lunedì 16 ottobre 2017

L’arroganza della paura

«La democrazia non ha mai affidato i poteri al popolo sovrano e quindi la sovranità è affidata a pochi che operano e decidono nell’interesse dei molti. È sempre stato così nella storia che conosciamo». Al di là del rispetto che non si può non dovere alla persona che esprime queste idee, non altrettanto si può dire di una condivisione con le idee espresse da quella persona.

Alcuni appunti soltanto. Il primo sottolinea come sia proprio la storia a ricordarci che, quando il rapporto tra elettori ed eletti si interrompe, questo è successo perché – è sempre lo stesso Scalfari a sottolinearlo – il «capo aveva una qualità leaderistica molto forte e, in quanto tale, anche alquanto pericolosa per la democrazia»; oppure in quanto la democrazia è stata storpiata, se non uccisa, da una legge elettorale sbagliata, o addirittura palesemente diretta verso quello scopo.

Il secondo appunto ci fa chiedere se davvero «operano e decidono nell’interesse dei molti» coloro che hanno ideato e approvato leggi come il Jobs act, la Buona scuola, il Salvabanche, l’attuale riforma sanitaria e hanno tentato di sovvertire la nostra Costituzione. Per quanto mi riguarda, la risposta è irrevocabilmente negativa.

Il terzo chiama in causa le modalità imposte alla Camera per far approvare la nuova legge elettorale, che non può non ricordare che questo sicuramente non è il primo episodio in cui Renzi pretende di sottomettere il potere legislativo a quello esecutivo, ma che mette anche in rilievo il fatto che l’attuale segretario del PD sta agendo sotto lo stimolo della paura, sia quando sceglie la strada del voto di fiducia, pur potendo contare, sulla carta, su una maggioranza schiacciante dei deputati, sia nel momento in cui spiega ai possibili alleati che di primarie di coalizione non se ne parlerà perché lo statuto del PD prevede che il segretario del partito sia anche il candidato premier. Come se chi del PD non è dovesse comunque accettare le regole di quel partito. Eppure in primarie di coalizione i voti dei dem dovrebbero essere largamente di più di quelli degli alleati.

A meno che non si tema che, nel segreto dell’urna, questo segretario non piaccia più proprio tanto ai teoricamente suoi.

Ma il timore di non farcela fa perdere anche il senso dell’opportunità tanto che, pur davanti alla necessità di impostare un’alleanza, scompare ogni apertura, ogni promessa di collegialità; e, infatti, addirittura il morbido e duttilissimo Pisapia esplode : «Ci vuole maggiordomi, ascari; gioca a fare Biancaneve e i sette nani».

A fare ulteriore luce su questo labirinto in cui si è cacciato il PD è arrivata la cosiddetta festa per il decennale di quel partito in cui uno dei pochi fondatori intervenuti, Walter Veltroni, si è sentito in dovere di puntualizzare: «Non abbiate paura della parola “sinistra”, non cercate l’indistinto, non camuffatela. Non è solo una collocazione parlamentare. La sinistra è un’idea del mondo, delle relazioni tra le persone, della giustizia. E ricordate che il PD è nato per unire e non per dividere». Un esplicito richiamo agli iscritti a un partito di centrosinistra a tornare a essere di centrosinistra.

E Renzi, evidentemente distratto mentre Veltroni parlava, ha subito puntualizzato con un’arroganza che ancora una volta ha superato la paura: «Chi se ne è andato via ha tradito il popolo». Non soltanto lui: addirittura il popolo. 

Probabilmente non sarò da considerare parte di quel popolo cui lui si riferisce, ma io, che ho votato per il programma presentato da Bersani, mi sento invece tradito proprio da Renzi che ha usato anche il mio voto per fare cose che hanno rallegrato il centrodestra, ma che non avrei mai voluto veder fare con il mio voto. E sono certo di non essere il solo a pensarla così.

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venerdì 13 ottobre 2017

Sdegno, ma soprattutto sconforto

I saggi raccomandano di lasciar passare un congruo lasso di tempo prima di parlare. Fidandomi, l’ho fatto, ma devo dire che, pur dopo molte ore, i sentimenti non sono cambiati di molto rispetto al primo momento: si può parlare di indignazione, sdegno, riprovazione, arrabbiatura, rabbia repressa, ma davanti a quello che è stato fatto succedere alla Camera, per far passare una legge elettorale che neppure il suo più accanito sostenitore riesce a definire buona, il sentimento più acuto che si avverte è quello della tristezza; anzi, dello sconforto.

