martedì 12 dicembre 2017

Il voto futile

Rinverdendo una tradizione che ben si sposava al sistema elettorale maggioritario, ne parlano in molti. Il cosiddetto “voto utile”, è invocato soprattutto da Renzi che avverte minacciosamente gli elettori orientati a sinistra che «ogni voto dato a Liberi e uguali sarà un voto dato alla destra, o ai Cinque stelle». Ma lo usano abbondantemente anche Berlusconi che si richiama al “voto utile” per accreditarsi come unica diga, anche all’interno della sua stessa attuale coalizione, capace di bloccare i grillini, e Salvini. E lo invocano con convinzione anche gli stessi seguaci di Grillo che puntano, invece, a tentare di mettere insieme un tale numero di seggi da rendere obbligatoria la loro chiamata al colle.
Ora appare del tutto evidente che ogni voto sarà sicuramente utile per chi lo riceverà, ma è altrettanto certo che questa sua caratteristica svapora fino a scomparire totalmente per gli elettori, a meno che la cosiddetta “utilità” e la convinzione politica non indirizzino contemporaneamente verso la medesima casella da barrare. Anzi, se questo non avviene, il voto è talmente poco utile da diventare “futile”, cioè – come recita il vocabolario Treccani – di scarsissima importanza e serietà.

Dicevo all’inizio che il “voto utile” nasce con il sistema elettorale maggioritario e corrisponde a un voto dato al candidato che si ritiene possa vincere invece che al candidato più gradito. Ma non si può dimenticare che questa volta i due rami del Parlamento saranno eletti con una legge che, oltre che essere per due terzi proporzionale, sembra disegnata apposta per allontanare ulteriormente i cittadini dalla scelta diretta di chi dovrebbe rappresentarli per rendere effettiva la loro delega, e che, in queste condizioni si finisce per votare per il partito e non per il candidato, cosa che, invece, sarebbe stata possibile, se la fertile fantasia di Rosato avesse accettato quel “voto disgiunto” proposto da più parti, ma inesorabilmente affogato nel cupo mare delle fiducie.

Chi invoca il “voto utile”, poi, non si rende conto che il modo dissennato di fare politica di questi ultimi decenni, portati avanti nel segno della cosiddetta “governabilità” e del decisionismo del capo, ha prodotto disastri difficilmente curabili: molti, sentendosi “inutili”, si sono allontanati non soltanto dalla politica attiva, ma addirittura dalle urne, mentre quelli che sono rimasti sono diventati degli estremisti. E non pensiate che io stia parlando soltanto di attivisti dell’ultradestra, o dell’ultrasinistra: gli estremisti oggi sono anche di centro, perché il senso di lontananza e di rifiuto non soltanto per i più lontani, ma anche per i più vicini, ha finito per rendere estrema qualunque posizione, anche quelle che la vulgata comune definiva “moderate”. E così l’ossimoro “estremisti di centro” non strappa più sorrisini, ma descrive una realtà davvero esistente. E questo avrà effetti non soltanto sulle elezioni, ma anche su quello che accadrà dopo in quanto sarà estremamente difficile che gli attuali partiti riescano a dare vita a coalizioni di governo alle quali non sono più abituati e che, dopo aver demonizzato chiunque altro, non sarebbero più capaci di gestire senza perdere la faccia e la simpatia degli elettori loro rimasti.

Ma, oltre a essere “futile” perché “di scarsissima importanza”, il teorico “voto utile” è ancor più pericoloso in quanto è “di scarsissima serietà”. Al cittadini si dice, infatti, di non votare per coloro che si impegnano a portare avanti le idee sociali e politiche dell’elettore steso, ma per coloro che sono “i meno peggio”. E così facendo si induce nel corpo elettorale, oltre alla rabbia per un evidente ricatto psicologico, non la delusione, ma la disperazione perché nessuno in queste condizioni spera più che la situazione possa cambiare, che, come accadeva una volta, possano più diventare reali alcune di quelle che vengono chiamate utopie, che il nome democrazia abbia ancora il significato etimologico di potere del popolo e che non nasconda, invece, autoritarismi di vari colori, forze, orientamenti.

Pietro Grasso ha detto che l’unico voto utile «è quello che costruisce la rappresentanza democratica, le idee, i valori, i programmi e le speranze portando in parlamento i bisogni e le richieste di quella metà di Italia che non vota». Niente da eccepire, ma se qualcuno mi chiedesse quale può essere un voto utile, preferirei lasciare la scelta della definizione a quei quattro milioni di italiani che hanno contratti di lavoro – i cosiddetti “fast Job” – di una durata che va dal giorno ai tre mesi e che le uniche cose che hanno a tempo indeterminato sono la sottrazione di dignità, la fame, il disagio, la paura per il futuro, l’impossibilità di curarsi. Ed estenderei la domanda anche a quegli altri ultimi che, incredibilmente, possono stare anche peggio. Tutto quello che non è utile a loro, per una comunità nazionale è soltanto futile.

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lunedì 4 dicembre 2017

Buon 4 dicembre

Nella sua più recente risposta, nell’ambito della rubrica che tiene su “D la Repubblica”, Umberto Galimberti ha affrontato, con la sua disarmante e implacabile lucidità, il tema del declino della sinistra in tutto l’Occidente e – riassumo in maniera sicuramente parziale e inadeguata – ha affermato che «la globalizzazione ha subordinato la politica all’economia»; che ha indotto l’Occidente a esportare il mercato in tutto il mondo, e «anche la democrazia e i diritti umani, sacrificandoli subito entrambi» non appena questi rischiavano di essere di intralcio al mercato stesso; che si è accettato che il mercato creasse «una cultura più confacente alla destra che alla sinistra»; che «il mercato è nessuno» e, quindi, difficile da combattere, tanto che «il risultato è che ormai il mercato e la razionalità che lo governano sono vissuti dall’inconscio collettivo come leggi di natura»; che, «a differenza della destra il cui collante è costituito, soprattutto in Italia, dagli interessi e dai privilegi da difendere, la sinistra, nelle sue espressioni migliori, ha degli ideali. E sugli ideali ci si divide, ci si contrappone con una passione che spesso acceca, preferendo la testimonianza alla responsabilità, che chiede al politico di governare. E di sapere che il governo non è mai l’attuazione di un ideale puro, bensì la continua mediazione fra ideali che accettano di rinunciare in parte alla loro purezza per trovare il consenso necessario a costruire una maggioranza. La destra, divisa su tutte le proposte ideali, ci riesce. La sinistra no. Ma l’ideale che non diventa mai reale finisce con l’evaporare nell’inconsistenza di un sogno. Che al risveglio svanisce».
Assolutamente nulla da eccepire, tranne che per quello che riguarda la parte in cui Galimberti dice che la sinistra sugli ideali si lacera e, proprio per questo, non sa condurli a realizzazione. E su questo due sono le obiezioni che mi vengono in mente: una di sostanza e una di metodo.

Per quanto riguarda la sostanza, visto che in molti casi, a meno di ipocrite e momentanee rinunce al proprio pensiero, di ideali certamente diversi, come nel caso del Jobs act, si tratta, mi viene da chiedermi se entrambe le parti, attestate su fronti addirittura opposti, possano definirsi “sinistra” e, nel caso soltanto una possa farlo, quale delle due – l’attuale linea della segreteria del PD, o quella che ieri si è unita con Pietro Grasso per schierarsi in netta discontinuità con i principi di Renzi – possa autodefinirsi “sinistra” con maggiore diritto di farlo. E, pur sempre comunque ricordando che in democrazia la maggioranza vince sempre, ma non sempre è detto che abbia davvero ragione, mi domando anche se davvero, come dicono i suoi sostenitori, i numeri diano ragione a Renzi. È certamente vero all’interno del PD, ma se si allarga il discorso all’intera sinistra, o anche al centrosinistra, le cose non sembrano andare nello stesso verso. Infatti, oltre a ricordare le minoranze interne al partito, è difficile dimenticare la scissione di chi, dopo aver fondato il PD, non lo sentiva più casa propria, ma anche i disastrosi risultati delle elezioni di questi ultimi anni e, forse più importante di tutto, la disaffezione che ha fatto disertare le urne alcuni milioni di elettori dei quali, se gli studi sono corretti, la maggior parte apparteneva a una sinistra che loro non ritenevano più degna di essere votata.

Per quanto riguarda il metodo (che, poi, in realtà è la vera sostanza) e che riguarda un po’ tutti, anche coloro che ultimamente si sono – almeno dal punto di vista mio – ravveduti e hanno deciso di cambiare strada, il disastro fondamentale è stato costituito dall’acquiescenza davanti a una mortifera mutazione del linguaggio. Abbiamo accettato, per esempio che nella locuzione “raggiungere un obbiettivo” il verbo “raggiungere” sparisse per dare spazio soltanto a “conquistare”, o “comperare”, sottolineando così implicitamente che gli obbiettivi necessari non devono essere raggiunti con fatica e pazienza da chiunque ha ideali, dedizione e capacità di lavorare insieme ad altri, ma possono essere fatti propri soltanto da chi è più forte, o da chi è più ricco. Mai da chi ha dimostrato con il ragionamento, e anche con la necessaria mediazione, di poter offrire la soluzione migliore. E, per illustrare il degrado in cui stiamo vivendo, la recente infinita sequela di fiducie imposte dai governi al Parlamento sono ancor più desolantemente eloquenti delle compere di deputati e senatori per far cadere i governi avversi. Perché in tal modo è la stessa sostanza della democrazia a essere messa in discussione, e non alcuni disonesti, corruttori e corrotti, disposti a perdere la faccia, ma non il portafogli, né il potere.

Continuo a credere che sia proprio il linguaggio la chiave di volta per far sì che i sogni al risveglio non svaniscano. Veder rincorrere i sondaggi, o copiare le espressioni di uomini politici di parte avversa soltanto per lucrare qualche voto, o parlare per ore, pur pregevolmente, sul nulla, sono cose che non fanno né guadagnare voti, né crescere il Paese e i suoi cittadini.

Parlare agli elettori come si presume che loro desiderino e non come davvero si ritiene di dover fare è esattamente come credere di poter avvicinare i giovani usando soltanto il loro linguaggio e i loro social network. Chi lo fa crea contemporaneamente in me un sentimento di pena e uno di rabbia. Pena perché nessuno di noi anziani riuscirà mai a raggiungere il grado di raffinatezza, nel loro modo di esprimersi, dei cosiddetti “nativi digitali” e, quindi, continuerà ad apparire come un estraneo; talvolta anche un po’ buffo. Rabbia in quanto, così facendo, si negano ai giovani le ricchezze di altri linguaggi che, invece, probabilmente apprenderebbero molto volentieri anche perché sono stati proprio questi linguaggi, apparentemente desueti, ma in realtà ancora necessari, a creare non soltanto gli aspetti detestabili e deteriori del mondo in cui stiamo vivendo, ma anche quelli che innegabilmente hanno continuato a rendere mediamente migliore la vita degli uomini sulla faccia della Terra. E che si sono consumati nel tentativo inesausto di creare proprio quei sogni sui quali – è vero – ci si divide troppo spesso.

