nuovamente affidarsi all’uomo solo al comando, siano diventati comportamenti quasi rivoluzionari e, quindi, mal sopportati.

E, allora, continuate a leggere e a pensare, come forme di radicale disobbedienza civile. E continuate a operare perché anche gli altri lo facciano.


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mercoledì 20 settembre 2017

Una questione di dignità

Ma qualcuno si ricorda ancora che quello di sinistra è stato un concetto molto serio e che per molti – o almeno per quelli che di sinistra ancora si sentono – continua a essere tale? La domanda sorge spontanea visto che sono tanti quelli che sembrano pensare che ormai sia soltanto un fastidioso ricordo del quale ancora due cose soltanto possono essere utili: non tanto i valori che spesso finiscono per diventare dei fastidiosi impicci, ma l’uso del nome, che talvolta può fungere da ottimo travestimento, e l’accaparramento di una parte degli elettori che hanno sempre votato a sinistra e che ancora non si sono stufati di andare alle urne senza mai trovare la possibilità di dare un voto a chi quel fastidiosi valori vuole tuttora portare avanti.

Adesso, per esempio, va di moda presentarsi come salvatori della sinistra che si oppone al renzismo, ritenendolo profondamente diverso rispetto alla sinistra, proponendo di coagularla per poi – e qui c’è il colpo di genio – farla alleare con il renzismo stesso. Lo sta proponendo Pisapia – un lungo pedigree di sinistra – a livello nazionale e adesso – come una copia carbone e con un pedigree molto più breve – lo propone anche Honsell a livello regionale. E il fatto merita alcune considerazioni.

Per prima cosa bisognerebbe spiegare che senso avrebbe avuto opporsi al PD di Renzi, o, per chi vi era iscritto, uscire dal partito, per poi adeguarsi al volere dell’attuale segretario che continua a sostenere che è il PD, come elemento catalizzatore di un cosiddetto centrosinistra, ad avere il diritto di indicare linea ed eventuale premier.

Poi, al di là di ovvie considerazioni sulle possibili e anche naturali mire personali di coloro che puntano a ergersi a protagonisti in un frangente tanto confuso e burrascoso, questa appare come un’ulteriore prova che tra la politica, o meglio i politici, e gli elettori non c’è più una reale comunicazione e comprensione. Ma davvero qualcuno può pensare che senza una vera discontinuità di valori e di nomi (perché i valori non possono non essere legati alle persone in cui vivono) gli elettori di sinistra possano dire di aver scherzato e pensare a un’alleanza subalterna con chi hanno avversato in questi ultimi anni?
 

Renzi e compagnia dicono che in realtà le cose che hanno fatto sono di sinistra e che sono gli altri a non averlo capito. Ma allora, solo per parlare del lavoro, dando per assodato che siamo ancora molto indietro rispetto all’inizio della crisi e che siamo i penultimi in Europa sia come incremento del Pil, sia come occupazione generale e giovanile, Renzi davvero è convinto che l’attuale numero di occupati, per la maggior parte a tempo determinato, o con contratti parziali frutto di trucchi e soprusi nei confronti dei lavoratori, possa essere sia socialmente equivalente al numero degli occupati di una volta, a tempo indeterminato e per buona parte difesi dall’articolo 18?

Ma davvero l’atteggiamento renziano nei confronti della sanità e dell’istruzione pubbliche, o dell’accoglienza, può essere confuso con il sentire di coloro che sono convinti che il pensiero di sinistra, fatto di solidarietà e inclusione, porti a tutt’altre conclusioni? Ed è credibile che gli elettori di sinistra possano accettare una nuova situazione nella quale i cittadini sono chiamati a dire la loro – e parzialmente e sommessamente – soltanto una volta ogni cinque anni, mentre tra un’elezione e l’altra, devono limitarsi a osservare quello che decide e comanda il “leader”, termine molto di moda oggi, ma soltanto sinonimo di altri vocaboli che nelle varie lingue sono stati usati in altri tempi e con risultati che ancora oggi fanno rabbrividire?

E, per venire più direttamente a Pisapia e a Honsell, vorrei richiamare alla vostra memoria una data di cui molti hanno preferito non parlare più sperando che finisse in quel dimenticatoio tanto usato dalla politica italiana. Sto parlando del 4 dicembre 2016 e di quel referendum costituzionale in cui la schiacciante maggioranza degli italiani ha sconfitto coloro che volevano deformare la nostra Costituzione e che, con il famoso “combinato disposto” con una legge elettorale poi proclamata incostituzionale, intendevano stravolgere tutte le basi della nostra democrazia, non soltanto privilegiando la cosiddetta stabilità rispetto alla rappresentanza, ma convogliando potere legislativo e potere esecutivo nelle mani dello stesso gruppo dirigente, o, per essere più precisi, dello stesso “leader”.

Appare come una combinazione davvero curiosa il fatto che entrambi coloro che oggi si propongono come guida della sinistra, in quel referendum abbiano votato “Sì”, come Renzi chiedeva, e non “No”, come la sinistra indicava. Ed è interessante anche ricordare che Honsell, dopo aver fatto capire pubblicamente in sala Ajace, in maniera esplicita, che sarebbe stato giusto e doveroso votare “No”, un paio di giorni dopo ha fatto una clamorosa giravolta di 180 gradi e, a sorpresa, è diventato paladino del “Sì”.

Moltissimi dicono che in primavera la sinistra sarà destinata a perdere. E questo può anche essere. Ma pretendere che perda anche la dignità ci sembra davvero troppo.

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martedì 19 settembre 2017

Al Balducci per capire

I sondaggi continuano a dire che sta aumentando la percentuale di italiani che ha paura, o almeno forte diffidenza, nei confronti dei migranti e degli immigrati e davanti a questa situazione la politica reagisce, o alimentando questa aliofobia, o restandosene in silenzio perché incapace, per ignoranza, di controbattere filosoficamente e razionalmente questa tendenza che non soltanto è aberrante, ma che spesso nella storia è dilagata fino a portare a immense tragedie, o addirittura, proprio pensando ai voti delle prossime elezioni, strizzano l’occhio a chi cancella dal proprio animo ogni momento di solidarietà nei confronti di chi è diverso per lingua, religione, o colore della pelle sperando di lucrare qualche voto in più. Per questi ultimi il dubbio è se hanno soffocato i loro valori etici, o se non li hanno mai avuti; ma la questione, ai fini di un giudizio morale, è del tutto ininfluente.

Se, però, la politica è incapace di affrontare razionalmente questioni spinose come questa, per fortuna ci sono movimenti, organizzazioni, centri culturali che sanno farlo e che, soprattutto, anche lo fanno. In quest’ottica acquisisce ancora maggiore importanza del solito il venticinquesimo Convegno del Centro Balducci che si svolgerà da domani, mercoledì 20 settembre, a domenica 24 nella sede del Centro, a Zugliano con un nutrito programma del convegno di cui potete prendere visione cliccando il link in calce.

Ma al di là dei contenuti, quest’anno il convegno settembrino del Centro Balducci riveste un’importanza particolare in quanto il numero 25 non si riferisce soltanto all’edizione del Convegno, ma anche agli anni di vita del Centro stesso e al fatto che è passato un quarto di secolo dalla morte di padre Ernesto Balducci (nella foto), che al Centro dà il nome e il 25 aprile del 1992 ha perduto la vita in un incidente stradale.