Perché di avventurieri, pirati, approfittatori, egoisti, arrampicatori sociali in politica ne abbiamo visti tanti che hanno calpestato le necessità della polis per soddisfare quelle proprie, o quelle del proprio gruppo, politico, o meno che fosse. Ma mai, se si eccettuano alcuni tentativi, fortunatamente falliti, si era tentato non di abbattere platealmente la democrazia (fatto troppo clamoroso perché possa essere accettato da un popolo, pur abbastanza intorpidito da anni di indotto disinteresse) ma di stravolgerne il significato fino a rovesciarne il senso; fino a rendere nocive le cose buone che aveva introdotto in un mondo da sempre assuefatto agli autoritarismi di svariatissime fatte; fino a riuscire a sbandierare il nome della democrazia, ma soltanto il nome perché, invece, la sostanza si è tanto corrotta da diventare sempre più simile a un dispotismo di vecchio stampo mascherato con alcuni inefficaci pseudo abbellimenti di facciata.

E questa deriva – che è giusto non chiamare fascismo, ma sempre ricordando che il fascismo non è l’unico male che infetta il mondo – ha travolto valori, idee, organizzazioni, persone, istituzioni.

Non mi riferisco certamente a Renzi perché lui, peggio di come si era già comportato non avrebbe potuto fare, ma pensate a Gentiloni, uomo che aveva dato speranze per la sua moderazione e per il modo in cui ha affrontato alcuni temi sociali, ma che alla fine si è rivelato quello che tanti temevano: soltanto un “uomo dello schermo” la cui funzione, ben lungi dai romanticismi danteschi, è stata soltanto quella di nascondere Renzi che, in realtà, è sempre stato colui che ha diretto il governo: in forma nascosta fin quando è stato possibile, in maniera assolutamente palese quando l’arroganza è diventata necessaria per portare avanti una richiesta di fiducia governativa su una materia per la quale il Presidente del Consiglio apparente aveva spergiurato che mai sarebbe intervenuto.

Ripensate a quelli, come Bersani, che se ne sono usciti dal Pd, ma lo hanno fatto troppo tardi, quando ormai non avevano potuto più incidere su nulla, neppure su un indebolimento di quel Renzi per le cui iniziative avevano continuato a votare per amore della “ditta”. E che poi per troppo lungo tempo se ne sono stati tranquilli aspettando quelli che, come molti seguaci di Pisapia, nel PD non ci sono mai stati, ma che non vedrebbero l’ora di entrarci, in tutto o in parte, per occupare qualche poltrona.

Provate ad appuntare di nuovo la vostra attenzione sulla parola “governabilità”, in realtà una parolaccia che è nata per difendere qualsiasi nefandezza compiuta ai danni della rappresentanza. E il succo della democrazia è la rappresentanza, non la governabilità che in una dittatura è comunque assicurata, anche se di rappresentanza non c’è la minima traccia. E qualunque decisioni sposti l’equilibrio democratico di una nazione allontanandolo dalla rappresentanza per avvicinarsi alla governabilità dovrebbe far sobbalzare per il sospetto, se non direttamente per il raccapriccio.

Pensate che ci sia ancora rappresentanza? Come, visto che i voti vengono manipolati con soglie di sbarramento, per di più diverse se si riferiscono ai partiti, o alle coalizioni? Visto che si vorrebbero ancora i premi di maggioranza? Visto che ci sono liste e capilista bloccati e candidature multiple? Se almeno i due terzi dei prossimi parlamentari non dovrebbero essere scelti dal popolo, ma dai maggiorenti dei vari partiti?

Ricordate come nel referendum del 4 dicembre abbia vinto quella parte della nazione che voleva tenere ben separati il potere legislativo da quello esecutivo e riguardate a come oggi il Parlamento – o per il momento la Camera – sia stato ancora una volta umiliato con una serie di voti di fiducia imposti su un’orrenda legge elettorale che, oltre a tutto, vuole cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle nuove consultazioni.