Parlare di questi linguaggi mi sembra particolarmente doveroso oggi, 4 dicembre, primo anniversario della schiacciante vittoria dei “No” al referendum che ha impedito lo stravolgimento della nostra Costituzione che, se cambiata nel senso voluto da Renzi, con il famigerato “combinato disposto” avrebbe creato un serio deficit, se non una vera e propria voragine, nella nostra democrazia.

Ovviamente non dimentico che la vittoria dei “No” è stata dovuta sicuramente non soltanto alla determinazione di coloro che credono ancora nella nostra Costituzione, ma anche dalla scelta di quelli che hanno votato per antipatia, o per convenienza politica, contro Renzi. Ma vorrei anche ricordare che quando si tratta di votare soltanto contro Renzi le percentuali di chi va alle urne restano sempre molto basse, mentre al referendum sono andati ai seggi oltre il 65 per cento degli italiani aventi diritto. E credo che nel farli andare alle urne molto abbia inciso il fatto di sentir parlare finalmente con sincera convinzione di ideali e non di convenienze, o di interessi.

Buon 4 dicembre, data importantissima per la nostra democrazia, a tutti.


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sabato 2 dicembre 2017

Norma non transitoria

Nel 2005 Sergio Luzzatto diede alle stampe il pamphlet “La crisi dell’antifascismo” e per presentarlo fu organizzato a villa Manin un convegno intitolato “Verso il post–antifascismo” al quale partecipai con l’autore stesso e con Ettore Mo. Fu l’occasione per analizzare tutti i segni che già allora indicavano che i fascisti non soltanto stavano rialzando la testa, ma chiedevano addirittura una piena, oltre che impossibile, riabilitazione.

Ora sembra quasi che il viaggio sottinteso da quell’avverbio “verso” si sia fortemente avvicinato alla conclusione, visto che gli ultimi avvenimenti vengono trattati come episodi di scarsa importanza e non collegati tra loro. A Ostia le botte con i manganelli che si accompagnano al fortunatamente incompleto successo elettorale della destra estrema, vengono attribuiti soltanto alla malavita. A Como l’irruzione di una dozzina di naziskin quasi in divisa nella sede di un gruppo di accoglienza viene derubricata da molti a ragazzata, o, al massimo, a intimidazione, come se perché si configuri la violenza fosse necessario che ci siano ematomi, ecchimosi, spargimenti di sangue e come se il fascismo e tutte le dittature, di qualunque colore fossero e siano, non facessero sentire la propria prepotenza soprattutto con intimidazioni psicologiche riservando manganello, olio di ricino e armi propriamente dette soltanto ai casi più ostici e ad azioni di propaganda intimidatoria, appunto.

In questi anni troppi sono stati gli episodi di riemersione fascista e troppi i silenzi, o addirittura le complicità sotterranee, quasi sempre motivate da miopi convenienze politiche. Ed è giunto il momento che, al di là della doverosa indignazione pubblica, si ricominci a pensare che antifascismo, non è una vuota parola da usare soltanto nei discorsi celebrativi, ma è un vocabolo vivo, fatto di carne e di sangue, di dolore e di morte, sul quale si fonda tutta la nostra Costituzione e, quindi, la nostra Repubblica.

Non può non essere considerato colpevole chi ha lasciato che un deprecabile revisionismo tentasse – e ancora tenta – di smontare e ricostruire la storia, parlando di “guerra civile” e non di Lotta di Liberazione, come se i fascisti alleati dei nazisti e coloro che hanno liberato l’Italia da loro fossero semplicemente due parti diverse in una lotta fratricida tesa soltanto alla conquista del potere. E non ci fossero, invece, da una parte l’aggressione e il sopruso, e dall’altra la ribellione di difesa e di riscatto. Ripetendo continuamente – e giustamente – che tutti i morti meritano identica pena, ma dimenticando ingiustificabilmente di dire che gli ideali per i quali hanno dato la vita sono diversi e hanno ben diversa motivazione e dignità. Mettendo in maniera inammissibile sullo stesso piano coloro che al fascismo si sono opposti e coloro che il fascismo hanno sostenuto. E non perché i primi abbiano vinto la guerra e i secondi l’abbiano perduta, ma perché il fascismo è stato la promulgazione delle leggi razziali, le guerre di aggressione coloniale, l’ingresso in guerra a fianco dell’orrore nazista, i pestaggi, le prigionie, gli assassinii di tanti avversari politici, l’uccisione di Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Amendola e di tanti dissidenti, l’invio al confino – e non in vacanza, come ha detto Berlusconi, allora impudente e ignorante presidente del consiglio – di molti altri che si opponevano perché si rifiutavano di smettere di pensare; è stato la soppressione della libertà di stampa, l’eliminazione della maggior parte dei diritti civili, la dissuasione violenta nei confronti del libero pensiero. Dall’altra parte i partigiani erano coloro che volevano giustizia e libertà nell’ambito di una pace e di una democrazia che oggi sicuramente non sarà così bella come loro allora la sognavano, ma che esiste ancora e che non abdica mai alla speranza di migliorare.

Il fascismo e il nazismo sono state due tra le più forti negazioni dell’umanità, mentre la Resistenza e l’antifascismo, di quella stessa umanità, sono state tra le più alte affermazioni laiche.

Parafrasando la frase scritta da Bertold Brecht nella “Vita di Galileo”, «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», si potrebbe dire «Felice quel popolo che non ha bisogno di Giornate della memoria». È triste dirlo, ma il nostro non è un popolo felice e ha ancora un disperato bisogno di ricordare per non ripetere gli errori – e soprattutto gli orrori – del passato. E Per rendersi conto del valore della memoria, basterebbe pensare a come in Italia, siano tornate a galla idee aberranti come xenofobia, aterofobia, razzismo; in definitiva, a come stia nuovamente gonfiandosi l’intolleranza contro coloro che sono avvertiti come diversi.

Nella parte finale della nostra Costituzione è scritto: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Molti la ricordano come la dodicesima delle “disposizioni transitorie”, ma intanto va ricordato che il titolo esatto della sezione è “Disposizioni transitorie e finali” e anche che, se proprio non la si vuole vedere come finale, questa prescrizione vedrebbe chiudersi la propria provvisorietà non dopo un determinato numero di anni, ma soltanto dopo la sparizione definitiva di ogni rigurgito fascista. Cioè, come storia e cronaca ci insegnano, purtroppo mai.

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venerdì 24 novembre 2017

Dov’eravamo rimasti?

Dopo un insolitamente lungo silenzio, dovuto a momenti di attenzione alternati a punte di sconforto, la domanda naturale è: dov’eravamo rimasti? E la risposta non può che essere che siamo rimasti sempre lì e che è ora di riprendere a parlare, non con la pretenziosa idea di poter influire in qualche maniera, ma per esprimere chiaramente il proprio pensiero assumendosene la responsabilità.
 
È ovvio e inevitabile che durante la lunghissima campagna elettorale che ci attende saremo bersagliati continuamente da slogan stucchevoli e promesse e progetti irrealizzabili. Ma cerchiamo di limitare questo inquinamento propagandistico, almeno nelle parti di più improbabile realizzazione. Tra queste un ruolo di primo piano spetta alla campagna che il PD svolge ossessivamente nel nome di una «unità delle sinistre» perché «divisi perdiamo».

Proviamo a mettere a fuoco soltanto alcuni punti che dimostrano che, stando così le cose, l’alleanza tra PD e Articolo Uno – MDP, appartiene al regno dell’irrealtà. E, quindi, che Renzi e i suoi potrebbero risparmiarci geremiadi che servono soltanto a porre le premesse per successive recriminazioni.

Cominciamo con la risposte date a un partito che si è dato il nome di “Articolo Uno” richiamandosi esplicitamente a quello della nostra Costituzione che non recita soltanto «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», ma continua sottolineando che «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Ebbene, sul primo punto, la risposta renziana è stata netta perché ha messo in chiaro che di altre cose si potrà parlare, ma sul Jobs Act ogni discussione è inammissibile perché «nessuno ci può chiedere un’abiura» e perché «è una buona legge che ha creato quasi un milione di posti di lavoro». Che la gran parte di questi posti di lavoro sia a tempo determinato e già conclusi, a contratto depotenziato, a chiamata variabile, a salario neppure di sussistenza tutti, lo sanno, ma sono argomenti che non devono scalfire la monumentalità del numero «quasi un milione» che ricorda la parabola berlusconiana almeno quanto la filosofia della legge che è sul lavoro, ma contro i lavoratori.

E anche sulla seconda parte dell’Articolo Uno, sulla sovranità che appartiene al popolo, c’è molto da dire visto che il Parlamento, unica realtà istituzionale eletta direttamente dal popolo, è stato imbavagliato dal PD con una serie senza paragoni di cosiddetti “voti di fiducia” che, in realtà, con la fiducia c’entrano ben poco, e che la nuova legge elettorale, voluta sempre dal PD, continua a limitare in maniera drastica le possibilità di scelta da parte di quel popolo cui la Costituzione fa riferimento.

Poi, se pensiamo a quella prima persona plurale del verbo “perdiamo”, mi sembra evidente che, sotto un unico tetto, nasconda due realtà profondamente diverse: per Renzi questa forma verbale si basa su una specie di plurale maiestatis perché la sconfitta riguarderà lui, o, al massimo, il partito di cui è segretario. Per gli altri a sinistra del PD la sconfitta, invece, in caso di vittoria di un’alleanza con il PD, riguarderebbe tutta una serie di ideali e di valori politici che continuerebbero, come in questi ultimi tre anni abbondanti, a essere molto vicini a quella destra che a parole si vitupera, ma ai cui obbiettivi nei fatti ci si conforma: una vittoria teorica, quindi, ma una sconfitta reale. E destinata anche a pregiudicare negativamente qualunque speranza futura. A Cuperlo, che dice che «Non è pensabile che non si trovi una convergenza sui contenuti», basterebbe ricordare che dei contenuti del Jobs Act è vietato parlare e che, mentre Fassino cerca di fare mediazioni con la sinistra, Guerini sta trattando con una parte della destra, che sarà anche moderata, ma sempre destra rimane.

Quando Bersani dice che, a meno di cambiamenti seri, di svolte radicali, si ricomincerà a parlarsi dopo il voto, Renzi risponde che le alleanze non si trattano dopo il voto. E allora? Prevede già di tornare subito alle urne? Oppure la trattativa è vietata soltanto con la sinistra, mentre dopo il voto quella eventuale con Berlusconi diventerebbe lecita per una questione di numeri capaci di formare una maggioranza?