Sono molti i nomi di richiamo che affiancheranno don Pierluigi Di Piazza in questi cinque giorni. Ve ne elenchiamo soltanto qualcuno: Vito Mancuso, Gonzalo Ituarte, Alex Zanotelli, Flavio Lotti, Loris De Filippi, Mario Vatta e Luigi Ciotti. Ma tutti i relatori sono da ascoltare con attenzione per riuscire a capire non dove va il mondo, ma dove dovrebbe andare.

Il programma del Convegno
 

Appuntamento al Balducci

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lunedì 18 settembre 2017

La domanda e l’offerta

Polibio, nelle sue “Storie”, ha scritto: «Coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della loro vittoria». Davanti a questa antica massima ci si rende conto che da quei lontani tempi ben poco è cambiato, se non, forse, per la percentuale di coloro che pensano di usare un’eventuale vittoria per il bene comune e non per quello proprio. E – lo stiamo vedendo costantemente – anche in campo politico davanti allo scopo primario della vittoria, tutto il resto, ideali e valori compresi, passa in secondo piano, se non viene visto addirittura come un fastidioso intralcio.
Io non so se le mie idee siano vincenti, ma sono sinceramente convinto che siano giuste e sono sicuramente pronto a impegnarmi per tentare di far prevalere le mie idee e i miei valori, mentre non sono assolutamente disponibile a darmi da fare per aiutare a vincere qualcuno che poi non si sa cosa farà dell’eventuale vittoria, anche e soprattutto perché non ha sposato con decisione, né idee, né valori, ma si è barcamenato alla ricerca di intercettare, tramite l’analisi dei sondaggi, l’umore e i voti degli elettori.

Un esempio eclatante – e paradossalmente benefico per capire in che clima stiamo vivendo – ci è giunto in questo senso da Lampedusa, l’isola simbolo dell’accoglienza ai migranti, protagonista del docufilm “Fuocammare”, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, e che era stata proposta con i suoi abitanti a premio Nobel per la pace.

Ebbene, nel passaggio di consegne tra la prima cittadina Giusi Nicolini e il suo successore Totò Martello, la tendenza si è totalmente invertita, tanto che l’attuale sindaco chiede la chiusura del centro di accoglienza e punta il dito contro i migranti che accusa di «minacce, molestie, furti». A lui risponde la Nicolini accusandolo di terrorismo psicologico e rilevando che «basterebbe controllare il numero delle denunce presentate ai carabinieri: a me risulta solo un furto da un negozio di frutta e verdura; inoltre l’isola è piena di turisti e non mi pare che ci siano state molestie da parte di tunisini».

Un botta e risposta non particolarmente commendevole, ma la cosa potrebbe anche rientrare nell’inevitabile animosità tra due personaggi che sono stati avversari nell’ultima campagna elettorale (Giusi Nicolini aveva preso il posto di Totò Martello dopo due suoi mandati e quest’anno aveva rifiutato di farsi da parte per lasciargli di nuovo il comune). Quello che più impressiona, invece, è l’assordante silenzio del PD; perché entrambi appartengono al partito di cui Matteo Renzi è segretario: Martello, candidato ufficiale del partito alle comunali, e Nicolini, che oggi fa parte della segreteria nazionale del Pd.

Un silenzio assordante, ma non sorprendente, visto che, tra i tanti esempi, già nello stesso partito convivono nel silenzio, dopo uno scoppiettio iniziale, le posizioni del ministro Graziano Delrio che ha definito «un atto di paura» il forse temporaneo ritiro del suo partito davanti alle difficoltà per far passare al Senato la legge sullo “ius soli” e quelle di Matteo Orfini che accusa Delrio di strumentalizzare (per cosa, poi?) l’alt imposto da Alfano e dai suoi alle legge. Come dal professionale silenzio del partito sono state assorbite le vibrate critiche sempre di Delrio contro il decreto Minniti sul codice per le Ong.

Difficile pensare a casi di naturale amnesia. Molto più comprensibile collocare queste ormai silenziate contraddizioni in un solco di comportamento che punta a raccattare voti sia a destra, sia a sinistra presentandosi, a seconda delle occasioni, come paladini di una delle due parti e, a seconda dei casi, presentando a riprova una delle due posizioni in contrapposizione. Del resto Matteo Renzi da sempre ha proclamato di fare cose di sinistra, anche se poi si è alleato con schegge della destra riuscendo anche a far passare provvedimenti che la destra, da sola, non era mai riuscita a far approvare.

Forse, per non restare vittime di queste volute ambiguità, che non esistono soltanto nel PD renziano, ma dominano anche nel movimento di Grillo, oltre che nel centrodestra berlusconiano, sarebbe il caso di invertire quello che è diventato un automatico iter democratico in cui l’importante è l’offerta dei partiti alla quale aderire, o meno. Oggi sarebbe più giusto dare importanza alla domanda esplicita di gruppi di elettori; non chiedendo poi ai partiti di aderirvi indiscriminatamente come già stanno facendo di fronte ai sondaggi, a prescindere da cosa questi indichino, ma pretendendo che, di fronte a prese di posizione non solo contraddittorie, ma spesso diametralmente opposte, ne sia scelta una sola e in maniera chiara. Altrimenti non di democrazia si tratta, ma di puro e semplice mercato al ribasso.

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venerdì 1 settembre 2017

La spinta al voto utile

Con il ritorno alla ribalta del “voto utile” («Votate per noi, altrimenti vincerà Grillo, o la destra»), si è sentito spesso usare il termine “tragedia” nel caso dovessero, appunto, andare al potere – a Roma, a Palermo, a Trieste, o in qualunque altro posto – Grillo, o Salvini e compagnia. Detto che, a mio modo di vedere, un voto sarebbe utile se a vincere fosse un centrosinistra di fatto e non soltanto uno che si autodefinisce tale, è il termine “tragedia” che sollecita un ragionamento politico su come perdiamo contatto con i reali significati delle parole e, quindi, con la realtà dei fatti.

A dire il vero, la parola tragedia ha già indicato svariate situazioni diverse: dai canti che, come l’etimologia più accreditata indica, gli antichissimi greci eseguivano durante i riti dionisiaci, si è passati al nobile genere teatrale intriso di lutto e sventura reso immortale da Eschilo, da Sofocle e da Euripide. Riportato in auge e modernizzato, con cupezza e violenza, da Shakespeare, è stato esplorato da tantissimi tragediografi in varie lingue, fino a riperdere il tono di sacralità e tornare quasi alle origini, visto che il lessico comune indica come “tragedia” qualsiasi intoppo, o evento sfortunato, dal ritardo causato dalla foratura di una gomma, alla retrocessione della squadra per cui si fa il tifo.

n questo caso, però, interessa mettere in rilievo la profonda differenza che passa tra la tragedia greca e quella shakespeariana. Gli eroi di Sofocle, come Edipo, Antigone, Aiace, in genere non sono personaggi malvagi come spesso sono, invece, quelli del bardo, come Macbeth, Riccardo III e altri ancora. Ma i greci mai avrebbero potuto capire cosa ci potesse essere di tragico nella morte di un malvagio, perché il castigo per una condotta immorale era giusta. Il dramma, semmai, sarebbe insorto se la colpa fosse rimasta impunita.