Per una volta, per una volta almeno, l’unica via d’uscita onesta da questo ginepraio di orrende e incostituzionali leggi elettorali in cui ci hanno cacciato tutti coloro che per anni hanno tentato di approfittare in maniera truffaldina della loro apparente situazione di vantaggio, sarebbe quella di tornate al proporzionale puro per riavere per una volta, per una volta almeno, seduti nel Parlamento degli eletti che rappresentino davvero il quadro politico del popolo italiano. E che possano mettere mano seriamente, e in tempi non sospetti, a una legge elettorale seria.

All’inizio parlavo di sconforto, ma lo sconforto deve necessariamente essere soltanto un momento di passaggio che riporta all’indignazione e all’imperativo categorico di impegnarsi per cancellare la maggior parte delle tante brutture con le quali ci hanno costretti a convivere coloro che, pur senza poterli scegliere, abbiamo eletto.

E ora cosa fare? Sicuramente non disertare le urne, ma battersi, invece, per sostenere coloro che crediamo si impegneranno davvero nel cercare di restituirci la democrazia, tenendo ben presente che è sempre meglio una democrazia vera di una virtuale. Sia perché delle macchine, o meglio degli uomini che guidano le macchine, è meglio non fidarsi troppo, sia perché chi la pratica ancora non ha capito che democrazia non è vincere, ma saper rendere reali i bisogni e i sogni della gente, anche e soprattutto ricordandosi di non essere infallibili e di avere bisogno di arrivare a compromessi sapendo pure dire «Ho sbagliato» e tornando indietro per correggere gli errori.

Sembra casuale, ma forse non lo è: venerdì 20, alle 17.30, al circolo Nuovi Orizzonti, in via Brescia 1, ai Rizzi di Udine, l’Associazione Sul fronte delle idee ha organizzato un incontro per discutere sul tema «La visione che rinforza l'arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze...: il vincitore prende tutto», una frase tratta dall’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco. Sembra una citazione profetica, ma, ammesso e non concesso che il Pontefice si riferisse soltanto all’Italia, la previsione sarebbe stata abbastanza facile; quasi scontata.

Sembra che ancora una volta saremo costretti a disturbare Dante dicendo «Ahi, serva Italia». Ma, se ci si impegna, c’è ancora qualche possibilità che questa frase torni nell’armadio dei brutti ricordi.

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lunedì 9 ottobre 2017

Eppure ius vuol dire diritto

Talvolta restiamo talmente affascinati dalle parole da non accorgerci che con quelle stesse parole ci stanno turlupinando. A dire il vero, quando ci siamo resi conto che la dizione “ius culturae” era stata coniata per rendere meno sgradevole il concetto di “ius soli” alla destra e ai grillini, avremmo dovuto immediatamente subodorare la fregatura, ma, come spesso accade, a farci cadere in trappola è stata la fretta e la rinuncia a dedicare una congrua quantità di tempo alla riflessione prima di esprimere un giudizio, o anche soltanto a indagare meglio sul perché abbiamo provato quell’istintivo fastidio iniziale.

Perché il cosiddetto “ius culturae”, spesso citato dal ministro Minniti, dietro un’apparente gradevolezza legata al fatto che “ius” significa diritto, è, in realtà, un concetto molto più indigesto di quelli dello “ius soli”, o dello “ius sanguinis” che indicano, rispettivamente, il diritto di cittadinanza che è legato al luogo dove si nasce, o quello che discende dai genitori. Non solo è totalmente alieno a un pensiero pur vagamente di sinistra, ma addirittura, se ci si pensa bene, fa accapponare la pelle in quanto ridesta memorie terribili che non vorremmo mai che tornassero a diventare realtà.

Lo “ius culturae”, infatti, non può non chiamare in causa un’altra parolina pericolosissima: “identità”, che etimologicamente discende dal latino “idem”, proprio quello, da cui deriva anche l’italiano “identico”, che indica tutto quello che è perfettamente uguale all’originale. Quindi, se si dà per assodato quel “modello base” nel quale la vulgata più diffusa identifica l’italiano, questo vuol dire che ha la sua stessa identità soltanto chi parla la stessa lingua, professa la medesima religione, ha un uguale colore della pelle, si riconosce nella stessa storia, si riferisce a basi culturali coincidenti, mangia seguendo abitudini simili, e così via.