Un ultimo argomento: la supposta antipatia personale. È vero: Renzi sta molto antipatico a tutti coloro che si sentono di sinistra. Ma non è una questione personale, come non era personale l’antipatia che si provava – e si prova – per Berlusconi. In un’epoca in cui si è voluto distruggere il vecchio concetto di partito per convertirlo in una specie di comitato elettorale per un capo, il capo diventa il simbolo di quel comitato e delle idee che porta avanti. Quindi non di antipatia personale si tratta, ma di assoluta distanza politica. E da questo deriva anche il fatto che in qualunque caso, anche in elezioni locali in cui il candidato dem potrebbe essere considerato degno, il voto per il PD sarebbe assimilato comunque a un voto a Renzi e, quindi, diventa impossibile.

Per concludere, in mancanza di una svolta radicale da parte del PD di Renzi, una convergenza elettorale tra sinistra e PD diventa un’ipotesi irreale: chi è uscito da quel partito, o chi ha deciso di non votarlo più perché ha ritenuto che quel partito si è separato da una parte enorme dei suoi elettori in quanto ha cambiato patrimonio genetico, ha agito così per profondi convincimenti politici e non per momentanee antipatie e, quindi, non ha la minima intenzione di rinnegare se stesso e i propri ideali. Il bacino di voto del possibile nuovo polo di sinistra si estende, infatti, soprattutto in quel largo mare di cittadini che non vanno più a votare.


Fassino dice che «dalla nostra gente sale una forte domanda di unità»: forse quel “nostra” si riferisce soltanto agli elettori del PD perché gli altri hanno ben presente che dalle Europee in poi quella fantomatica unità ha portato soltanto a sconfitte sanguinose. Una sinistra che si alleasse con il PD di Renzi, finirebbe per certificare che i comportamenti politici di Renzi sono accettabili, e perderebbe immediatamente il rispetto di chi lo ha già tolto a Renzi e ai suoi.

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giovedì 26 ottobre 2017

Questione di odorato

In tanti ci siamo sbagliati: lo stile apparente è certamente diverso, ma la sostanza concreta è sicuramente uguale. Tra Renzi e Gentiloni, in realtà, non esiste alcuna discontinuità, se non di facciata. L’attuale presidente del consiglio pro tempore, dopo le cinque fiducie ottenute al Senato grazie all’aiuto di Verdini, della Lega e di Forza Italia, davanti alle proteste della sinistra, dei grillini e di parte dei suoi, ha detto: «L’alternativa è l’esercizio provvisorio. Perciò si prendono i voti che ci sono». Mentre il capogruppo Pd al Senato, Zanda, ha rincarato: «Non dite che il sostegno di Verdini puzza. Quando servirà a votare la fiducia sullo Ius soli saranno in tanti a ricredersi».

La prima considerazione riguarda le parole di Gentiloni che fa finta di dimenticarsi che MDP è uscito dalla maggioranza a causa delle scelte renziane (credo sia ormai inutile parlare di Gentiloni come entità politica non eterodiretta) proprio sulla legge elettorale e non sulla manovra economica. Quindi, l’esercizio provvisorio è sbandierato come un comodo spauracchio molto più che come un pericolo reale.

La seconda si appunta sulle frasi di Zanda che, come Rosato, alla Camera, da buon capogruppo dell’attuale PD, dimostra di essere convinto che la cosiddetta democrazia sia divisa in due parti distinte. Nella prima si contano i voti dei cittadini e in qualche modo si distribuiscono i seggi. Nella seconda ci si dimentica completamente dei voti dei cittadini e si fa tutto quello che si desidera fare accettando – anzi, istigando – una ridistribuzione dei seggi con trasmigrazioni assortite tra i vari gruppi parlamentari e dando vita a maggioranze variabili e temporanee; comunque sempre di comodo.

Particolarmente azzeccato mi sembra il concetto che riguarda la negata “puzza” dell’appoggio di Verdini e che finisce per assimilare i voti al denaro, richiamando esplicitamente alla memoria la frase «Pecunia non olet», (il denaro non puzza) pronunciata dall’imperatore Vespasiano al figlio Tito che lo rimproverava di voler fare cassa imponendo tasse anche sui gabinetti pubblici. È una frase che oggi viene usata ironicamente e amaramente per sottolineare che quando si tratta di denaro, o comunque di convenienza, molte persone non stanno a guardare da dove esso provenga, pur di trarne profitto. E credo proprio di vedere una qualche giustizia nel fatto che Vespasiano sia passato alla storia quasi soltanto perché il suo nome è utilizzato ancora oggi per definire i cessi pubblici. Chissà se anche Zanda ha così alte ambizioni?

E grandi ambizioni verso i posteri sembra averne anche Matteo Orfini che, con la frase «Se Verdini vota la finanziaria, dà un voto tecnico. Niente di più», traccia un inedito tipo di separazione tra “voti tecnici” e “voti politici”, cancellando, di fatto, lo stesso significato della parola “politica” che può essere cancellata senza problemi ogni qual volta convenga farla sparire dal contesto di una frase. E cancella anche i concetti basilari della politica che prevede discussioni e mediazioni, sostituendoli “tecnicamente” con mercanteggiamenti e contratti.

Ma torniamo al “non puzza”. Adesso, così su due piedi, non riesco a ricordare una legge degna fatta da Berlusconi, ma ricordo bene che nessuno dell’opposizione di centrosinistra è mai andato al suo soccorso per salvarlo mentre voleva approvare una delle tante leggi indegne pro domo sua, nell’illusione che, se fosse rimasto in sella, più avanti avrebbe potuto forse fare qualcosa di degno per tutti. Prendetelo con le giuste proporzioni e accettando anche un leggero sovvertimento temporale, ma sarebbe stato un po’ come appoggiare Mussolini nella decisione di invadere l’Etiopia perché poi avesse la possibilità di bonificare le paludi pontine.

E, del resto, se i voti sono privi di odore come il denaro, va anche ricordato che il denaro è sempre molto sporco ed è considerato uno dei più efficaci diffusori di infezioni e malattie. E anche che il paragone tra denaro e voti finisce inevitabilmente per richiamare alla memoria che il denaro serve per comperare qualcosa e, quindi, non ci si può non chiedere cosa Verdini intenda comperarsi con quei voti. La risposta è già stata data più volte e credo proprio che in primavera vedremo realizzarsi lo scambio–merce.

Un ultimo pensiero riguarda il fatto che i voti sporchi, oltre a quelli di Verdini, sono anche quelli del PD di Renzi. Entrambi, infatti, mettono illecitamente al loro personale servizio i suffragi che i cittadini hanno affidato loro con scopi totalmente diversi e, facendo ciò, non soltanto realizzano un’appropriazione indebita, ma soprattutto distruggono il concetto stesso di democrazia.

Il mio olfatto etico, a differenza di quello di Zanda e compagnia, percepisce ancora gli odori e, se è assodato che una casa si impregna degli effluvi di chi la abita, è altrettanto certo che chi in quella casa resta a lungo finisce per assumere i medesimi olezzi, anche se magari non li apprezza. E la puzza poi, anche a prescindere dalle persone su cui si è attaccata, si sente inevitabilmente a tutti i livelli: nazionali, regionali, locali.

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giovedì 19 ottobre 2017

Copenhagen, per riflettere

Mentre la nostra attenzione è monopolizzata e tramortita da nefandezze come quelle combinate da un rampante fiorentino che agisce come se fossero di sua esclusiva proprietà il suo partito, le istituzioni, l’Italia intera, oppure resta sbalordita che si alzi giustamente un grande sdegno nei confronti di uno schifoso predatore sessuale di Hollywood, mentre nessuno si stupisce che il nome di un suo omologo di Arcore (anche se lui preferiva considerarsi un “utilizzatore finale”), pur essendo ineleggibile, finisca nel simbolo di un partito per le prossime elezioni politiche con la prospettiva di raccattare valanghe di voti, ogni tanto fortunatamente capita un’occasione per tornare a riflettere un po’ più profondamente su problemi che sono molto più grandi e che non dipendono direttamente da noi.

Mentre, infatti gli uomini di Firenze e di Arcore avremmo potuto fermarli prima che potessero combinare disastri votando in maniera diversa, nulla avremmo potuto fare per evitare che due gocattoloni come Trump e Kim Jong-un decidessero di baloccarsi minaciandosi a vicenda con ordigni nucleari. Ed è davvero ora – ce lo insegna anche la recentissima assegnazione del premio Nobel per la pace – che torniamo a pensare a incubi che sembravano spariti dal nostro orizzonte.

Uno degli stimoli più efficaci per ragionare sul nucleare, come speso accade, ce lo offre il teatro; in questo caso con “Copenhagen” che ho già visto un po’ di anni fa nella prima versione italiana, prodotta dal CSS di Udine, e che ora, in un riallestimento coprodotto con il Teatro Nazionale di Roma, inaugurerà, andando in scena il 15, il 17 e il 19 novembre al Palamostre di Udine, la Stagione Contatto 36 del CSS: Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice ricompongono il trio di attori protagonista dell’avvincente dramma storico–scientifico sulla ricerca atomica, scritto dal commediografo britannico Michael Frayn. Ci saranno anche due pomeridiane, pensate anche per gli studenti, il 16 alle 17 e domenica 19 alle 18.

Sul palcoscenico tre grandi interpreti del teatro italiano si ritrovano in un drammatico e serratissimo faccia a faccia: “Copenaghen” è una disputa etica e scientifica a tre voci, densa di riflessioni e interrogativi alla vigilia del primo devastante uso della bomba atomica. La vicenda, ambientata nel 1941 proprio nella capitale nordeuropea, ricostruisce l'incontro, fra due scienziati, entrambi Premi Nobel per la Fisica, Niels Bohr e Werner Heisenberg. Due ex compagni di ricerche costretti dalla guerra a guardarsi come due nemici. E ancora oggi, quando gli spiriti di Bohr, di Heinseberg, e di Margrethe, la moglie di Bohr, tornano a rivivere i moneti cruciali di quella notte fatale, molti degli interrogativi di allora sembrano restare irrisolti, “indeterminati” come l’omonimo principio fisico che lo stesso Heinseberg enunciò per primo. Perché Heinseberg, il fisico che diresse le ricerche tedesche per la bomba atomica, si recò a Copenaghen per incontrare il suo mentore, il fisico Niels Bohr, un ebreo danese, cittadino scomodo in una Copenaghen occupata dai nazisti?

Ma il progetto non si conclude qui, visto che è accompagnato da “Retroscena atomici”, cche presenta convegni, incontri, spettacoli, film, giochi scientifici aperti alla partecipazione del pubblico. È un articolato progetto ideato dal CSS e dall’Università di Udine che, già cominciato lunedì 16 ottobre, avrà un altro importante momento di approfondimento questa sera (venerdì 20 ottobre) alle 20.30, al Palamostre con il filosofo, matematico ed epistemologo Giulio Giorello, ordinario di Filosofia della scienza all’Università Statale di Milano, in un “Dialogo attorno a Copenaghen” fra scienza ed etica con il matematico professor Furio Honsell e con il fisico professor Stefano Fantoni, Presidente della Fondazione Internazionale Trieste. Coordinerà l’incontro la giornalista Simona Regina.

È un’ottima occasione per riprendere a riflettere e, anche per la sua rarità, non va assolutamente perduta.