Al contrario della maggior parte di quelle moderne, la tragedia greca trova vita, invece, nella contrapposizione tra due forme diverse di bene, o, almeno, di legittimità. Antigone, per esempio, non ha nulla di malvagio e la tragedia prende vita nel momento in cui l’eroina di Sofocle, andando contro le leggi di Tebe e richiamandosi a quelle degli dei, esige che sia data sepoltura al fratello Polinice, pur ritenuto colpevole di tradimento. Neanche il novello re Creonte, però, può essere accusato di malvagità in quanto, signore della polis, incarna una legge che non può ammettere eccezioni, pena lo sgretolamento dell’ordine costituito. Oggi si potrebbe obiettare che il signore di Tebe, agendo per far rispettare l’ordinamento pubblico, operava anche per far rispettare se stesso, visto che in quei tempi leggi e re inevitabilmente coincidevano. Anzi, la figura del re non si allontanava troppo neppure da quelle degli dei. Però, sta di fatto che Creonte mette in pratica la stessa condotta tenuta da Socrate che, davanti alla condanna a morte, rifiuta una possibile evasione per non incrinare l’autorità dello Stato.

Da tutto ciò non possono non derivare alcune considerazioni di grande importanza.

La prima è che, sia rispetto ai tempi di Sofocle, sia a quelli di Shakespeare, la grande differenza in quelle che oggi definiamo tragedie è che manca la passione. Esiste ed è ben vivo il concetto di utilità personale, o di gruppo, ma soltanto raramente appare l’idea che sia doveroso battersi per valori in cui si crede, per il bene generale e non soltanto di pochi.

La seconda è che sembra che abbiamo perduto completamente di vista un insegnamento tramandatoci dai greci e segnatamente da Sofocle che è stato il primo a sottolineare che il tragico, in una democrazia, consiste nell’incapacità di ascoltarsi a vicenda e che, cioè, tra persone che hanno le loro ragioni, la tragedia comincia quando tutte le parti in causa, sorde a ogni ragionamento, reclamano l’assoluto rispetto della totalità dei propri convincimenti, anche se molte voci diverse – quasi una specie di coro greco – le mettono in guardia dal perseguire, fino all’inevitabilmente tragica conclusione, il proprio obiettivo; quasi fosse l’incarnazione di una verità assoluta che tutti sanno appartenere soltanto agli dei e che forse può essere appena sfiorata dagli uomini.

A una lettura distratta potrebbe sembrare che Sofocle affermi che il dialogo debba essere praticato sempre e comunque, ma, valutando il tutto con più attenzione, appare chiaro che il tragediografo greco sottolinea come debbano esserci dei limiti oltre i quali il dialogo non può allungarsi; e non per scelta di superbo orgoglio, ma proprio perché le posizioni sono totalmente divergenti e chiaramente inconciliabili. Qualche esempio attuale, oltre quello antico tra Antigone e Creonte? Non ci può essere dialogo tra accoglienza e razzismo, né tra uguaglianza e censo; oppure tra predominanza del lavoro, o della finanza; tra tassazione progressiva, o teoricamente uguale per tutti; tra sanità e scuole che non discriminano tra ricchi e poveri e altre che privilegiano soltanto chi se lo può permettere; tra la ricerca di alleanze soltanto per vincere, o per far perdere gli altri, e l’ideale di operare insieme a coloro che hanno valori simili ai propri. Come una volta non poteva esserci mediazione tra laicità e confessionalismo. Sono tutte scelte tra tesi che, a seconda dei propri valori, uno può considerare legittime, ma che non possono non portare a scontri che prevedono un vincitore e uno sconfitto; che non deve essere sempre e comunque il popolo.

A questo punto, se si richiede un voto utile per alleanze di grande spericolatezza, lo si può sicuramente fare, ma si tratta di vedere e capire per chi quel voto sarà utile. Se soltanto per qualche gruppo, o per l’intero Paese.

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lunedì 28 agosto 2017

Il concetto di sconfitta

Qui non si tratta più di rassegnarsi a una sconfitta comunque quasi scontata. In questo caso la sconfitta – anche se è difficile dirlo – in realtà è auspicabile. Perché una cosiddetta vittoria conseguita grazie ad alchimie di alleanze sempre più spericolate e sempre meno politiche non farebbe altro che conficcare un’altra dozzina di chiodi sulla bara del centrosinistra, mentre una sconfitta finalmente potrebbe dare – e sottolineo che sto usando il condizionale – una scossa per far rinascere un centrosinistra di fatto e non di nome. E, dicendo questo, non penso soltanto al bene della sinistra, ma dell’intero Paese perché l’Italia, al di là dei risultati elettorali ha assoluto bisogno di una sinistra illuminata che sappia coniugare i principi di uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, accoglienza e dignità. Come del resto ha bisogno anche di una destra illuminata che sia in grado di mantenere alti i concetti del conservatorismo e delle differenze sociali senza scadere in concetti come quelli del razzismo, dell’egoismo, del nazionalismo, del diritto del più forte nei confronti del più debole.

Ma a me interessa della sinistra e, sapendo bene che in questo momento il centrosinistra non può vincere senza il PD, mi convinco sempre di più che con questo PD non si può stare e che, quindi sia più opportuno cercare di sfruttare al meglio, lavorando per un futuro il più possibile prossimo, un’inevitabile sconfitta.

Parole senza senso, le mie? Forse, ma al di là di tutto quello che è successo e del fatto che non si possono dimenticare né il 4 dicembre 2016, né leggi come il Jobs Act, o la Buona scuola, o quel moncherino criticato anche dall’Europa e chiamato Legge sulla tortura, tanto per citarne soltanto tre, vi invito a riflettere su un altro paio di cose.

Alla Festa dell’Unità (avvilente umorismo involontario) di Bologna, gli organizzatori hanno distribuito un questionario nel quale, dopo tante domande generiche, si chiede ai frequentatori dell’appuntamento se è meglio che il PD si allei con Beppe Grillo, con il centrodestra, o (terza e ultima opzione) con la sinistra.

I dirigenti del PD bolognese lo descrivono come «una bella scelta di democrazia» e non si rendono neppure più conto che una scelta politica dovrebbe corrispondere a un progetto che dovrebbe a sua volta discendere da una scelta ideale, anche se non più ideologica. Trattano l’avvenire dell’Italia come se fosse un problema di preferenza tra tortellini, pasticcio o spaghetti, in cui tutte e tre le cose sono capaci di nutrire il commensale in maniera sana e in cui i dubbi possono dipendere soltanto dai gusti personali ed eventualmente da un veloce calcolo delle calorie.

Chiedere agli elettori quale linea politica preferirebbero fosse scelta dal loro partito non è ricerca di democrazia, ma semplicemente caccia al voto andando a promettere quelle alleanze (sempre ammesso che le controparti siano poi disposte a sottoscriverle) che siano capaci di soddisfare il maggior numero di coloro che poi potrebbero votare PD.