Ne discende, come ovvia conseguenza, che se tutte queste caratteristiche dovessero essere sottoposte a esame, anche molti di quelli che oggi sono italiani perché lo testimoniano i loro genitori, italiani a loro volta, vedrebbero messa a forte rischio – anche soltanto per la lingua e per la cultura – la loro cittadinanza italiana. Nessuno, infatti, potrebbe essere tanto italiano, tedesco, inglese, francese, ungherese, o quello che preferite, da poter sfuggire a un superbo e puntiglioso esercizio della negazione.

Allora appare chiaro che il vero problema non è che molti potrebbero restare esclusi, ma è che tutti noi potremmo restare esclusi, a seconda di chi decide quale sia la cultura, la lingua, la religione, l’ascendenza alle quali fare riferimento.

Inoltre, la storia – italiana, europea e mondiale – ci fa ricordare che ci sono state ciniche, violente e sanguinarie esclusioni basate anche sulla mancanza di una sola di queste identità.

E, a proposito di Europa e dell’assurdità di voler fissare un’ancor più complicata “identità europea”, ricordo che in una di quelle splendide serate di arricchimento culturale, sociale e religioso che accompagnavano le prime edizioni della mostra di Illegio, discutendo con il cardinale Paul Poupard, allora presidente del Pontificio consiglio per la cultura, e con il professor Tomas Halik, allora consulente del presidente ceco Vraclav Havel, sulla richiesta vaticana di inserire nello Statuto europeo una sottolineatura sull’anima cristiana dell’Europa, dopo aver ricordato che il nostro continente «oggi, oltre ai cristiani contiene milioni di ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, animisti e altri, ma anche persone che non credono in alcun Dio, ma nelle tecnologie, o nelle ideologie, o anche nell’onnipotenza del denaro», ebbi a dire che «è ben vero che l’anima europea è del tutto incomprensibile se non si fa riferimento al cristianesimo, ma che la sua complessità e la sua ricchezza sarebbero ben difficilmente comprensibili anche senza la filosofia dei greci e il diritto dei romani, senza l’arte del rinascimento, il pensiero dell’illuminismo, l’innovazione sociale della rivoluzione francese, l’utopia marxista, gli estremisti ideologici violenti e assortiti; purtroppo anche senza la piaga dei nazionalismi e dei razzismi che ancora di tanto in tanto tornano pericolosamente a galla. Insomma, le radici cristiane hanno, secondo me, ovvio e pieno diritto di cittadinanza nell’anima europea, ma la loro presenza non può essere “ad escludendum”, rispetto a chi cristiano non è, bensì deve avere lo scopo di portare la propria grande ricchezza ad accumularsi con le ricchezze che portano anche gli altri a creare un patrimonio che può essere preziosissimo, per profondità e moderazione, per tutto il resto del mondo».

Sentir parlare oggi dello “ius culturae” e per di più da parte di un cosiddetto esponente del centrosinistra, è un’ulteriore dimostrazione che l’attuale politica non ha più valori, ideali e punti di riferimento. E che, se non li recupererà al più presto, i rischi per il futuro saranno davvero terribili.

Non possiamo non renderci conto che quello di “identità culturale” è un concetto pericoloso e che, visto che siamo tutti diversi, quello di “identità collettiva” altro non è che un artificio semantico truffaldino, fittizio e non reale. E, allora, se l’identità nasce per dividere, per unire non si può non fare riferimento al concetto di appartenenza, a una specie di “ius voluntatis” che si esercita decidendo, o meno, di essere obbedienti e ossequienti alle leggi e alle regole che una società si è data.

E allora riacquisterebbero il loro posto e peso reali anche la parola “confine” che è quella linea che mette a contatto (“cum”) noi e gli altri, e la parola “frontiera” che indica, invece, che dalle due parti di quella linea immaginaria si fronteggiano entità non soltanto diverse, ma che vogliono sopraffarsi a vicenda.

E se uno è davvero di sinistra, caro ministro Miniti, non parla di “ius culturae” e, quindi, di identità, ma di condivisione. Non parla di frontiere che separano, ma di confini che invece attraversano fruttuosamente tutta la società e, uno per uno, tutti noi stessi, che anche di contraddizioni siamo fatti.