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lunedì 16 ottobre 2017

L’arroganza della paura

«La democrazia non ha mai affidato i poteri al popolo sovrano e quindi la sovranità è affidata a pochi che operano e decidono nell’interesse dei molti. È sempre stato così nella storia che conosciamo». Al di là del rispetto che non si può non dovere alla persona che esprime queste idee, non altrettanto si può dire di una condivisione con le idee espresse da quella persona.

Alcuni appunti soltanto. Il primo sottolinea come sia proprio la storia a ricordarci che, quando il rapporto tra elettori ed eletti si interrompe, questo è successo perché – è sempre lo stesso Scalfari a sottolinearlo – il «capo aveva una qualità leaderistica molto forte e, in quanto tale, anche alquanto pericolosa per la democrazia»; oppure in quanto la democrazia è stata storpiata, se non uccisa, da una legge elettorale sbagliata, o addirittura palesemente diretta verso quello scopo.

Il secondo appunto ci fa chiedere se davvero «operano e decidono nell’interesse dei molti» coloro che hanno ideato e approvato leggi come il Jobs act, la Buona scuola, il Salvabanche, l’attuale riforma sanitaria e hanno tentato di sovvertire la nostra Costituzione. Per quanto mi riguarda, la risposta è irrevocabilmente negativa.

Il terzo chiama in causa le modalità imposte alla Camera per far approvare la nuova legge elettorale, che non può non ricordare che questo sicuramente non è il primo episodio in cui Renzi pretende di sottomettere il potere legislativo a quello esecutivo, ma che mette anche in rilievo il fatto che l’attuale segretario del PD sta agendo sotto lo stimolo della paura, sia quando sceglie la strada del voto di fiducia, pur potendo contare, sulla carta, su una maggioranza schiacciante dei deputati, sia nel momento in cui spiega ai possibili alleati che di primarie di coalizione non se ne parlerà perché lo statuto del PD prevede che il segretario del partito sia anche il candidato premier. Come se chi del PD non è dovesse comunque accettare le regole di quel partito. Eppure in primarie di coalizione i voti dei dem dovrebbero essere largamente di più di quelli degli alleati.

A meno che non si tema che, nel segreto dell’urna, questo segretario non piaccia più proprio tanto ai teoricamente suoi.

Ma il timore di non farcela fa perdere anche il senso dell’opportunità tanto che, pur davanti alla necessità di impostare un’alleanza, scompare ogni apertura, ogni promessa di collegialità; e, infatti, addirittura il morbido e duttilissimo Pisapia esplode : «Ci vuole maggiordomi, ascari; gioca a fare Biancaneve e i sette nani».

A fare ulteriore luce su questo labirinto in cui si è cacciato il PD è arrivata la cosiddetta festa per il decennale di quel partito in cui uno dei pochi fondatori intervenuti, Walter Veltroni, si è sentito in dovere di puntualizzare: «Non abbiate paura della parola “sinistra”, non cercate l’indistinto, non camuffatela. Non è solo una collocazione parlamentare. La sinistra è un’idea del mondo, delle relazioni tra le persone, della giustizia. E ricordate che il PD è nato per unire e non per dividere». Un esplicito richiamo agli iscritti a un partito di centrosinistra a tornare a essere di centrosinistra.

E Renzi, evidentemente distratto mentre Veltroni parlava, ha subito puntualizzato con un’arroganza che ancora una volta ha superato la paura: «Chi se ne è andato via ha tradito il popolo». Non soltanto lui: addirittura il popolo. 

Probabilmente non sarò da considerare parte di quel popolo cui lui si riferisce, ma io, che ho votato per il programma presentato da Bersani, mi sento invece tradito proprio da Renzi che ha usato anche il mio voto per fare cose che hanno rallegrato il centrodestra, ma che non avrei mai voluto veder fare con il mio voto. E sono certo di non essere il solo a pensarla così.

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venerdì 13 ottobre 2017

Sdegno, ma soprattutto sconforto

I saggi raccomandano di lasciar passare un congruo lasso di tempo prima di parlare. Fidandomi, l’ho fatto, ma devo dire che, pur dopo molte ore, i sentimenti non sono cambiati di molto rispetto al primo momento: si può parlare di indignazione, sdegno, riprovazione, arrabbiatura, rabbia repressa, ma davanti a quello che è stato fatto succedere alla Camera, per far passare una legge elettorale che neppure il suo più accanito sostenitore riesce a definire buona, il sentimento più acuto che si avverte è quello della tristezza; anzi, dello sconforto.

Perché di avventurieri, pirati, approfittatori, egoisti, arrampicatori sociali in politica ne abbiamo visti tanti che hanno calpestato le necessità della polis per soddisfare quelle proprie, o quelle del proprio gruppo, politico, o meno che fosse. Ma mai, se si eccettuano alcuni tentativi, fortunatamente falliti, si era tentato non di abbattere platealmente la democrazia (fatto troppo clamoroso perché possa essere accettato da un popolo, pur abbastanza intorpidito da anni di indotto disinteresse) ma di stravolgerne il significato fino a rovesciarne il senso; fino a rendere nocive le cose buone che aveva introdotto in un mondo da sempre assuefatto agli autoritarismi di svariatissime fatte; fino a riuscire a sbandierare il nome della democrazia, ma soltanto il nome perché, invece, la sostanza si è tanto corrotta da diventare sempre più simile a un dispotismo di vecchio stampo mascherato con alcuni inefficaci pseudo abbellimenti di facciata.

E questa deriva – che è giusto non chiamare fascismo, ma sempre ricordando che il fascismo non è l’unico male che infetta il mondo – ha travolto valori, idee, organizzazioni, persone, istituzioni.

Non mi riferisco certamente a Renzi perché lui, peggio di come si era già comportato non avrebbe potuto fare, ma pensate a Gentiloni, uomo che aveva dato speranze per la sua moderazione e per il modo in cui ha affrontato alcuni temi sociali, ma che alla fine si è rivelato quello che tanti temevano: soltanto un “uomo dello schermo” la cui funzione, ben lungi dai romanticismi danteschi, è stata soltanto quella di nascondere Renzi che, in realtà, è sempre stato colui che ha diretto il governo: in forma nascosta fin quando è stato possibile, in maniera assolutamente palese quando l’arroganza è diventata necessaria per portare avanti una richiesta di fiducia governativa su una materia per la quale il Presidente del Consiglio apparente aveva spergiurato che mai sarebbe intervenuto.

Ripensate a quelli, come Bersani, che se ne sono usciti dal Pd, ma lo hanno fatto troppo tardi, quando ormai non avevano potuto più incidere su nulla, neppure su un indebolimento di quel Renzi per le cui iniziative avevano continuato a votare per amore della “ditta”. E che poi per troppo lungo tempo se ne sono stati tranquilli aspettando quelli che, come molti seguaci di Pisapia, nel PD non ci sono mai stati, ma che non vedrebbero l’ora di entrarci, in tutto o in parte, per occupare qualche poltrona.

Provate ad appuntare di nuovo la vostra attenzione sulla parola “governabilità”, in realtà una parolaccia che è nata per difendere qualsiasi nefandezza compiuta ai danni della rappresentanza. E il succo della democrazia è la rappresentanza, non la governabilità che in una dittatura è comunque assicurata, anche se di rappresentanza non c’è la minima traccia. E qualunque decisioni sposti l’equilibrio democratico di una nazione allontanandolo dalla rappresentanza per avvicinarsi alla governabilità dovrebbe far sobbalzare per il sospetto, se non direttamente per il raccapriccio.

Pensate che ci sia ancora rappresentanza? Come, visto che i voti vengono manipolati con soglie di sbarramento, per di più diverse se si riferiscono ai partiti, o alle coalizioni? Visto che si vorrebbero ancora i premi di maggioranza? Visto che ci sono liste e capilista bloccati e candidature multiple? Se almeno i due terzi dei prossimi parlamentari non dovrebbero essere scelti dal popolo, ma dai maggiorenti dei vari partiti?

Ricordate come nel referendum del 4 dicembre abbia vinto quella parte della nazione che voleva tenere ben separati il potere legislativo da quello esecutivo e riguardate a come oggi il Parlamento – o per il momento la Camera – sia stato ancora una volta umiliato con una serie di voti di fiducia imposti su un’orrenda legge elettorale che, oltre a tutto, vuole cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle nuove consultazioni.

Per una volta, per una volta almeno, l’unica via d’uscita onesta da questo ginepraio di orrende e incostituzionali leggi elettorali in cui ci hanno cacciato tutti coloro che per anni hanno tentato di approfittare in maniera truffaldina della loro apparente situazione di vantaggio, sarebbe quella di tornate al proporzionale puro per riavere per una volta, per una volta almeno, seduti nel Parlamento degli eletti che rappresentino davvero il quadro politico del popolo italiano. E che possano mettere mano seriamente, e in tempi non sospetti, a una legge elettorale seria.

All’inizio parlavo di sconforto, ma lo sconforto deve necessariamente essere soltanto un momento di passaggio che riporta all’indignazione e all’imperativo categorico di impegnarsi per cancellare la maggior parte delle tante brutture con le quali ci hanno costretti a convivere coloro che, pur senza poterli scegliere, abbiamo eletto.

E ora cosa fare? Sicuramente non disertare le urne, ma battersi, invece, per sostenere coloro che crediamo si impegneranno davvero nel cercare di restituirci la democrazia, tenendo ben presente che è sempre meglio una democrazia vera di una virtuale. Sia perché delle macchine, o meglio degli uomini che guidano le macchine, è meglio non fidarsi troppo, sia perché chi la pratica ancora non ha capito che democrazia non è vincere, ma saper rendere reali i bisogni e i sogni della gente, anche e soprattutto ricordandosi di non essere infallibili e di avere bisogno di arrivare a compromessi sapendo pure dire «Ho sbagliato» e tornando indietro per correggere gli errori.

Sembra casuale, ma forse non lo è: venerdì 20, alle 17.30, al circolo Nuovi Orizzonti, in via Brescia 1, ai Rizzi di Udine, l’Associazione Sul fronte delle idee ha organizzato un incontro per discutere sul tema «La visione che rinforza l'arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze...: il vincitore prende tutto», una frase tratta dall’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco. Sembra una citazione profetica, ma, ammesso e non concesso che il Pontefice si riferisse soltanto all’Italia, la previsione sarebbe stata abbastanza facile; quasi scontata.

Sembra che ancora una volta saremo costretti a disturbare Dante dicendo «Ahi, serva Italia». Ma, se ci si impegna, c’è ancora qualche possibilità che questa frase torni nell’armadio dei brutti ricordi.

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lunedì 9 ottobre 2017

Eppure ius vuol dire diritto

Talvolta restiamo talmente affascinati dalle parole da non accorgerci che con quelle stesse parole ci stanno turlupinando. A dire il vero, quando ci siamo resi conto che la dizione “ius culturae” era stata coniata per rendere meno sgradevole il concetto di “ius soli” alla destra e ai grillini, avremmo dovuto immediatamente subodorare la fregatura, ma, come spesso accade, a farci cadere in trappola è stata la fretta e la rinuncia a dedicare una congrua quantità di tempo alla riflessione prima di esprimere un giudizio, o anche soltanto a indagare meglio sul perché abbiamo provato quell’istintivo fastidio iniziale.