Sottoporre agli elettori un questionario simile, infatti, significa rovesciare completamente la realtà. Secondo l’articolo 49 di quella nostra Costituzione che dal PD renziano non è amata svisceratamente, «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ma tenendo ben presente che i partiti politici possono essere definiti come associazioni di persone che hanno le stesse idee e gli stessi interessi e che, quindi, prendono parte, sono partigiani e, attraverso un’organizzazione stabile, hanno l’obiettivo di influenzare l’indirizzo politico del Paese. Quindi le principali funzioni dei partiti politici in Italia, come in tutti gli altri Paesi democratici, sono quattro: hanno il compito di “formare” gli elettori dal punto di vista ideologico e politico; di selezionare i candidati da presentare nelle liste elettorali; di inquadrare gli eletti con la disciplina e la coerenza di partito; e di garantire la comunicazione tra elettori ed eletti tra un elezione e l’altra.

Qui, invece, non si formano gli elettori, ma neppure si viene formati da loro perché il concetto di forma è qualcosa di stabile e ben definito, mentre il partito, secondo questo nuovo concetto, è totalmente plastico e flessibile, ben disponibile a cambiare forma, e anche contenuto, a seconda delle convenienze. La realtà è che non si tratta più di partiti politici, ma di puri e semplici comitati elettorali. E, personalmente, se sono pronto a spendere tempo e impegno per difendere un ideale, non sono assolutamente disponibile a farlo per garantire l’elezione a un uomo, o a una donna, che hanno come primo obbiettivo la gestione del potere e non la ricerca del bene dei cittadini che a lui, o a lei, si sono affidati.

Dicono anche che, però, si dovrebbe dare spazio a iniziative come quelle di Pisapia che operano più sull’inclusione che sull’esclusione. Si tratta di una formula affascinante che, però, mostra subito la corda in quanto non proprio tutto può essere incluso, soprattutto se alcuni ideali da tentar di tenere insieme sono addirittura divergenti. In più anche la coerenza è un valore importante soprattutto se non si vuole prendere in giro gli elettori che si vorrebbe convincere a votare per sé. Per venire alla cronaca, Pisapia non può dire che «È evidente che Alfano è incompatibile con il centrosinistra» e poi, un paio di giorni dopo, fare un’alleanza per le elezioni siciliane alla quale partecipa proprio Alfano. O, meglio, lo si può dire, ma senza pretendere di parlare ancora di centrosinistra. E anche senza ipotizzare di diventare la guida che riporterà in primo piano i valori del centrosinistra.

Una cosa simile l’ha già fatta Renzi e i fatti sono lì a dimostrare che sono centinaia di migliaia di iscritti al PD, di simpatizzanti e di votanti che da quel partito si sono allontanati con la piena coscienza che era diventato un altro partito. Assolutamente legittimo, ma assolutamente non di centrosinistra.

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domenica 13 agosto 2017

Presente e futuro

E se, tanto per cambiare, cominciassimo a parlare del vero problema della sinistra che, guarda caso, è contemporaneamente il grande vantaggio sia della destra che prospera su egoismo ed eterofobia, sia del grillismo che lucra sulla diffusa e pur giustificata insoddisfazione generale facendo credere che si possa vivere senza un ideale sociale e politico? Perché quello che distrugge la sinistra e contemporaneamente esalta il conservatorismo e tutti i populismi è la scelta di guardare soltanto al presente con l’inevitabile conseguenza che si finisce per non pensare più a un futuro che sia lontano da noi di più di qualche mese.

Quella di una sensibile perdita del nostro rapporto con il tempo è una realtà incontestabile, tanto che la si nota anche nell’impoverimento della nostra lingua che, tanto per fare un esempio, sta perdendo la capacità di percepire le sfumature tra imperfetto, passato prossimo e passato remoto e sta vedendo usare sempre più diffusamente il cosiddetto presente storico. Ma ancor più grave, dall’altra parte della scala, è la quasi totale scomparsa del futuro anteriore che indica fatti che sono considerati come compiuti, ma che devono ancora verificarsi perché si trovano nell’ambito dell’avvenire. Il futuro anteriore, insomma, indica i propri progetti, le proprie determinazioni, tanto da diventare, prendendo in prestito il titolo di un libro di Michela Murgia, un vero “futuro interiore” in quanto è il momento in cui siamo noi a confrontarci con noi stessi, mettendo in evidenza sogni e desideri e confrontandoli con la volontà di realizzarli.

Viviamo, insomma, in una specie di presente ipertrofico che cannibalizza il passato – che può disturbare con i suoi ammonimenti – e che nasconde il futuro le cui problematiche potrebbero distrarci, o addirittura allontanarci drasticamente dall’impegno di trarre il massimo godimento possibile dal momento che stiamo attraversando.

E se questo fa il gioco della destra che vuole consolidare poteri e tradizioni cancellando molte questioni che la metterebbero in crisi, ma anche dei populismi che tentano di procedere a colpi di teatro che ben poco hanno a che fare con il progresso reale di una società, per la sinistra, che nasce proprio per trovare nuove strade che allarghino i campi della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza, una scelta rivolta principalmente al presente corrisponde a un suicidio senza scampo in quanto comporta la negazione della propria stessa natura.

Purtroppo è questa l’atmosfera che stiamo respirando da troppe parti, in un silenzio assordante di chi finalmente ha deciso di ribellarsi e che ora non sembra capace di enunciare a voce stentorea perché lo ha fatto e perché è orgogliosa di averlo fatto, e in un chiacchiericcio necessariamente indistinto da parte di coloro che vorrebbero accreditarsi come punti di riferimento della sinistra, mentre altro non sono che altri protagonisti di una compagnia di giro che è la responsabile dello sfascio di una sinistra che, per paura di disturbare e di risultare fastidiosa, continua a non parlare di futuro, ma soltanto di presente.

E non solo è molto meno capace di farlo rispetto alla destra che pratica questa strategia da sempre, ma si rivolge inutilmente a cittadini che, invece, vorrebbero ancora parlare di progetti e di utopie e che, non sentendo nulla di tutto ciò, continuano ad allontanarsi da una politica che non c’è più e che è ancora e sempre l’unico metodo per dare vita a una vera democrazia.

Facciamo alcuni esempi; necessariamente pochi e incompleti e obbligatoriamente brevi.
Quale sinistra è quella che consente, soltanto con pochi mugugni, di colpevolizzare tutte le Ong che si prodigano nella salvezza dei migranti e non scevera il grano dal loglio andando a colpire direttamente soltanto quelle che sono false organizzazioni umanitarie? E quale sinistra può esultare se il numero degli sbarchi in Italia è diminuito perché ora i trafficanti di uomini ritengono più facile sbarcare in Spagna? Una volta non si sarebbe cercato di spostare geograficamente il problema, in attesa che tutto si ripresenti quando sarà la Spagna ad alzare muri, ma ci si sarebbe impegnati, in casa e fuori, per risolvere davvero il problema e non si sarebbe rimasti in stolido silenzio a lasciar passare il concetto che soltanto il rischio di morire a causa di una guerra può giustificare una fuga; non quello di crepare per torture, carestie, epidemie, sfruttamenti, schiavitù.

Quale sinistra accetterebbe di avere sotto il suo stesso tetto coloro che sostengono i condoni edilizi che stanno continuando a rovinare il nostro Paese soltanto per arricchire i soliti noti? Eppure la paura di cacciare chi ha nelle sue disponibilità un numero consistente di voti impedisce qualunque azione di reprimenda, o di espulsione di coloro che lasciano vivere l’abusivismo, perché i voti attuali appaiono ben più importanti dell’ambiente futuro.