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sabato 7 ottobre 2017

Statica e dinamica

Mi rendo conto che rischio di essere terribilmente noioso, ma, in un momento in cui tutti ripetono che è necessario realizzare «l’unità della sinistra», mi sembra doveroso tornare a chiederci, ancora una volta, che cos’è la sinistra. Perché, per esempio, se si vuole costituire un’associazione tra vegani sarà ben necessario assicurarsi che tra i soci non ci siano anche molti estimatori di fiorentine, cotolette, salami e prosciutti.

Poi tutti dicono che in politica queste distinzioni sono molto più sfumate, o addirittura non esistono, ma io credo che questa affermazione valga soltanto per quella cosa che oggi viene ancora definita politica e che, per esempio, permette a Renzi di definire a giorni alterni “nemici” e “amici” coloro che se ne sono andati perché non sopportavano più il suo satrapismo; mentre non valeva affatto per la politica vera, quella che si occupava del bene della polis.

E allora, senza neppure andare a disturbare l’illuminante “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica”, scritto da Norberto Bobbio nel 1994, proviamo a chiederci cos’è in realtà la sinistra e, quindi, chi in questa sinistra unita può avere i titoli per entrare. Altrimenti dovremmo parlare di un’unione di altro tipo; sempre legittima, per carità, ma destinata a usare altri termini per identificarsi e per non truffare coloro che credono onestamente di entrare in un tipo di consesso e poi, inopinatamente, si trovano in un luogo completamente diverso.

Secondo me la prima e più importante differenza, da cui tutte le altre discendono, è che, in politica, la destra è un concetto statico, mentre quello di sinistra è assolutamente dinamico. Per spiegarmi meglio coloro che sono di destra puntano a creare una situazione, o a tornare a una condizione, che considerano ottimale per il loro benessere; una volta raggiunto l’obbiettivo, operano in modo tale che tutto si fermi per non compromettere l’equilibrio – o il disequilibrio – raggiunto. La sinistra, invece, sa di non avere punti di arrivo definitivi, ma soltanto tappe da completare per proiettarsi poi verso nuovi traguardi perché, se il sogno è quello di un benessere paritario per tutti, mai ci potrà essere una situazione nella quale non esistano più ingiustizie, disparità, sofferenze, egoismi e, quindi, dopo ogni conquista bisognerà rimettersi immediatamente in moto senza neppure darsi il tempo per festeggiare.

Ma veniamo anche a esempi concreti. Non ritengo di sinistra coloro che dicono che il Jobs Act è stata una legge splendida perché ha procurato 850 mila posti di lavoro in più. A prescindere, infatti, che la situazione economica generale non poteva non creare un “rimbalzo” dopo che si era toccato il fondo in termini di occupazione, mi appare in clamorosa malafede chi ferma la sua analisi al numero degli occupati trascurando completamente la qualità dell’occupazione in termini di durata, retribuzione, sicurezza. È come voler inserire nello stesso calcolo cose totalmente diverse e – la matematica ce lo insegnava già alle elementari – la cosa non ha senso. Non ritengo di sinistra coloro che, dopo aver affermato giustamente che le imprese devono poter sopravvivere, accollano il peso di questa sopravvivenza esclusivamente sui lavoratori, causandone l’impoverimento e l’emarginazione sociale e, come conseguenza inevitabile, anche la crisi del mercato.

Non ritengo di sinistra coloro che, come Alfano, ma anche come la Boschi e non come Delrio, dicono che quella dello Ius soli è una legge giusta, ma da far votare in altri momenti perché la sua approvazione potrebbe far perdere qualche voto. Perché nella sinistra, come dicevo prima, è l’insoddisfazione il motore principale che spinge ad agire comunque. Se non lo si fa, si ritiene che la convenienza sia più importante del valore che si vuole difendere; e di dinamico in questo non c’è proprio nulla.

