martedì 3 maggio 2016

Le domande giuste

A dire il vero, l’uomo dà l’idea di essere un po’ scarsetto nel linguaggio, ma, d’altro canto, se i suoi valutatissimi guru della comunicazione gli dicono di esprimersi con giochetti di parole e slogan, Matteo Renzi cosa può fare? Una delle sue formulette, già usate molte volte e adesso ripetuta fino alla nausea perché sembra attagliarsi perfettamente al tipo di propaganda necessaria per fargli vincere il referendum costituzionale di ottobre, è dire che la consultazione sarà «un bivio tra l’Italia del Sì e quella che sa dire soltanto No».
Già di primo acchito si potrebbe rispondergli che per il referendum sulle trivellazioni è stato proprio lui, invitando gli elettori a rinunciare al proprio diritto di voto, a voler far vincere, in tutti i sensi, l’Italia del No. Ma gli si potrebbe anche ricordare che il “No” è parola importantissima E non nella maniera gentile, ma sterile, in cui è ricorrente nelle risposte di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Bensì nel modo in cui spicca netta la convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che, anzi, è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “No”, appunto. Perché il No non è quel monosillabo istintivamente considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

Devo ammettere che lo sciagurato tentativo da parte di Renzi di massacrare la nostra Costituzione depotenziando qualsiasi elemento di rappresentanza e di garanzia per aumentare a dismisura la cosiddetta governabilità, sbilanciandola e, quindi togliendole la caratteristica fondamentale di ogni Costituzione – la difesa della democrazia – ha almeno un merito: ci ha costretto a guardarci dentro con più attenzione e quantomeno a capire che finora ci siamo fatti quasi sempre la domanda sbagliata. Abbiamo, infatti, tentato di capire come e perché è cambiato il mondo, mentre, invece, avremmo dovuto interrogarci sul come e perché siamo cambiati noi.

Guardando i disastri etici, sociali, politici ed economici nei quali ci siamo quasi abituati a vivere abbiamo sempre gettato la colpa su aspetti come la globalizzazione che accusiamo di aver livellato tutto verso il basso; l’informatizzazione, che diciamo essere la causa della perdita di milioni di posti di lavoro, la finanza che ha strangolato l’economia reale e, con essa, centinaia di migliaia di famiglie; l’edonismo che ha minato fino alle fondamenta, con falsi miti di benessere e piacere, i pilastri su cui si reggeva e stava crescendo la nostra società.

E, invece, come dicevo, dovremmo guardare a come siamo cambiati noi. Dovremmo chiederci: come siamo riusciti a cancellare quella solidarietà che ha fatto crescere tutti e non soltanto quelli già più ricchi e fortunati a favore dell’egoismo? Come siamo riusciti ad arrivare anche solo ad accettare di immaginare di barattare la democrazia che ha salvato l’Italia con la supposta tranquillità che deriva dal pensare soltanto una volta ogni cinque anni (e anche non necessariamente) a chi delegare la gestione della nostra vita per il prossimo lustro, o per sempre? Per quale motivo abbiamo perduto quella capacità di indignarsi e di arrabbiarsi che è sempre stato il salvagente di ogni popolo davanti ai soprusi interni ed esterni?

Qualcuno dice che forse questo è avvenuto in quanto il benessere lo abbiamo raggiunto e perché, facendo così, ci illudiamo, di non perderne neppure un pezzetto. Ma non può bastare, anche se dovremmo renderci conto che, invece, proprio questo benessere lo stiamo distruggendo per noi, ma soprattutto per i nostri figli e nipoti. Altri teorizzano che sia inevitabile che nella storia a ogni momento di fulgore debba seguirne uno di buio. Potrà anche essere, ma la lunghezza del periodo di buio dipende soltanto da noi.

Un altro slogan che si sente stolidamente ripetere da tempo è che chi non accetta questi tipi di cambiamenti vuole tornare al passato, mentre è evidente che retrocedere nel tempo oltre che impossibile è anche stupido, come stupido è il concetto del “rottamare” a prescindere. Il progresso umano consiste da sempre nell’individuazione del male da cancellare e del bene da mantenere o migliorare. Chi nega a forza di slogan queste realtà o è uno scemo, o è un demagogo. E, per togliere ogni dubbio, io non credo assolutamente che Renzi non sia intelligente.

Pochi giorni fa abbiamo visto confermare il fatto che il primo maggio si è tramutato da festa del lavoro a giornata di rimpianto per il lavoro. Una settimana fa il 25 aprile ci ha costretti a ripensare a quanti italiani hanno immolato la loro vita per donarci una democrazia reale. E, quindi, è impossibile, ripensando a quei martiri e ai molti altri che negli ultimi settant’anni hanno onorato i loro insegnamenti, non porci altre due domande: come abbiamo fatto a permettere di tradire così tanto quei sacrifici? Come abbiamo fatto a disattendere così tanto quelle speranze?

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/

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