Come fa a definirsi di sinistra chi, sempre per puri scopi elettoralistici, nega la progressività della tassazione imponendo sacrifici che proporzionalmente distruggono i più poveri e non fanno neppure il solletico ai più ricchi? E lo fa senza rendersi conto che in futuro le divaricazioni sociali tra primi e ultimi diverranno sempre più drammatiche e foriere di ulteriori disgrazie.

E stiamo parlando di sinistra se, in vista delle prossime elezioni nazionali, regionali, comunali, il requisito fondamentale per individuare i candidati non è il loro credo politico e sociale manifesto, bensì la fama del loro nome? Se la cosa più importante è tentare di vincere apparentemente e non ricostruire sulle macerie che ci circondano?

Quale sinistra è quella che non si pone come punto fondamentale quello di recuperare i propri valori sociali ed etici nel bisogno di riconquistare la voglia di prendere parte, cioè di essere partigiani, e di farlo pubblicamente, non vergognandosi delle proprie idee, ma, anzi, essendone orgogliosi? Né appare possibile cercare un candidato purchessia «perché altrimenti vincerà la destra». Il male maggiore non consiste nel fatto di perdere una tornata elettorale, bensì nel negare se stessi condannandosi a sparire definitivamente. E questo non perché scompaiono le persone, ma perché vengono cancellati idee e ideali, perché si rinuncia a costruire per quel futuro che soltanto la sinistra ha davvero interesse a ricominciare a ipotizzare con progetti che rendano le utopie luoghi che non è vero che non esistono, ma che, semplicemente, non si è ancora riusciti a raggiungere.

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lunedì 7 agosto 2017

In segno di gratitudine

La scomparsa di Franco Colle spalanca tanti grandi vuoti in una comunità che sempre meno tende a sentirsi tale se non in alcuni temporanei momenti, come questo, di dispiacere condiviso.

La sua morte ha creato voragini di dolore all’interno della sua famiglia che per lui è stata sempre un punto di ancoraggio irrinunciabile, oltre che preziosissimo. E ha profondamente rigato di tristezza un mondo dello sport – e non solo dell’atletica – in cui la sua figura si è stagliata per decenni come una specie di sicuro punto di riferimento, di faro capace di illuminare la rotta di atleti che gli dovranno per sempre tantissimo tra cui alcuni – Venanzio Ortis in primis, hanno mantenuto per lui un affetto profondo. Un faro non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche e soprattutto dal punto di vista umano e su quel piano etico in cui non ha mai ceduto neppure di un millimetro, neppure in un’epoca in cui l’apparire è diventato apparentemente molto più importante dell’essere; in cui sembra che soltanto vincere, in qualsiasi modo, soltanto l’arrivare primi, possa placare per un po’ quella continua sete di successo nei confronti degli altri, mentre si è completamente perduto il concetto del diritto alla sconfitta, a quella sconfitta nella quale spessissimo si cela, invece, il successo nei confronti di noi stessi.

Ovviamente non intendo ricordare Franco, né dal punto di vista della famiglia, né da quello del mondo dello sport che da qualche anno aveva dovuto abbandonare sul campo, ma mai nel pensiero. Il mio ricordo vuole essere un po’ personale, un po’ a nome di tanti altri amici che di sportivo hanno ben poco ma che di lui sentono profondamente l’assenza.

Per prima cosa la mia gratitudine trova forza nel ricordare quanti preziosi suggerimenti musicali e letterari mi ha dato nel corso di tanti anni. Era un costante ascoltatore di musica classica e non appena trovava un’interpretazione davvero degna di nota, la raccomandava con calore. Come con altrettanta passione segnalava i titoli dei libri sui quali, tra i tanti che leggeva, poi desiderava discutere.

Ma l’aspetto che più mi preme ricordare di lui è quello della rigorosità di quell’impegno etico e sociale che ha portato anche fuori dai teoricamente ovattati ambienti delle gare, per applicarlo nel ben più caotico mondo di ogni giorno in cui le regole non solo spesso non sono rispettate, ma, non tanto raramente, non sono neppure scritte, né tantomeno condivise. E lo ha sempre fatto con uno sguardo e un sorriso accogliente, con una delicatezza di approccio che restava tale anche se e quando le divergenze con il suo interlocutore erano profonde.

Di politica e società si discuteva spesso durante pranzi e cene in compagnia, mentre si avvertivano sempre più distintamente gli scricchiolii che preannunciavano il crollo di molte certezze democratiche del nostro Paese. Nel 2002, uscendo da una libreria, mi chiese se ritenevo possibile che ci si limitasse soltanto a parlare e a criticare quello che stava accadendo nel nostro Paese con il dilagare del berlusconismo; se non fossimo colpevoli di una rinuncia a impegnarci , per quel che potevamo fare, a tentare di impedire l’aggravarsi del disastro. Mancava poco più di un anno alle elezioni regionali del 2003 e, su spinta di Franco, dopo un paio di affollatissime riunioni in un’osteria che ci lasciava una stanza libera per discutere, nacque il Movimento Propositivo che da quel momento continuò a organizzare discussioni e incontri non per propagandare il nome di un candidato, ma per testimoniare, parlando e ragionando, la validità di un programma di centrosinistra.

Ovviamente nessuno tenta di attribuirsi meriti che non ha, ma sta di fatto che il Movimento Propositivo, con le sue donne e i suoi uomini, è stato una costante di quella campagna elettorale e che Franco Colle ne è sempre stata l’anima fino alle elezioni che hanno visto il successo di Riccardo Illy contro Alessandra Guerra.

Poi l’esaurirsi di gran parte della spinta dei vari movimenti e il successivo ritiro, anche per motivi di salute, di Franco dall’attività diretta, ma mai da quella del ragionare e dello spronare a far sì che la volontà popolare sia capace di pungolare la politica.

Perché Franco, oltre al rigore etico, non dimenticava mai che il suo contagioso desiderio era quello di veder nascere e irrobustirsi una comunità che non si sentisse tale solo in momenti tristi come questo, ma che pensasse davvero che soltanto insieme, soltanto chiamando a lavorare unitamente tutti, anche e soprattutto gli esclusi, ci si sarebbe potuti nuovamente chiamare, a pieno titolo, “umanità”.

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domenica 23 luglio 2017

Scelta e non sentimento

Sinceramente quell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi risulta del tutto indigesto anche a me. So bene che la mia opinione personale non è assolutamente importante, ma sono tantissimi quelli che sono rimasti perplessi e, soprattutto, il gesto mi sembra esplicativo, se non emblematico di come sia cambiata – e fortemente in peggio – la qualità della nostra classe politica.

Pisapia, davanti alle rimostranze di Roberto Speranza, che gli telefona a nome di tanti ex elettori del PD e anche di alcuni che ancora nel PD si sforzano di restare, dice che il suo è stato «Soltanto un gesto di cortesia e di buona educazione». Ora, stante il fatto che si può essere cortesi ed educati anche in molte altre forme diverse, una persona intelligente non può non immaginare che un abbraccio di quel tipo viene inevitabilmente fotografato, pubblicato con rilievo su tutti i giornali e inevitabilmente strumentalizzato a fini politici come simbolo tangibile di un superamento di quei dissensi che sono alla base dell’ultima fase della frantumazione della sinistra.