Perché il cosiddetto “ius culturae”, spesso citato dal ministro Minniti, dietro un’apparente gradevolezza legata al fatto che “ius” significa diritto, è, in realtà, un concetto molto più indigesto di quelli dello “ius soli”, o dello “ius sanguinis” che indicano, rispettivamente, il diritto di cittadinanza che è legato al luogo dove si nasce, o quello che discende dai genitori. Non solo è totalmente alieno a un pensiero pur vagamente di sinistra, ma addirittura, se ci si pensa bene, fa accapponare la pelle in quanto ridesta memorie terribili che non vorremmo mai che tornassero a diventare realtà.

Lo “ius culturae”, infatti, non può non chiamare in causa un’altra parolina pericolosissima: “identità”, che etimologicamente discende dal latino “idem”, proprio quello, da cui deriva anche l’italiano “identico”, che indica tutto quello che è perfettamente uguale all’originale. Quindi, se si dà per assodato quel “modello base” nel quale la vulgata più diffusa identifica l’italiano, questo vuol dire che ha la sua stessa identità soltanto chi parla la stessa lingua, professa la medesima religione, ha un uguale colore della pelle, si riconosce nella stessa storia, si riferisce a basi culturali coincidenti, mangia seguendo abitudini simili, e così via.

Ne discende, come ovvia conseguenza, che se tutte queste caratteristiche dovessero essere sottoposte a esame, anche molti di quelli che oggi sono italiani perché lo testimoniano i loro genitori, italiani a loro volta, vedrebbero messa a forte rischio – anche soltanto per la lingua e per la cultura – la loro cittadinanza italiana. Nessuno, infatti, potrebbe essere tanto italiano, tedesco, inglese, francese, ungherese, o quello che preferite, da poter sfuggire a un superbo e puntiglioso esercizio della negazione.

Allora appare chiaro che il vero problema non è che molti potrebbero restare esclusi, ma è che tutti noi potremmo restare esclusi, a seconda di chi decide quale sia la cultura, la lingua, la religione, l’ascendenza alle quali fare riferimento.

Inoltre, la storia – italiana, europea e mondiale – ci fa ricordare che ci sono state ciniche, violente e sanguinarie esclusioni basate anche sulla mancanza di una sola di queste identità.

E, a proposito di Europa e dell’assurdità di voler fissare un’ancor più complicata “identità europea”, ricordo che in una di quelle splendide serate di arricchimento culturale, sociale e religioso che accompagnavano le prime edizioni della mostra di Illegio, discutendo con il cardinale Paul Poupard, allora presidente del Pontificio consiglio per la cultura, e con il professor Tomas Halik, allora consulente del presidente ceco Vraclav Havel, sulla richiesta vaticana di inserire nello Statuto europeo una sottolineatura sull’anima cristiana dell’Europa, dopo aver ricordato che il nostro continente «oggi, oltre ai cristiani contiene milioni di ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, animisti e altri, ma anche persone che non credono in alcun Dio, ma nelle tecnologie, o nelle ideologie, o anche nell’onnipotenza del denaro», ebbi a dire che «è ben vero che l’anima europea è del tutto incomprensibile se non si fa riferimento al cristianesimo, ma che la sua complessità e la sua ricchezza sarebbero ben difficilmente comprensibili anche senza la filosofia dei greci e il diritto dei romani, senza l’arte del rinascimento, il pensiero dell’illuminismo, l’innovazione sociale della rivoluzione francese, l’utopia marxista, gli estremisti ideologici violenti e assortiti; purtroppo anche senza la piaga dei nazionalismi e dei razzismi che ancora di tanto in tanto tornano pericolosamente a galla. Insomma, le radici cristiane hanno, secondo me, ovvio e pieno diritto di cittadinanza nell’anima europea, ma la loro presenza non può essere “ad escludendum”, rispetto a chi cristiano non è, bensì deve avere lo scopo di portare la propria grande ricchezza ad accumularsi con le ricchezze che portano anche gli altri a creare un patrimonio che può essere preziosissimo, per profondità e moderazione, per tutto il resto del mondo».

Sentir parlare oggi dello “ius culturae” e per di più da parte di un cosiddetto esponente del centrosinistra, è un’ulteriore dimostrazione che l’attuale politica non ha più valori, ideali e punti di riferimento. E che, se non li recupererà al più presto, i rischi per il futuro saranno davvero terribili.

Non possiamo non renderci conto che quello di “identità culturale” è un concetto pericoloso e che, visto che siamo tutti diversi, quello di “identità collettiva” altro non è che un artificio semantico truffaldino, fittizio e non reale. E, allora, se l’identità nasce per dividere, per unire non si può non fare riferimento al concetto di appartenenza, a una specie di “ius voluntatis” che si esercita decidendo, o meno, di essere obbedienti e ossequienti alle leggi e alle regole che una società si è data.

E allora riacquisterebbero il loro posto e peso reali anche la parola “confine” che è quella linea che mette a contatto (“cum”) noi e gli altri, e la parola “frontiera” che indica, invece, che dalle due parti di quella linea immaginaria si fronteggiano entità non soltanto diverse, ma che vogliono sopraffarsi a vicenda.

E se uno è davvero di sinistra, caro ministro Miniti, non parla di “ius culturae” e, quindi, di identità, ma di condivisione. Non parla di frontiere che separano, ma di confini che invece attraversano fruttuosamente tutta la società e, uno per uno, tutti noi stessi, che anche di contraddizioni siamo fatti.

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sabato 7 ottobre 2017

Statica e dinamica

Mi rendo conto che rischio di essere terribilmente noioso, ma, in un momento in cui tutti ripetono che è necessario realizzare «l’unità della sinistra», mi sembra doveroso tornare a chiederci, ancora una volta, che cos’è la sinistra. Perché, per esempio, se si vuole costituire un’associazione tra vegani sarà ben necessario assicurarsi che tra i soci non ci siano anche molti estimatori di fiorentine, cotolette, salami e prosciutti.

Poi tutti dicono che in politica queste distinzioni sono molto più sfumate, o addirittura non esistono, ma io credo che questa affermazione valga soltanto per quella cosa che oggi viene ancora definita politica e che, per esempio, permette a Renzi di definire a giorni alterni “nemici” e “amici” coloro che se ne sono andati perché non sopportavano più il suo satrapismo; mentre non valeva affatto per la politica vera, quella che si occupava del bene della polis.

E allora, senza neppure andare a disturbare l’illuminante “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica”, scritto da Norberto Bobbio nel 1994, proviamo a chiederci cos’è in realtà la sinistra e, quindi, chi in questa sinistra unita può avere i titoli per entrare. Altrimenti dovremmo parlare di un’unione di altro tipo; sempre legittima, per carità, ma destinata a usare altri termini per identificarsi e per non truffare coloro che credono onestamente di entrare in un tipo di consesso e poi, inopinatamente, si trovano in un luogo completamente diverso.

Secondo me la prima e più importante differenza, da cui tutte le altre discendono, è che, in politica, la destra è un concetto statico, mentre quello di sinistra è assolutamente dinamico. Per spiegarmi meglio coloro che sono di destra puntano a creare una situazione, o a tornare a una condizione, che considerano ottimale per il loro benessere; una volta raggiunto l’obbiettivo, operano in modo tale che tutto si fermi per non compromettere l’equilibrio – o il disequilibrio – raggiunto. La sinistra, invece, sa di non avere punti di arrivo definitivi, ma soltanto tappe da completare per proiettarsi poi verso nuovi traguardi perché, se il sogno è quello di un benessere paritario per tutti, mai ci potrà essere una situazione nella quale non esistano più ingiustizie, disparità, sofferenze, egoismi e, quindi, dopo ogni conquista bisognerà rimettersi immediatamente in moto senza neppure darsi il tempo per festeggiare.

Ma veniamo anche a esempi concreti. Non ritengo di sinistra coloro che dicono che il Jobs Act è stata una legge splendida perché ha procurato 850 mila posti di lavoro in più. A prescindere, infatti, che la situazione economica generale non poteva non creare un “rimbalzo” dopo che si era toccato il fondo in termini di occupazione, mi appare in clamorosa malafede chi ferma la sua analisi al numero degli occupati trascurando completamente la qualità dell’occupazione in termini di durata, retribuzione, sicurezza. È come voler inserire nello stesso calcolo cose totalmente diverse e – la matematica ce lo insegnava già alle elementari – la cosa non ha senso. Non ritengo di sinistra coloro che, dopo aver affermato giustamente che le imprese devono poter sopravvivere, accollano il peso di questa sopravvivenza esclusivamente sui lavoratori, causandone l’impoverimento e l’emarginazione sociale e, come conseguenza inevitabile, anche la crisi del mercato.

Non ritengo di sinistra coloro che, come Alfano, ma anche come la Boschi e non come Delrio, dicono che quella dello Ius soli è una legge giusta, ma da far votare in altri momenti perché la sua approvazione potrebbe far perdere qualche voto. Perché nella sinistra, come dicevo prima, è l’insoddisfazione il motore principale che spinge ad agire comunque. Se non lo si fa, si ritiene che la convenienza sia più importante del valore che si vuole difendere; e di dinamico in questo non c’è proprio nulla.

Non credo siano di sinistra quelli che, costruendo leggi elettorali con grandi premi di maggioranza, liste bloccate, capilista sicuri e pluricandidature, antepongono la cosiddetta governabilità alla rappresentanza. Non è certamente di sinistra, infatti, pensare che si possa conferire ogni potere a un uomo per cinque anni. E non soltanto perché è legittimo non fidarsi del fatto che l’abitudine al potere può far perdere il senso delle proporzioni e finire per credersi infallibile, ma in quanto in cinque anni molte situazioni del tutto inattese possono affacciarsi all’orizzonte e non è lecito togliere ai cittadini la possibilità di esprimersi in maniera efficace davanti alle nuove evenienze.

E in questo senso non è di sinistra – so che ad alcuni questa affermazione piacerà ancor meno delle altre, ma tant’è – chi, proprio per favorire la cosiddetta governabilità, si mette in testa di cambiare nella sostanza una Costituzione che si ha sempre difeso; e anche chi questo tentativo, fortunatamente fallito poco meno di un anno fa, ha approvato e continua a dire che era nel giusto.

E potrei andare avanti ancora a lungo, ma già questi punti bastano per capire che troppo spesso, quando si parla di «unità della sinistra», non lo si fa nell’ottica di un significato politico per la ricerca di alleanze che puntino al bene della gente, ma soltanto per assicurare la vittoria al proprio partito o, forse più frequentemente, comunque troppo frequentemente, per assicurare un posto a se stessi.

Fare politica è un’ambizione seria. Facciamo in modo che questa ambizione – sempre estremamente dinamica – possa diventare realtà.