Non credo siano di sinistra quelli che, costruendo leggi elettorali con grandi premi di maggioranza, liste bloccate, capilista sicuri e pluricandidature, antepongono la cosiddetta governabilità alla rappresentanza. Non è certamente di sinistra, infatti, pensare che si possa conferire ogni potere a un uomo per cinque anni. E non soltanto perché è legittimo non fidarsi del fatto che l’abitudine al potere può far perdere il senso delle proporzioni e finire per credersi infallibile, ma in quanto in cinque anni molte situazioni del tutto inattese possono affacciarsi all’orizzonte e non è lecito togliere ai cittadini la possibilità di esprimersi in maniera efficace davanti alle nuove evenienze.

E in questo senso non è di sinistra – so che ad alcuni questa affermazione piacerà ancor meno delle altre, ma tant’è – chi, proprio per favorire la cosiddetta governabilità, si mette in testa di cambiare nella sostanza una Costituzione che si ha sempre difeso; e anche chi questo tentativo, fortunatamente fallito poco meno di un anno fa, ha approvato e continua a dire che era nel giusto.

E potrei andare avanti ancora a lungo, ma già questi punti bastano per capire che troppo spesso, quando si parla di «unità della sinistra», non lo si fa nell’ottica di un significato politico per la ricerca di alleanze che puntino al bene della gente, ma soltanto per assicurare la vittoria al proprio partito o, forse più frequentemente, comunque troppo frequentemente, per assicurare un posto a se stessi.

Fare politica è un’ambizione seria. Facciamo in modo che questa ambizione – sempre estremamente dinamica – possa diventare realtà.


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domenica 1 ottobre 2017

La rinuncia a educare

Apparentemente la notizia è che il Mediterraneo vale 5.600 miliardi di dollari, il 20 per cento del valore complessivo di tutti i mari del globo, pur costituendone soltanto l’1 per cento in termini di superficie. Lo afferma il WWF, specificando che la stima è stata fatta tenendo conto di pesci, piante, coste, minerali, clima e turismo e sottolineando anche che il calcolo è eseguito largamente per difetto in quanto nel conto non sono stati inseriti né gli idrocarburi, né le altre risorse profonde.

Il WWF trae la conclusione che noi siamo particolarmente fortunati a vivere sulle sue coste, o nelle sue immediate vicinanze, e lo dice nella speranza di convincere più gente possibile – inquinatori grandi e piccoli, ricchi e poveri – che salvare il Mare Nostrum è economicamente conveniente perché altrimenti si rischia di distruggere un enorme capitale.

In realtà, però, la vera notizia è che se anche il WWF si è rassegnato a ritenere che l’unica spinta verso un comportamento ecologico e responsabile può essere soltanto quella economica, allora vuol dire che la rinuncia a educare ormai è pervasiva e diffusa, anche se speriamo non ancora irreversibile.

Con questa sollecitazione legata al valore di un mare, fatta per di più da uno dei maggiori enti per la difesa del pianeta, passa il messaggio che l’ecologia va rispettata per una mira di guadagno e non per rispetto della natura, né, tantomeno, per convincimento culturale ed etico. E, se questo fosse vero, allora sembrerebbe ovvio desumere che invece ci si può comportare in maniera indiscriminata nei confronti delle realtà che non sembrano avere un valore pecuniario; come, per esempio, i diritti altrui.

Educazione, cultura ed eticità, insomma, passano decisamente in secondo piano, o, probabilmente, ancora più indietro.

E tutto questo finisce per far quasi dubitare che possa aver ragione la sciagurata ministra Fedeli che propone l’ingresso in classe degli smartphone e la riduzione di un anno della durata sia delle medie inferiori, sia di quelle superiori. Infatti, se la scuola deve fornire soltanto nozioni e non cultura, strumenti di ragionamento ed educazione, allora davvero non servono tanti anni; e neppure tanti libri in quanto basterebbe collegarsi, quando serve, a qualche sito internet, senza minimamente neppure porsi il problema di quanto possa essere attendibile.

E, d’altro canto, appare sempre più evidente che il pensare, come il leggere, in questo nostro mondo che sempre più sembra amare nuovamente affidarsi all’uomo solo al comando, siano diventati comportamenti quasi rivoluzionari e, quindi, mal sopportati.

E, allora, continuate a leggere e a pensare, come forme di radicale disobbedienza civile. E continuate a operare perché anche gli altri lo facciano.