Certamente Pisapia non è uno sprovveduto e, quindi, questo abbraccio non può che essere stato funzionale al suo primo progetto politico: riunirsi in qualche modo al PD renziano facendo finta di dimenticare che sono stati le politiche e i comportamenti dell’attuale segretario dem a provocare una diaspora ufficiale che una volta sarebbe stata inconcepibile. Questo il messaggio lanciato a Renzi e ai suoi ricordando anche, pur in maniera soffusa, che Pisapia, al pari della Boschi, ha sostenuto esplicitamente il sì al referendum che voleva stravolgere la nostra Costituzione.

Nella cosiddetta Prima Repubblica, pur tra i tantissimi difetti, il significato dei gesti e delle parole restava forte perché gesti e parole sono sempre sostanza. Pensiamo se mai Berlinguer e Almirante avrebbero potuto abbracciarsi per un gesto di cortesia. Quando il segretario del PCI è morto, quello del MSI ha ritenuto suo dovere andare di persona a manifestare il grande e profondo rispetto per l’avversario scomparso. E il popolo comunista ha accolto Almirante con l’altrettanto grande e profondo rispetto dovuto a chi è capace di separare il sentimento dal ragionamento.

E, a questo proposito vorrei soffermarmi per un momento su quell’alzata di ingegno di Massimo Recalcati che sarà anche un bravo psicanalista, ma che sulla politica sembra avere idee piuttosto confuse. Chiedersi, infatti, perché alcuni odiano tanto Renzi e altri lo amano è un’iniziativa del tutto surreale.

Quella dell’odio e dell’amore sono due categorie che non possono, né devono, appartenere al mondo della politica in quanto strumento di una democrazia che si basa, invece – o almeno dovrebbe basarsi – su una scelta ragionata in base ai propri principi. Per Renzi, tanto per entrare direttamente nell’argomento, non nutro sicuramente amore, ma neppure lontanamente odio. Mi limito – ma è già tutto – a disapprovare quasi completamente la sua politica che, nel nome di un fantomatico centrosinistra, è riuscita ad approfondire le differenze di classe – è ottenuto anche di far risorgere questo concetto – che stanno lacerando il nostro Paese.

Credo davvero sia ora di finirla di abbracciarsi e di parlare di odio e di amore. Mi piacerebbe tanto tornare a vedere uomini politici e donne politiche capaci davvero di essere tali e di non farci quasi incredibilmente rimpiangere la serietà e la consapevolezza di buona parte della politica del passato.

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mercoledì 12 luglio 2017

Abbiamo scherzato

Sono anni che le mancanze democratiche a livello nazionale sono così abbaglianti da far passare inosservate quelle – diciamo così – locali. Un caso che colpisce, per esempio, è quello che ha coinvolto la Commissione edilizia del Comune di Udine di cui quattro componenti hanno rassegnato le dimissioni dopo che dalla Commissione stessa era stato dato parere negativo sul nuovo edificio che sorgerà al posto dell’ex Upim di via Cavour e che la giunta comunale aveva dato, invece, via libera conformemente al parere della Soprintendenza.
Lontana da me l’intenzione di dare giudizi di tipo estetico sul nuovo progetto: sarebbe una cosa del tutto personale, anche se mi sembra che riproporre la stessa tipologia di un palazzo da poco costruito a poche centinaia di metri, vicino al teatro, indichi una certa mancanza di attenzioni per un sito importantissimo per il centro storico di Udine. Né mi sogno di contestare le valutazioni negative di professionisti evidentemente stimati, visto che sono stati chiamati a far parte della Commissione.

Quello che colpisce è il fatto che certi strumenti definiti “democratici” non siano altro che deliberato fumo negli occhi per impedire di vedere che di incrostazioni di democrazia ne sono rimaste ben poche su strutture pubbliche che ormai preferiscono ampiamente – già dal momento elettorale – la “governabilità” alla “rappresentatività”. E questo appare quantomeno curioso in un sistema che si autodefinisce di “democrazia rappresentativa”.

Che senso ha, infatti, costituire una commissione che può dare soltanto pareri non vincolanti? Se si tratta di valutazioni di tipo scientifico non si vede come e perché queste valutazioni possano essere disattese. Se si tratta, invece, di opinioni personali, non si capisce né perché sia necessario darle, né per quale motivo, eventualmente, le scelte dei componenti la Commissione siano state fatte da determinati organi amministrativi e professionali e non siano state demandate alla preferenza del popolo che vorrebbe essere rappresentato.

Ma se per il nuovo edificio ogni discussione sembra ormai chiusa, molti dubbi di democraticità sussistono ancora sulla determinazione degli spazi che saranno destinati per qualche anno a ospitare il cantiere. Al di là delle inevitabili porzioni di strada tolte a via Cavour e a via Savorgnana, il progetto prevede, infatti, che scompaiano per l’uso comune, pur temporaneamente, i giardini pubblici – e la parola “pubblici” dovrebbe avere ancora qualche significato – di piazzetta Belloni e di palazzo Morpurgo che, tra l’altro, perderà anche l’uso della corte diventata ormai tradizionale luogo di appuntamento estivo per le attività culturali cittadine.

Si dice che poi tutte le aree saranno ripristinate entro dieci mesi dalla conclusione dei lavori. Ma come saranno ripristinate? Con quale progetto comunale? Fatto da chi e valutato pro forma e probabilmente inutilmente dalla commissione edilizia? E, fatto ancora più importante, qualcuno vorrà dire che gli alberi esistenti, vecchi e alti, non potranno essere ripristinati perché saranno abbattuti per fare spazio a qualche gru?

Se lo spazio è pubblico, potrà essere il pubblico a esprimere un proprio parere? E non si venga a dire che il tutto sarà giustificato dalla scomparsa di alcune barriere architettoniche che esistono soltanto se si vuole seguire la via più breve e che comunque potrebbero essere eliminate in breve tempo, con poca spesa e scarso disagio.

Senza cancellare due giardini, non si potrebbero, magari con qualche fastidio economico in più, limitare i danni inevitabili e, per ipotesi, aprire uno spazio di cantiere in una limitata porzione di quella piazza del Duomo che da anni è squallidamente deserta e sembra vivere soltanto per ospitare, di tanto in tanto, qualche bancarella, o qualche chiosco per mangiare e bere?

Se anche davanti a questa cose che coinvolgono una città per qualche anno non si ritiene che i cittadini possano dire la loro, ma che la delega sia comunque e sempre illimitata, ci aspetteremmo che quando qualcuno parla di democrazia, alla fine aggiunga: «Scusate, abbiamo scherzato».

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lunedì 10 luglio 2017

Un dizionario per gli italiani

È di grande interesse il sondaggio condotto da Ilvo Diamanti su “Le parole del nostro tempo” e intitolato dalla Repubblica “Il dizionario degli italiani”. Non per il risultato in sé, che non desta troppe sorprese, ma per il fatto che richiama ancora una volta l’attenzione generale sull’importanza della parola che non è soltanto vibrazione dell’aria che penetra nelle nostre orecchie, o contrasto cromatico che colpisce i nostri occhi, ma è contemporaneamente materia ed energia che penetra nel nostro cervello con una forza che può essere capace di cambiarne la complicata geografia delle sinapsi e, quindi, il ragionare e il sentire.