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domenica 1 ottobre 2017

La rinuncia a educare

Apparentemente la notizia è che il Mediterraneo vale 5.600 miliardi di dollari, il 20 per cento del valore complessivo di tutti i mari del globo, pur costituendone soltanto l’1 per cento in termini di superficie. Lo afferma il WWF, specificando che la stima è stata fatta tenendo conto di pesci, piante, coste, minerali, clima e turismo e sottolineando anche che il calcolo è eseguito largamente per difetto in quanto nel conto non sono stati inseriti né gli idrocarburi, né le altre risorse profonde.

Il WWF trae la conclusione che noi siamo particolarmente fortunati a vivere sulle sue coste, o nelle sue immediate vicinanze, e lo dice nella speranza di convincere più gente possibile – inquinatori grandi e piccoli, ricchi e poveri – che salvare il Mare Nostrum è economicamente conveniente perché altrimenti si rischia di distruggere un enorme capitale.

In realtà, però, la vera notizia è che se anche il WWF si è rassegnato a ritenere che l’unica spinta verso un comportamento ecologico e responsabile può essere soltanto quella economica, allora vuol dire che la rinuncia a educare ormai è pervasiva e diffusa, anche se speriamo non ancora irreversibile.

Con questa sollecitazione legata al valore di un mare, fatta per di più da uno dei maggiori enti per la difesa del pianeta, passa il messaggio che l’ecologia va rispettata per una mira di guadagno e non per rispetto della natura, né, tantomeno, per convincimento culturale ed etico. E, se questo fosse vero, allora sembrerebbe ovvio desumere che invece ci si può comportare in maniera indiscriminata nei confronti delle realtà che non sembrano avere un valore pecuniario; come, per esempio, i diritti altrui.

Educazione, cultura ed eticità, insomma, passano decisamente in secondo piano, o, probabilmente, ancora più indietro.

E tutto questo finisce per far quasi dubitare che possa aver ragione la sciagurata ministra Fedeli che propone l’ingresso in classe degli smartphone e la riduzione di un anno della durata sia delle medie inferiori, sia di quelle superiori. Infatti, se la scuola deve fornire soltanto nozioni e non cultura, strumenti di ragionamento ed educazione, allora davvero non servono tanti anni; e neppure tanti libri in quanto basterebbe collegarsi, quando serve, a qualche sito internet, senza minimamente neppure porsi il problema di quanto possa essere attendibile.

E, d’altro canto, appare sempre più evidente che il pensare, come il leggere, in questo nostro mondo che sempre più sembra amare nuovamente affidarsi all’uomo solo al comando, siano diventati comportamenti quasi rivoluzionari e, quindi, mal sopportati.

E, allora, continuate a leggere e a pensare, come forme di radicale disobbedienza civile. E continuate a operare perché anche gli altri lo facciano.


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mercoledì 20 settembre 2017

Una questione di dignità

Ma qualcuno si ricorda ancora che quello di sinistra è stato un concetto molto serio e che per molti – o almeno per quelli che di sinistra ancora si sentono – continua a essere tale? La domanda sorge spontanea visto che sono tanti quelli che sembrano pensare che ormai sia soltanto un fastidioso ricordo del quale ancora due cose soltanto possono essere utili: non tanto i valori che spesso finiscono per diventare dei fastidiosi impicci, ma l’uso del nome, che talvolta può fungere da ottimo travestimento, e l’accaparramento di una parte degli elettori che hanno sempre votato a sinistra e che ancora non si sono stufati di andare alle urne senza mai trovare la possibilità di dare un voto a chi quel fastidiosi valori vuole tuttora portare avanti.

Adesso, per esempio, va di moda presentarsi come salvatori della sinistra che si oppone al renzismo, ritenendolo profondamente diverso rispetto alla sinistra, proponendo di coagularla per poi – e qui c’è il colpo di genio – farla alleare con il renzismo stesso. Lo sta proponendo Pisapia – un lungo pedigree di sinistra – a livello nazionale e adesso – come una copia carbone e con un pedigree molto più breve – lo propone anche Honsell a livello regionale. E il fatto merita alcune considerazioni.

Per prima cosa bisognerebbe spiegare che senso avrebbe avuto opporsi al PD di Renzi, o, per chi vi era iscritto, uscire dal partito, per poi adeguarsi al volere dell’attuale segretario che continua a sostenere che è il PD, come elemento catalizzatore di un cosiddetto centrosinistra, ad avere il diritto di indicare linea ed eventuale premier.

Poi, al di là di ovvie considerazioni sulle possibili e anche naturali mire personali di coloro che puntano a ergersi a protagonisti in un frangente tanto confuso e burrascoso, questa appare come un’ulteriore prova che tra la politica, o meglio i politici, e gli elettori non c’è più una reale comunicazione e comprensione. Ma davvero qualcuno può pensare che senza una vera discontinuità di valori e di nomi (perché i valori non possono non essere legati alle persone in cui vivono) gli elettori di sinistra possano dire di aver scherzato e pensare a un’alleanza subalterna con chi hanno avversato in questi ultimi anni?
 

Renzi e compagnia dicono che in realtà le cose che hanno fatto sono di sinistra e che sono gli altri a non averlo capito. Ma allora, solo per parlare del lavoro, dando per assodato che siamo ancora molto indietro rispetto all’inizio della crisi e che siamo i penultimi in Europa sia come incremento del Pil, sia come occupazione generale e giovanile, Renzi davvero è convinto che l’attuale numero di occupati, per la maggior parte a tempo determinato, o con contratti parziali frutto di trucchi e soprusi nei confronti dei lavoratori, possa essere sia socialmente equivalente al numero degli occupati di una volta, a tempo indeterminato e per buona parte difesi dall’articolo 18?

Ma davvero l’atteggiamento renziano nei confronti della sanità e dell’istruzione pubbliche, o dell’accoglienza, può essere confuso con il sentire di coloro che sono convinti che il pensiero di sinistra, fatto di solidarietà e inclusione, porti a tutt’altre conclusioni? Ed è credibile che gli elettori di sinistra possano accettare una nuova situazione nella quale i cittadini sono chiamati a dire la loro – e parzialmente e sommessamente – soltanto una volta ogni cinque anni, mentre tra un’elezione e l’altra, devono limitarsi a osservare quello che decide e comanda il “leader”, termine molto di moda oggi, ma soltanto sinonimo di altri vocaboli che nelle varie lingue sono stati usati in altri tempi e con risultati che ancora oggi fanno rabbrividire?

E, per venire più direttamente a Pisapia e a Honsell, vorrei richiamare alla vostra memoria una data di cui molti hanno preferito non parlare più sperando che finisse in quel dimenticatoio tanto usato dalla politica italiana. Sto parlando del 4 dicembre 2016 e di quel referendum costituzionale in cui la schiacciante maggioranza degli italiani ha sconfitto coloro che volevano deformare la nostra Costituzione e che, con il famoso “combinato disposto” con una legge elettorale poi proclamata incostituzionale, intendevano stravolgere tutte le basi della nostra democrazia, non soltanto privilegiando la cosiddetta stabilità rispetto alla rappresentanza, ma convogliando potere legislativo e potere esecutivo nelle mani dello stesso gruppo dirigente, o, per essere più precisi, dello stesso “leader”.

Appare come una combinazione davvero curiosa il fatto che entrambi coloro che oggi si propongono come guida della sinistra, in quel referendum abbiano votato “Sì”, come Renzi chiedeva, e non “No”, come la sinistra indicava. Ed è interessante anche ricordare che Honsell, dopo aver fatto capire pubblicamente in sala Ajace, in maniera esplicita, che sarebbe stato giusto e doveroso votare “No”, un paio di giorni dopo ha fatto una clamorosa giravolta di 180 gradi e, a sorpresa, è diventato paladino del “Sì”.

Moltissimi dicono che in primavera la sinistra sarà destinata a perdere. E questo può anche essere. Ma pretendere che perda anche la dignità ci sembra davvero troppo.

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martedì 19 settembre 2017

Al Balducci per capire

I sondaggi continuano a dire che sta aumentando la percentuale di italiani che ha paura, o almeno forte diffidenza, nei confronti dei migranti e degli immigrati e davanti a questa situazione la politica reagisce, o alimentando questa aliofobia, o restandosene in silenzio perché incapace, per ignoranza, di controbattere filosoficamente e razionalmente questa tendenza che non soltanto è aberrante, ma che spesso nella storia è dilagata fino a portare a immense tragedie, o addirittura, proprio pensando ai voti delle prossime elezioni, strizzano l’occhio a chi cancella dal proprio animo ogni momento di solidarietà nei confronti di chi è diverso per lingua, religione, o colore della pelle sperando di lucrare qualche voto in più. Per questi ultimi il dubbio è se hanno soffocato i loro valori etici, o se non li hanno mai avuti; ma la questione, ai fini di un giudizio morale, è del tutto ininfluente.

Se, però, la politica è incapace di affrontare razionalmente questioni spinose come questa, per fortuna ci sono movimenti, organizzazioni, centri culturali che sanno farlo e che, soprattutto, anche lo fanno. In quest’ottica acquisisce ancora maggiore importanza del solito il venticinquesimo Convegno del Centro Balducci che si svolgerà da domani, mercoledì 20 settembre, a domenica 24 nella sede del Centro, a Zugliano con un nutrito programma del convegno di cui potete prendere visione cliccando il link in calce.

Ma al di là dei contenuti, quest’anno il convegno settembrino del Centro Balducci riveste un’importanza particolare in quanto il numero 25 non si riferisce soltanto all’edizione del Convegno, ma anche agli anni di vita del Centro stesso e al fatto che è passato un quarto di secolo dalla morte di padre Ernesto Balducci (nella foto), che al Centro dà il nome e il 25 aprile del 1992 ha perduto la vita in un incidente stradale.

Sono molti i nomi di richiamo che affiancheranno don Pierluigi Di Piazza in questi cinque giorni. Ve ne elenchiamo soltanto qualcuno: Vito Mancuso, Gonzalo Ituarte, Alex Zanotelli, Flavio Lotti, Loris De Filippi, Mario Vatta e Luigi Ciotti. Ma tutti i relatori sono da ascoltare con attenzione per riuscire a capire non dove va il mondo, ma dove dovrebbe andare.

Il programma del Convegno
 

Appuntamento al Balducci

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lunedì 18 settembre 2017

La domanda e l’offerta

Polibio, nelle sue “Storie”, ha scritto: «Coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della loro vittoria». Davanti a questa antica massima ci si rende conto che da quei lontani tempi ben poco è cambiato, se non, forse, per la percentuale di coloro che pensano di usare un’eventuale vittoria per il bene comune e non per quello proprio. E – lo stiamo vedendo costantemente – anche in campo politico davanti allo scopo primario della vittoria, tutto il resto, ideali e valori compresi, passa in secondo piano, se non viene visto addirittura come un fastidioso intralcio.
Io non so se le mie idee siano vincenti, ma sono sinceramente convinto che siano giuste e sono sicuramente pronto a impegnarmi per tentare di far prevalere le mie idee e i miei valori, mentre non sono assolutamente disponibile a darmi da fare per aiutare a vincere qualcuno che poi non si sa cosa farà dell’eventuale vittoria, anche e soprattutto perché non ha sposato con decisione, né idee, né valori, ma si è barcamenato alla ricerca di intercettare, tramite l’analisi dei sondaggi, l’umore e i voti degli elettori.

