giovedì 23 luglio 2015

E se parlassimo di democrazia?

Seguite con attenzione gli ultimi passi del progetto cosiddetto politico di Matteo Renzi.
Prima mossa: definire un “Patto con gli italiani” nel quale il presidente del Consiglio pro tempore dice: «Se voi voterete le riforme esattamente come le voglio, mi impegno, a cose fatte, a ridurre le tasse». E già qui un paio di considerazioni sono inevitabili. La prima riguarda l’assonanza con il “Contratto con gli italiani” di berlusconiana memoria; ma in realtà quello di oggi è decisamente peggiore perché, mentre Berlusconi giocava quasi soltanto sulla creduloneria degli italiani, Renzi usa, senza la minima remora, l’antica e sempre efficace arma del ricatto. La seconda è che Renzi, anche per la sede in cui lo dice, in realtà non si rivolge agli italiani, che dovrebbero tornare al voto soltanto nel 2018, ma ai parlamentari del PD che sono chiamati a votare nei prossimi mesi le sue cosiddette riforme.

Seconda mossa: chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di posticipare la valutazione delle relazioni degli ispettori e del prefetto Gabrielli sulla questione di Mafia capitale; posticiparla rispetto alle decisioni del governo sull’eventuale commissariamento del Comune retto dal sindaco Marino. E anche qui una considerazione appare scontata: Renzi pensa che il potere esecutivo debba essere superiore a quello del Parlamento e, quindi, non accetta indicazioni da un organismo preposto alla valutazione di fatti legati alla malavita organizzata, ma, anzi, vuole mettere in difficoltà la Commissione presieduta dall’antipatica e testarda Bindi che poi sceglie una bizantina via di mezzo, evitando che qualsiasi decisione potesse prendere in futuro, in accordo o in contrasto con quella già presa dal governo, finisse per essere accusata di acquiescenza, oppure di finalità politiche di opposizione.

Terza mossa, non annunciata direttamente da Renzi, ma fatta annunciare, tramite il solito ventriloquio, dai suoi fidi, tra cui ora spicca il nuovo capogruppo alla Camera, l’obbedientissimo Ettore Rosato che, più o meno, ha detto: «Prima si discute nei gruppi parlamentari e nel partito; poi la minoranza deve adeguarsi e votare come vuole la maggioranza, altrimenti ci saranno sanzioni fino all’espulsione». E poi, da comico consumato qual è (forse addirittura anche a Renzi sarebbe scappato da ridere), aggiunge che non si tratta di benzina gettata sul fuoco dello scontro interno, ma della «seconda parte dell’offerta fatta alla minoranza per lavorare insieme al meglio. È un gesto di grande disponibilità». E anche qui il ricatto appare evidente, pur se mascherato dietro un’apparente democrazia che potrebbe anche essere reale se deputati e senatori fossero eletti e non nominati. Ma nominati sono e sanno anche che il loro futuro da parlamentari, magari con un'unica camera reale, dipenderà dalle nomine future, da parte dei vertici del partito, sia direttamente in Parlamento, sia nelle liste elettorali.

Ora si potrebbe discutere a lungo sulla scarsa attendibilità economica e realizzabilità delle promesse fatte (tagli a Imu e Tasi nel 2016, tagli all’Ires nel 2017, tagli all’Irpef nel 2018) e, quindi, di un patto che vede uno sbilanciamento totale a favore di uno solo dei teorici contraenti, ma non è su questo che ritengo sia importante appuntare la nostra attenzione, bensì sul fatto che se uno – a maggior ragione se è il presidente del Consiglio – è palesemente infastidito dalle regole democratiche anche all’interno del proprio gruppo, perché mai dovrebbe applicarle e difenderle all’esterno di quel gruppo, in questo caso nell’intero Paese?

Scrivo da tempo che è vero che una crisi economica è durissima e che ci vogliono tanti sacrifici e alcuni anni per uscirne, ma che una crisi democratica è infinitamente più grave, che i prezzi personali e sociali da pagare per riconquistare la democrazia perduta sono molto più pesanti e che il periodo in cui bisogna lottare per riconquistare quanto si è perso – la storia lo insegna – possono abbracciare anche più di una generazione. Non serve nemmeno pensare al fascismo, al nazismo, al comunismo sovietico, al franchismo, ai tanti regimi militari: basta pensare alla Grecia di oggi che, dopo aver sofferto per strappare il governo ai colonnelli, si è lasciata trasportare dai miraggi economici di un governo di socialisti e di uomini di destra, tanto da diventare ostaggio dei poteri economici e ora, nonostante i voti per Tsipras e il referendum che ha urlato un chiaro «No!», si trova a dover fare quello che vogliono gli altri, non la fantomatica Europa, ma la finanza e i poteri economici. Denaro in cambio di democrazia, che è lo scambio più squallido e scandaloso perché è ancora più pesante, ampio e coinvolgente per altri, di quello di denaro in cambio del proprio corpo.

Questo è un momento politico molto importante perché le mosse di Renzi sono l’ennesima – e forse definitiva – conferma che coloro che vorrebbero far cambiare il PD dall’interno, facendolo tornare su una via che almeno parzialmente torni a guardare a sinistra, devono cancellare ogni speranza di farcela, se non rassegnandosi a raccogliere le macerie che inevitabilmente lo stesso Renzi lascerà dopo aver distrutto scientemente la maggiore massa gravitazionale politica del centrosinistra italiano.

Molti speravano che le evidenti disaffezioni, come le uscite di esponenti di primo piano, o l’enorme quantità di persone di centrosinistra che hanno preferito non andare a votare in Emilia Romagna perché non se la sentivano più di votare questo PD, o le sconfitte incassate nell’ultima tornata delle amministrative per le medesime motivazioni, potessero far cambiare idea a Renzi. Ora devono ricredersi sulla speranza che questi avvenimenti possano spingere il presidente del Consiglio pro tempore a tentare di recuperare i voti persi a sinistra, perché a Renzi della sinistra non interessa minimamente, se non per camuffarsi citandola di tanto in tanto. Anzi alla sinistra è forse addirittura allergico, o quantomeno intollerante. Lui preferisce continuare a tentare di recuperare voti a destra e le cose che fa e quelle che promette non lasciano dubbi su questa sua strategia. Come molti dubbi non possono essere lasciati dal silenzio assordante da lui osservato nel suo lunghissimo comizio milanese su argomenti come la lotta all’evasione, o la questione morale nella rigorosità della scelta dei candidati anche con regole serie per le primarie.

Ora le carte sono quasi tutte in tavola e non può più bastare una critica, pur serrata, alle azioni di Renzi, dei suoi fidi e di coloro che fidi fanno finta di essere per timore di essere estromessi dalle stanze dove ci si sente importanti. Adesso serve elaborare di nuovo programmi e proposte di sinistra e farle sentire alla gente. E serve riprendere a dire “No!” mettendo in gioco se stessi , sapendo bene che se non ci si oppone a qualcosa di sbagliato se ne può diventare automaticamente complici.

Tutto questo significa anche che non funziona più il vecchio sistema di sperare di vincere contando sul fatto che la gente finisca per votare il meno peggio. La sconfitta ligure, ma anche altri recenti risultati, non lasciano dubbi sul fatto che l’andazzo è cambiato. E che inevitabilmente cambierà anche per coloro che sperano di cavarsela operando localmente in maniera diversa da come si comportano a livello nazionale. Perché in ballo sempre più c’è la democrazia che non può funzionare soltanto, come l’economia, geograficamente, a macchie di leopardo.

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/

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