Dicevo che, tanto per fare alcuni esempi, non possono destare sorpresa né le ottime valutazioni date ad ambiente, Papa Francesco, lavoro, speranza, meritocrazia, né le contraddittorie valutazioni che toccano a social media e democrazia digitale, né, infine, il totale rigetto che spetta ai politici, ai partiti e, soprattutto, ai loro leader.


Quello che non convince è il fatto che questo sondaggio guarda soltanto in una direzione, mentre ignora totalmente quella contraria. Per capirci, vengono analizzate le reazioni degli italiani di fronte a diverse singole parole, ma non viene preso in considerazione quanto siano state le parole pronunciate in questi anni a far cambiare il sentire comune e, quindi, in definitiva a influire sul gradimento delle parole stesse.

Si potrebbe tirare dritto dicendo che si tratta di una specie di discorso circolare, fine a se stesso, che può interessare soltanto, a livello statistico, gente che studia comunicazione, o che si interessa di politica; ma così non è perché rivela, invece, non soltanto la determinazione con la quale molti politici hanno tentato di modificare la visione del mondo adattandola ai propri gusti e – apparentemente – alle proprie convenienze, ma soprattutto mette in luce la miopia di quegli stessi politici che, alla lunga, quasi sempre hanno provocato e determinato situazioni esattamente contrarie a quelle che avrebbero desiderato raggiungere. Così non fosse, non troveremmo i partiti e i loro leader sugli ultimissimi gradini della scala di gradimento.

Qualche esempio. Sono ormai decenni che sentiamo alzare inni sperticati all’antipolitica, alla necessità di rendere la cura della polis qualcosa di apparentemente gratuito e, quindi, dilettantesco; dunque, sostanzialmente riservata soltanto a chi non ha già un solido mestiere, o un’affermata professione che dovrebbe lasciare per dedicarsi anima e corpo alla polis. Ma se in Parlamento dovessero arrivare soltanto persone di secondo piano (e , comunque, rispetto a certi figure che si vedono girare oggi a Montecitorio e a Palazzo Madama il secondo piano sarebbe già un miglioramento), perché la gente dovrebbe interessarsi alla politica e apprezzarne i protagonisti?

E, a questo proposito, appare del tutto assurdo anche il reiterato richiamo alla meritocrazia che fa sempre capolino nelle parole di ogni politico, ma resta quasi sempre profondamente sepolta nel momento di effettuare delle scelte.

O, ancora, quante volte abbiamo sentito parlare della necessità generica di tagliare le spese? Ebbene, non serve essere un genio dell’economia e della finanza per capire che ogni risparmio fatto tagliando le spese per il personale corrisponde alla scomparsa di stipendi e, quindi, alla sparizione di grandi quantità di denaro liquido che una volta entravano nel cosiddetto mercato e lo arricchivano, mentre oggi la loro mancanza non soltanto lo rende asfittico, ma innesca un aggravamento della miopia perché si pensa ancor di più a non spendere e non a far circolare il denaro in maniera più efficace. Il fatto è che i risparmi sono necessari, ma soltanto negli sprechi e soprattutto negli anfratti dove i soldi entrano per essere girati immediatamente sotto forma di tangenti e bustarelle a una quantità di persone il cui ultimo pensiero è ovviamente quello di rimettere in circolo il maltolto.

Potremmo andare avanti a lungo, ma vorrei concludere con un esempio attuale che si lega alla cosiddetta “spiaggia fascista” di Chioggia dove il titolare dello stabilimento espone immagini di Mussolini, cartelli con frasi chiaramente riconducibili al modo di parlare fascista, e fa anche ascoltare alcune musiche care al regime del ventennio. Va ricordato che la XII disposizione finale della nostra Costituzione vieta «la riorganizzazione del partito fascista» e che una legge del 1952 punisce con la reclusione da 6 mesi a 2 anni la propaganda e l’apologia del fascismo. Ora Fiano, del PD, tenta di allargare il campo dei divieti estendendolo al saluto romano, fatto in qualsiasi occasione, e prendendo in considerazione anche il web, finora campo libero perché – inevitabilmente – non citato in alcuna legge scritta prima che il web esistesse.

Ebbene, i grillini insorgono accusando questa proposta di legge di essere «liberticida». E torniamo alle parole e al loro uso. Al di là del fatto che liberticida era il regime fascista e che impedirne la rinascita significa limpidamente tentare di difendere la libertà, da Grillo e dai suoi – ammesso che se ne rendano conto – viene forse fatto passare il concetto che qualunque forma di limitazione della libertà (detenzione compresa) può essere sostanzialmente illegittima? Oppure la possibilità di essere liberticidi è riservata soltanto al garante del Movimento Cinque Stelle quando i risultati delle “comunarie” di Genova non lo soddisfano?

La sensazione è ancora quella che i politici più che del dizionario degli italiani siano interessati a creare un loro dizionario per gli italiani.

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sabato 8 luglio 2017

Di cosa stiamo parlando

La becera e stupida semplificazione della frase «Aiutiamoli a casa loro», che questa volta non è stata pronunciata da Matteo Salvini, ma è stata scritta da Matteo Renzi, forse può diventare utile per fare un po’ di luce su una questione che, invece, è di grande complessità e importanza e che potrebbe essere condensata in questa domanda: di cosa parliamo quando usiamo la parola “politica” e quanto è cambiato negli anni l’essenza di questo concetto?

Per secoli si è continuato a pensare alla politica legandola all’estensione del suo significato etimologico che la indicava come ricerca del bene per la polis che, nell’antica Grecia, era la città, ma contemporaneamente anche lo Stato. Poi la politica è diventata l’esercizio del potere e, infine, l’arte della conservazione del potere. E il bene della polis? Non interessa a molti e, comunque, è diventato un obbiettivo del tutto secondario scatenando così un inevitabile effetto uguale e contrario. Se, infatti, la politica dimostra che non le interessa della polis, perché mai alla polis dovrebbe importare della politica? E, in quest’ottica, non può sorprendere il fatto che ormai metà degli italiani non va più alle urne se non quando si rende conto, come in occasione del referendum costituzionale, che può decidere in maniera diretta della propria libertà e della sopravvivenza della democrazia.

Renzi ha girato di 180 gradi la tradizionale impostazione della sinistra sui migranti non per una gaffe, o perché illuminato sulla via di Damasco da una folgorazione su come risolvere un problema epocale e globale che è sempre esistito, ma che ora avvertiamo più distintamente perché tocca direttamente noi. Lo ha fatto, andando a ruota di Grillo, semplicemente perché è stato convinto a farlo dai sondaggi di opinione che da un po’ di tempo indicano quello della migrazione come il problema che potrà orientare consistenti quantità di voti nelle prossime elezioni politiche. Lo ha fatto non per governare la piazza, ma per dare l’idea di farsi governare dalla piazza; lo ha fatto proprio per quel populismo contro il quale vorrebbe ergersi a difensore e che vorrebbe distruggere non perché abietto, ma perché è già sfruttato dai suoi possibili avversari e non già da lui stesso.