Un esempio eclatante – e paradossalmente benefico per capire in che clima stiamo vivendo – ci è giunto in questo senso da Lampedusa, l’isola simbolo dell’accoglienza ai migranti, protagonista del docufilm “Fuocammare”, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, e che era stata proposta con i suoi abitanti a premio Nobel per la pace.

Ebbene, nel passaggio di consegne tra la prima cittadina Giusi Nicolini e il suo successore Totò Martello, la tendenza si è totalmente invertita, tanto che l’attuale sindaco chiede la chiusura del centro di accoglienza e punta il dito contro i migranti che accusa di «minacce, molestie, furti». A lui risponde la Nicolini accusandolo di terrorismo psicologico e rilevando che «basterebbe controllare il numero delle denunce presentate ai carabinieri: a me risulta solo un furto da un negozio di frutta e verdura; inoltre l’isola è piena di turisti e non mi pare che ci siano state molestie da parte di tunisini».

Un botta e risposta non particolarmente commendevole, ma la cosa potrebbe anche rientrare nell’inevitabile animosità tra due personaggi che sono stati avversari nell’ultima campagna elettorale (Giusi Nicolini aveva preso il posto di Totò Martello dopo due suoi mandati e quest’anno aveva rifiutato di farsi da parte per lasciargli di nuovo il comune). Quello che più impressiona, invece, è l’assordante silenzio del PD; perché entrambi appartengono al partito di cui Matteo Renzi è segretario: Martello, candidato ufficiale del partito alle comunali, e Nicolini, che oggi fa parte della segreteria nazionale del Pd.

Un silenzio assordante, ma non sorprendente, visto che, tra i tanti esempi, già nello stesso partito convivono nel silenzio, dopo uno scoppiettio iniziale, le posizioni del ministro Graziano Delrio che ha definito «un atto di paura» il forse temporaneo ritiro del suo partito davanti alle difficoltà per far passare al Senato la legge sullo “ius soli” e quelle di Matteo Orfini che accusa Delrio di strumentalizzare (per cosa, poi?) l’alt imposto da Alfano e dai suoi alle legge. Come dal professionale silenzio del partito sono state assorbite le vibrate critiche sempre di Delrio contro il decreto Minniti sul codice per le Ong.

Difficile pensare a casi di naturale amnesia. Molto più comprensibile collocare queste ormai silenziate contraddizioni in un solco di comportamento che punta a raccattare voti sia a destra, sia a sinistra presentandosi, a seconda delle occasioni, come paladini di una delle due parti e, a seconda dei casi, presentando a riprova una delle due posizioni in contrapposizione. Del resto Matteo Renzi da sempre ha proclamato di fare cose di sinistra, anche se poi si è alleato con schegge della destra riuscendo anche a far passare provvedimenti che la destra, da sola, non era mai riuscita a far approvare.

Forse, per non restare vittime di queste volute ambiguità, che non esistono soltanto nel PD renziano, ma dominano anche nel movimento di Grillo, oltre che nel centrodestra berlusconiano, sarebbe il caso di invertire quello che è diventato un automatico iter democratico in cui l’importante è l’offerta dei partiti alla quale aderire, o meno. Oggi sarebbe più giusto dare importanza alla domanda esplicita di gruppi di elettori; non chiedendo poi ai partiti di aderirvi indiscriminatamente come già stanno facendo di fronte ai sondaggi, a prescindere da cosa questi indichino, ma pretendendo che, di fronte a prese di posizione non solo contraddittorie, ma spesso diametralmente opposte, ne sia scelta una sola e in maniera chiara. Altrimenti non di democrazia si tratta, ma di puro e semplice mercato al ribasso.

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venerdì 1 settembre 2017

La spinta al voto utile

Con il ritorno alla ribalta del “voto utile” («Votate per noi, altrimenti vincerà Grillo, o la destra»), si è sentito spesso usare il termine “tragedia” nel caso dovessero, appunto, andare al potere – a Roma, a Palermo, a Trieste, o in qualunque altro posto – Grillo, o Salvini e compagnia. Detto che, a mio modo di vedere, un voto sarebbe utile se a vincere fosse un centrosinistra di fatto e non soltanto uno che si autodefinisce tale, è il termine “tragedia” che sollecita un ragionamento politico su come perdiamo contatto con i reali significati delle parole e, quindi, con la realtà dei fatti.

A dire il vero, la parola tragedia ha già indicato svariate situazioni diverse: dai canti che, come l’etimologia più accreditata indica, gli antichissimi greci eseguivano durante i riti dionisiaci, si è passati al nobile genere teatrale intriso di lutto e sventura reso immortale da Eschilo, da Sofocle e da Euripide. Riportato in auge e modernizzato, con cupezza e violenza, da Shakespeare, è stato esplorato da tantissimi tragediografi in varie lingue, fino a riperdere il tono di sacralità e tornare quasi alle origini, visto che il lessico comune indica come “tragedia” qualsiasi intoppo, o evento sfortunato, dal ritardo causato dalla foratura di una gomma, alla retrocessione della squadra per cui si fa il tifo.

n questo caso, però, interessa mettere in rilievo la profonda differenza che passa tra la tragedia greca e quella shakespeariana. Gli eroi di Sofocle, come Edipo, Antigone, Aiace, in genere non sono personaggi malvagi come spesso sono, invece, quelli del bardo, come Macbeth, Riccardo III e altri ancora. Ma i greci mai avrebbero potuto capire cosa ci potesse essere di tragico nella morte di un malvagio, perché il castigo per una condotta immorale era giusta. Il dramma, semmai, sarebbe insorto se la colpa fosse rimasta impunita.

Al contrario della maggior parte di quelle moderne, la tragedia greca trova vita, invece, nella contrapposizione tra due forme diverse di bene, o, almeno, di legittimità. Antigone, per esempio, non ha nulla di malvagio e la tragedia prende vita nel momento in cui l’eroina di Sofocle, andando contro le leggi di Tebe e richiamandosi a quelle degli dei, esige che sia data sepoltura al fratello Polinice, pur ritenuto colpevole di tradimento. Neanche il novello re Creonte, però, può essere accusato di malvagità in quanto, signore della polis, incarna una legge che non può ammettere eccezioni, pena lo sgretolamento dell’ordine costituito. Oggi si potrebbe obiettare che il signore di Tebe, agendo per far rispettare l’ordinamento pubblico, operava anche per far rispettare se stesso, visto che in quei tempi leggi e re inevitabilmente coincidevano. Anzi, la figura del re non si allontanava troppo neppure da quelle degli dei. Però, sta di fatto che Creonte mette in pratica la stessa condotta tenuta da Socrate che, davanti alla condanna a morte, rifiuta una possibile evasione per non incrinare l’autorità dello Stato.

Da tutto ciò non possono non derivare alcune considerazioni di grande importanza.

La prima è che, sia rispetto ai tempi di Sofocle, sia a quelli di Shakespeare, la grande differenza in quelle che oggi definiamo tragedie è che manca la passione. Esiste ed è ben vivo il concetto di utilità personale, o di gruppo, ma soltanto raramente appare l’idea che sia doveroso battersi per valori in cui si crede, per il bene generale e non soltanto di pochi.

La seconda è che sembra che abbiamo perduto completamente di vista un insegnamento tramandatoci dai greci e segnatamente da Sofocle che è stato il primo a sottolineare che il tragico, in una democrazia, consiste nell’incapacità di ascoltarsi a vicenda e che, cioè, tra persone che hanno le loro ragioni, la tragedia comincia quando tutte le parti in causa, sorde a ogni ragionamento, reclamano l’assoluto rispetto della totalità dei propri convincimenti, anche se molte voci diverse – quasi una specie di coro greco – le mettono in guardia dal perseguire, fino all’inevitabilmente tragica conclusione, il proprio obiettivo; quasi fosse l’incarnazione di una verità assoluta che tutti sanno appartenere soltanto agli dei e che forse può essere appena sfiorata dagli uomini.

A una lettura distratta potrebbe sembrare che Sofocle affermi che il dialogo debba essere praticato sempre e comunque, ma, valutando il tutto con più attenzione, appare chiaro che il tragediografo greco sottolinea come debbano esserci dei limiti oltre i quali il dialogo non può allungarsi; e non per scelta di superbo orgoglio, ma proprio perché le posizioni sono totalmente divergenti e chiaramente inconciliabili. Qualche esempio attuale, oltre quello antico tra Antigone e Creonte? Non ci può essere dialogo tra accoglienza e razzismo, né tra uguaglianza e censo; oppure tra predominanza del lavoro, o della finanza; tra tassazione progressiva, o teoricamente uguale per tutti; tra sanità e scuole che non discriminano tra ricchi e poveri e altre che privilegiano soltanto chi se lo può permettere; tra la ricerca di alleanze soltanto per vincere, o per far perdere gli altri, e l’ideale di operare insieme a coloro che hanno valori simili ai propri. Come una volta non poteva esserci mediazione tra laicità e confessionalismo. Sono tutte scelte tra tesi che, a seconda dei propri valori, uno può considerare legittime, ma che non possono non portare a scontri che prevedono un vincitore e uno sconfitto; che non deve essere sempre e comunque il popolo.

A questo punto, se si richiede un voto utile per alleanze di grande spericolatezza, lo si può sicuramente fare, ma si tratta di vedere e capire per chi quel voto sarà utile. Se soltanto per qualche gruppo, o per l’intero Paese.

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lunedì 28 agosto 2017

Il concetto di sconfitta

Qui non si tratta più di rassegnarsi a una sconfitta comunque quasi scontata. In questo caso la sconfitta – anche se è difficile dirlo – in realtà è auspicabile. Perché una cosiddetta vittoria conseguita grazie ad alchimie di alleanze sempre più spericolate e sempre meno politiche non farebbe altro che conficcare un’altra dozzina di chiodi sulla bara del centrosinistra, mentre una sconfitta finalmente potrebbe dare – e sottolineo che sto usando il condizionale – una scossa per far rinascere un centrosinistra di fatto e non di nome. E, dicendo questo, non penso soltanto al bene della sinistra, ma dell’intero Paese perché l’Italia, al di là dei risultati elettorali ha assoluto bisogno di una sinistra illuminata che sappia coniugare i principi di uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, accoglienza e dignità. Come del resto ha bisogno anche di una destra illuminata che sia in grado di mantenere alti i concetti del conservatorismo e delle differenze sociali senza scadere in concetti come quelli del razzismo, dell’egoismo, del nazionalismo, del diritto del più forte nei confronti del più debole.