Cito, sottoscrivendole totalmente, alcune frasi di Roberto Saviano: «Mi permetto di parafrasare così le parole del segretario del partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di governo: se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri “a casa loro”. Per Renzi dunque l’Italia non ha il “dovere morale di accogliere”, ma di “aiutare a casa loro”».

Eppure, aggiunge Saviano: «Renzi sa perfettamente che l’Italia realizza l’esatto contrario perché aiuta sì chi decide di lasciare il proprio paese, ma soprattutto coloro che restano ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane: 2,7 miliardi di euro nel 2014. 7,9 miliardi di euro nel 2015. 14,6 miliardi di euro nel 2016. Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall’Italia».

E prosegue: «Ma il dato politicamente importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia nel 2014-2015 è stato l’unico paese della Ue ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di al Sisi. Con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni?».

Sta di fatto che le parole di Renzi appaiono stridenti nei confronti di entrambe le teoriche anime del PD; sia riguardo al comune sentire della sinistra, sia alle parole del Papa che invita a non respingere gli ultimi a ricordare che se l’Europa è così ricca lo deve anche ai frutti del colonialismo. Due anime che comunque, fino a pochi decenni fa, pur tra errori anche drammatici, miravano entrambe a raggiungere, anche se lo vedevano indubitabilmente diverso, quello che ritenevano essere il bene della polis. Le parole di Renzi mostrano senza infingimenti che lo scopo di quella che ci ostiniamo stolidamente a chiamare politica è soltanto quello di vincere le elezioni.

Ci dicono che è necessario vincerle se non si vuole che siano i grillini, o la destra, a governare l’Italia con le loro idee. Ma se io so con certezza che le idee della destra mi sono aliene e che quelle dei grillini sono vaganti, oltre che vaghe, e comunque sempre sottoposte al volere del capo, quali motivazioni politiche (nel senso vero del temine), quali idee – ammesso che ci siano e non dipendano soltanto dai sondaggi del giorno – potrebbero attrarmi nel partito di Renzi?

Pierluigi Bersani è rimasto in quella che considerava la sua “ditta” fino a quando non si è reso conto che non fabbricava più i prodotti tradizionali, ma cose nuove totalmente diverse, se non addirittura opposte. Ma più che di cambio di ragione sociale sarebbe stato giusto parlare di perdita di quell’anima che aveva dato vita al PD e che aveva attratto tanta gente di sinistra e tanta gente di centro che è stata disposta a sacrificare un pezzetto di sé pur di costruire una forza davvero riformista che avesse alcuni caposaldi solidissimi e irrinunciabili e altri obbiettivi procrastinabili nel tempo.

Forse sarebbe il caso che tanti che ancora sono nel PD, o che quantomeno pensano che lo voteranno ancora, si rendano conto che quando un partito perde l’anima la fa perdere anche a coloro che lì dentro rimangono. Fare opposizione può essere fastidioso, ma sopportabile; tradire i propri principi e quelli dei vecchi compagni di strada non può essere degno, né accettabile.

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domenica 2 luglio 2017

Purezza e contaminazioni

Ineccepibile. Renzi dice che «fuori dal Pd non c’è la vittoria del centrosinistra, ma solo la sconfitta» e questa è attualmente un’asserzione difficilmente confutabile. Quello che Renzi preferisce non dire è che dentro il PD di Renzi la sinistra è già stata distrutta, sia nella sostanza, sia nella forma. Nella sostanza promulgando leggi che Berlusconi avrebbe voluto fare senza esserne capace: Jobs act, buona scuola, bonus a pioggia, cancellazione parziale della progressività della tassazione come sulla prima casa. Nella forma continuando a proclamare di sinistra azioni che in realtà sono state limpidamente di destra.
Fuori dal PD si perde – dice – ma da una sconfitta si può anche trarre la forza per arrivare a una vittoria. Da una distruzione ben difficilmente si riesce a risorgere, almeno in tempi comparabili con una vita umana media.

Il fatto è che l’attuale segretario del PD usa i termini “destra” e “sinistra” non in una visione politica, bensì in una prospettiva di potere. Confutando il loro valore quando gli fa comodo gabellare come tecnicismo qualche decisione chiaramente schierata in maniera ideologica sul neoliberismo (il Jobs act ne è un esempio chiarissimo). Oppure resuscitando questi antichi termini se gli torna comodo perché conta di abbindolare qualcuno per assicurarsi il suo voto.

Alcuni dicono che la purezza, oltre che in genetica, è inaccettabile anche per chi vuole fare politica e che Renzi ha avuto successo proprio perché non ha rifiutato, ma, anzi, ha ricercato la contaminazione. Può essere, ma, come in genetica, anche in politica alla contaminazione è necessario porre un limite. Altrimenti la contaminazione diventa contagio, infezione, corruzione e, alla fine, morte. E per chi ancora crede che il concetto di destra e sinistra esistano e abbiano una loro sostanza e una loro validità questo rischio non è accettabile.

Se una colpa grave la sinistra ha avuto – e sicuramente ne ha avute più d’una – è stata quella di non reagire con decisione alle fascinazioni che sembravano essere soltanto mode estemporanee mentre, invece, erano ben congegnate manovre che miravano lontano e con piena consapevolezza.

Pensate alla crociata contro le ideologie che ha riempito la nostra società dagli anni Novanta in poi. Era una campagna che asseriva la necessità di distruggere le ideologie per rendere più facili i rapporti politici che erano troppo bloccati su posizioni filosoficamente molto solide, anche se i detrattori preferivano definirle preconcette. Il successo di quella crociata è stato strepitoso e quasi tutti, poi, sono stati molto felici di definirsi non ideologici, anti ideologici, post ideologici. Senza rendersi minimamente conto che un’ideologia era rimasta; sola e, visto che non aveva più avversari, imperante: quella del mercato. Che, tra l’altro, molti tentano di rendere più gradevole chiamandolo libero, mentre, invece, è dominato da pochi che fanno, a loro tornaconto, il bello e il cattivo tempo.

E il tramonto delle ideologie ha determinato anche la solitudine dell’agire politico perché erano diventati indistinti i punti di unione e di separatezza sui quali basarsi per decidere se accompagnarsi, o meno, con qualcuno. E così la politica, smarrita nella quotidianità e quasi priva di orizzonti culturali e sociali, ha finito per essere stritolata da una tenaglia che l’ha stretta e la stringe ancora tra la smania di ricchezza e la smania di potere.

Sarebbe drammatico lasciarsi affascinare ancora da quelle gradevoli storielle confezionate apposta per nascondere il veleno che c’è in loro. E per eliminare questo rischio, non c’è che una strada: insorgere immediatamente, a parole, non appena ci si rende conto che qualcosa in quello che ti raccontano non va.

Difficile capirlo? No: basta tenere ben fissi alcuni punti irrinunciabili: la giustizia e l’uguaglianza sociale, la necessità di ridurre le differenze e non di aumentarle, quello che Hannah Arendt e poi Stefano Rodotà avevano definito “il diritto di avere diritti”. E, poi, la nostra Costituzione, proprio quella che Renzi, affascinando con le sue storielle più d’uno, ha tentato, fortunatamente invano, di stravolgere.

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