Ma a me interessa della sinistra e, sapendo bene che in questo momento il centrosinistra non può vincere senza il PD, mi convinco sempre di più che con questo PD non si può stare e che, quindi sia più opportuno cercare di sfruttare al meglio, lavorando per un futuro il più possibile prossimo, un’inevitabile sconfitta.

Parole senza senso, le mie? Forse, ma al di là di tutto quello che è successo e del fatto che non si possono dimenticare né il 4 dicembre 2016, né leggi come il Jobs Act, o la Buona scuola, o quel moncherino criticato anche dall’Europa e chiamato Legge sulla tortura, tanto per citarne soltanto tre, vi invito a riflettere su un altro paio di cose.

Alla Festa dell’Unità (avvilente umorismo involontario) di Bologna, gli organizzatori hanno distribuito un questionario nel quale, dopo tante domande generiche, si chiede ai frequentatori dell’appuntamento se è meglio che il PD si allei con Beppe Grillo, con il centrodestra, o (terza e ultima opzione) con la sinistra.

I dirigenti del PD bolognese lo descrivono come «una bella scelta di democrazia» e non si rendono neppure più conto che una scelta politica dovrebbe corrispondere a un progetto che dovrebbe a sua volta discendere da una scelta ideale, anche se non più ideologica. Trattano l’avvenire dell’Italia come se fosse un problema di preferenza tra tortellini, pasticcio o spaghetti, in cui tutte e tre le cose sono capaci di nutrire il commensale in maniera sana e in cui i dubbi possono dipendere soltanto dai gusti personali ed eventualmente da un veloce calcolo delle calorie.

Chiedere agli elettori quale linea politica preferirebbero fosse scelta dal loro partito non è ricerca di democrazia, ma semplicemente caccia al voto andando a promettere quelle alleanze (sempre ammesso che le controparti siano poi disposte a sottoscriverle) che siano capaci di soddisfare il maggior numero di coloro che poi potrebbero votare PD.

Sottoporre agli elettori un questionario simile, infatti, significa rovesciare completamente la realtà. Secondo l’articolo 49 di quella nostra Costituzione che dal PD renziano non è amata svisceratamente, «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ma tenendo ben presente che i partiti politici possono essere definiti come associazioni di persone che hanno le stesse idee e gli stessi interessi e che, quindi, prendono parte, sono partigiani e, attraverso un’organizzazione stabile, hanno l’obiettivo di influenzare l’indirizzo politico del Paese. Quindi le principali funzioni dei partiti politici in Italia, come in tutti gli altri Paesi democratici, sono quattro: hanno il compito di “formare” gli elettori dal punto di vista ideologico e politico; di selezionare i candidati da presentare nelle liste elettorali; di inquadrare gli eletti con la disciplina e la coerenza di partito; e di garantire la comunicazione tra elettori ed eletti tra un elezione e l’altra.

Qui, invece, non si formano gli elettori, ma neppure si viene formati da loro perché il concetto di forma è qualcosa di stabile e ben definito, mentre il partito, secondo questo nuovo concetto, è totalmente plastico e flessibile, ben disponibile a cambiare forma, e anche contenuto, a seconda delle convenienze. La realtà è che non si tratta più di partiti politici, ma di puri e semplici comitati elettorali. E, personalmente, se sono pronto a spendere tempo e impegno per difendere un ideale, non sono assolutamente disponibile a farlo per garantire l’elezione a un uomo, o a una donna, che hanno come primo obbiettivo la gestione del potere e non la ricerca del bene dei cittadini che a lui, o a lei, si sono affidati.

Dicono anche che, però, si dovrebbe dare spazio a iniziative come quelle di Pisapia che operano più sull’inclusione che sull’esclusione. Si tratta di una formula affascinante che, però, mostra subito la corda in quanto non proprio tutto può essere incluso, soprattutto se alcuni ideali da tentar di tenere insieme sono addirittura divergenti. In più anche la coerenza è un valore importante soprattutto se non si vuole prendere in giro gli elettori che si vorrebbe convincere a votare per sé. Per venire alla cronaca, Pisapia non può dire che «È evidente che Alfano è incompatibile con il centrosinistra» e poi, un paio di giorni dopo, fare un’alleanza per le elezioni siciliane alla quale partecipa proprio Alfano. O, meglio, lo si può dire, ma senza pretendere di parlare ancora di centrosinistra. E anche senza ipotizzare di diventare la guida che riporterà in primo piano i valori del centrosinistra.

Una cosa simile l’ha già fatta Renzi e i fatti sono lì a dimostrare che sono centinaia di migliaia di iscritti al PD, di simpatizzanti e di votanti che da quel partito si sono allontanati con la piena coscienza che era diventato un altro partito. Assolutamente legittimo, ma assolutamente non di centrosinistra.

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domenica 13 agosto 2017

Presente e futuro

E se, tanto per cambiare, cominciassimo a parlare del vero problema della sinistra che, guarda caso, è contemporaneamente il grande vantaggio sia della destra che prospera su egoismo ed eterofobia, sia del grillismo che lucra sulla diffusa e pur giustificata insoddisfazione generale facendo credere che si possa vivere senza un ideale sociale e politico? Perché quello che distrugge la sinistra e contemporaneamente esalta il conservatorismo e tutti i populismi è la scelta di guardare soltanto al presente con l’inevitabile conseguenza che si finisce per non pensare più a un futuro che sia lontano da noi di più di qualche mese.

Quella di una sensibile perdita del nostro rapporto con il tempo è una realtà incontestabile, tanto che la si nota anche nell’impoverimento della nostra lingua che, tanto per fare un esempio, sta perdendo la capacità di percepire le sfumature tra imperfetto, passato prossimo e passato remoto e sta vedendo usare sempre più diffusamente il cosiddetto presente storico. Ma ancor più grave, dall’altra parte della scala, è la quasi totale scomparsa del futuro anteriore che indica fatti che sono considerati come compiuti, ma che devono ancora verificarsi perché si trovano nell’ambito dell’avvenire. Il futuro anteriore, insomma, indica i propri progetti, le proprie determinazioni, tanto da diventare, prendendo in prestito il titolo di un libro di Michela Murgia, un vero “futuro interiore” in quanto è il momento in cui siamo noi a confrontarci con noi stessi, mettendo in evidenza sogni e desideri e confrontandoli con la volontà di realizzarli.

Viviamo, insomma, in una specie di presente ipertrofico che cannibalizza il passato – che può disturbare con i suoi ammonimenti – e che nasconde il futuro le cui problematiche potrebbero distrarci, o addirittura allontanarci drasticamente dall’impegno di trarre il massimo godimento possibile dal momento che stiamo attraversando.

E se questo fa il gioco della destra che vuole consolidare poteri e tradizioni cancellando molte questioni che la metterebbero in crisi, ma anche dei populismi che tentano di procedere a colpi di teatro che ben poco hanno a che fare con il progresso reale di una società, per la sinistra, che nasce proprio per trovare nuove strade che allarghino i campi della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza, una scelta rivolta principalmente al presente corrisponde a un suicidio senza scampo in quanto comporta la negazione della propria stessa natura.

Purtroppo è questa l’atmosfera che stiamo respirando da troppe parti, in un silenzio assordante di chi finalmente ha deciso di ribellarsi e che ora non sembra capace di enunciare a voce stentorea perché lo ha fatto e perché è orgogliosa di averlo fatto, e in un chiacchiericcio necessariamente indistinto da parte di coloro che vorrebbero accreditarsi come punti di riferimento della sinistra, mentre altro non sono che altri protagonisti di una compagnia di giro che è la responsabile dello sfascio di una sinistra che, per paura di disturbare e di risultare fastidiosa, continua a non parlare di futuro, ma soltanto di presente.

E non solo è molto meno capace di farlo rispetto alla destra che pratica questa strategia da sempre, ma si rivolge inutilmente a cittadini che, invece, vorrebbero ancora parlare di progetti e di utopie e che, non sentendo nulla di tutto ciò, continuano ad allontanarsi da una politica che non c’è più e che è ancora e sempre l’unico metodo per dare vita a una vera democrazia.

Facciamo alcuni esempi; necessariamente pochi e incompleti e obbligatoriamente brevi.
Quale sinistra è quella che consente, soltanto con pochi mugugni, di colpevolizzare tutte le Ong che si prodigano nella salvezza dei migranti e non scevera il grano dal loglio andando a colpire direttamente soltanto quelle che sono false organizzazioni umanitarie? E quale sinistra può esultare se il numero degli sbarchi in Italia è diminuito perché ora i trafficanti di uomini ritengono più facile sbarcare in Spagna? Una volta non si sarebbe cercato di spostare geograficamente il problema, in attesa che tutto si ripresenti quando sarà la Spagna ad alzare muri, ma ci si sarebbe impegnati, in casa e fuori, per risolvere davvero il problema e non si sarebbe rimasti in stolido silenzio a lasciar passare il concetto che soltanto il rischio di morire a causa di una guerra può giustificare una fuga; non quello di crepare per torture, carestie, epidemie, sfruttamenti, schiavitù.

Quale sinistra accetterebbe di avere sotto il suo stesso tetto coloro che sostengono i condoni edilizi che stanno continuando a rovinare il nostro Paese soltanto per arricchire i soliti noti? Eppure la paura di cacciare chi ha nelle sue disponibilità un numero consistente di voti impedisce qualunque azione di reprimenda, o di espulsione di coloro che lasciano vivere l’abusivismo, perché i voti attuali appaiono ben più importanti dell’ambiente futuro.

Come fa a definirsi di sinistra chi, sempre per puri scopi elettoralistici, nega la progressività della tassazione imponendo sacrifici che proporzionalmente distruggono i più poveri e non fanno neppure il solletico ai più ricchi? E lo fa senza rendersi conto che in futuro le divaricazioni sociali tra primi e ultimi diverranno sempre più drammatiche e foriere di ulteriori disgrazie.

E stiamo parlando di sinistra se, in vista delle prossime elezioni nazionali, regionali, comunali, il requisito fondamentale per individuare i candidati non è il loro credo politico e sociale manifesto, bensì la fama del loro nome? Se la cosa più importante è tentare di vincere apparentemente e non ricostruire sulle macerie che ci circondano?

Quale sinistra è quella che non si pone come punto fondamentale quello di recuperare i propri valori sociali ed etici nel bisogno di riconquistare la voglia di prendere parte, cioè di essere partigiani, e di farlo pubblicamente, non vergognandosi delle proprie idee, ma, anzi, essendone orgogliosi? Né appare possibile cercare un candidato purchessia «perché altrimenti vincerà la destra». Il male maggiore non consiste nel fatto di perdere una tornata elettorale, bensì nel negare se stessi condannandosi a sparire definitivamente. E questo non perché scompaiono le persone, ma perché vengono cancellati idee e ideali, perché si rinuncia a costruire per quel futuro che soltanto la sinistra ha davvero interesse a ricominciare a ipotizzare con progetti che rendano le utopie luoghi che non è vero che non esistono, ma che, semplicemente, non si è ancora riusciti a raggiungere.

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