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mercoledì 20 settembre 2017

Una questione di dignità

Ma qualcuno si ricorda ancora che quello di sinistra è stato un concetto molto serio e che per molti – o almeno per quelli che di sinistra ancora si sentono – continua a essere tale? La domanda sorge spontanea visto che sono tanti quelli che sembrano pensare che ormai sia soltanto un fastidioso ricordo del quale ancora due cose soltanto possono essere utili: non tanto i valori che spesso finiscono per diventare dei fastidiosi impicci, ma l’uso del nome, che talvolta può fungere da ottimo travestimento, e l’accaparramento di una parte degli elettori che hanno sempre votato a sinistra e che ancora non si sono stufati di andare alle urne senza mai trovare la possibilità di dare un voto a chi quel fastidiosi valori vuole tuttora portare avanti.

Adesso, per esempio, va di moda presentarsi come salvatori della sinistra che si oppone al renzismo, ritenendolo profondamente diverso rispetto alla sinistra, proponendo di coagularla per poi – e qui c’è il colpo di genio – farla alleare con il renzismo stesso. Lo sta proponendo Pisapia – un lungo pedigree di sinistra – a livello nazionale e adesso – come una copia carbone e con un pedigree molto più breve – lo propone anche Honsell a livello regionale. E il fatto merita alcune considerazioni.

Per prima cosa bisognerebbe spiegare che senso avrebbe avuto opporsi al PD di Renzi, o, per chi vi era iscritto, uscire dal partito, per poi adeguarsi al volere dell’attuale segretario che continua a sostenere che è il PD, come elemento catalizzatore di un cosiddetto centrosinistra, ad avere il diritto di indicare linea ed eventuale premier.

Poi, al di là di ovvie considerazioni sulle possibili e anche naturali mire personali di coloro che puntano a ergersi a protagonisti in un frangente tanto confuso e burrascoso, questa appare come un’ulteriore prova che tra la politica, o meglio i politici, e gli elettori non c’è più una reale comunicazione e comprensione. Ma davvero qualcuno può pensare che senza una vera discontinuità di valori e di nomi (perché i valori non possono non essere legati alle persone in cui vivono) gli elettori di sinistra possano dire di aver scherzato e pensare a un’alleanza subalterna con chi hanno avversato in questi ultimi anni?
 

Renzi e compagnia dicono che in realtà le cose che hanno fatto sono di sinistra e che sono gli altri a non averlo capito. Ma allora, solo per parlare del lavoro, dando per assodato che siamo ancora molto indietro rispetto all’inizio della crisi e che siamo i penultimi in Europa sia come incremento del Pil, sia come occupazione generale e giovanile, Renzi davvero è convinto che l’attuale numero di occupati, per la maggior parte a tempo determinato, o con contratti parziali frutto di trucchi e soprusi nei confronti dei lavoratori, possa essere sia socialmente equivalente al numero degli occupati di una volta, a tempo indeterminato e per buona parte difesi dall’articolo 18?

Ma davvero l’atteggiamento renziano nei confronti della sanità e dell’istruzione pubbliche, o dell’accoglienza, può essere confuso con il sentire di coloro che sono convinti che il pensiero di sinistra, fatto di solidarietà e inclusione, porti a tutt’altre conclusioni? Ed è credibile che gli elettori di sinistra possano accettare una nuova situazione nella quale i cittadini sono chiamati a dire la loro – e parzialmente e sommessamente – soltanto una volta ogni cinque anni, mentre tra un’elezione e l’altra, devono limitarsi a osservare quello che decide e comanda il “leader”, termine molto di moda oggi, ma soltanto sinonimo di altri vocaboli che nelle varie lingue sono stati usati in altri tempi e con risultati che ancora oggi fanno rabbrividire?

E, per venire più direttamente a Pisapia e a Honsell, vorrei richiamare alla vostra memoria una data di cui molti hanno preferito non parlare più sperando che finisse in quel dimenticatoio tanto usato dalla politica italiana. Sto parlando del 4 dicembre 2016 e di quel referendum costituzionale in cui la schiacciante maggioranza degli italiani ha sconfitto coloro che volevano deformare la nostra Costituzione e che, con il famoso “combinato disposto” con una legge elettorale poi proclamata incostituzionale, intendevano stravolgere tutte le basi della nostra democrazia, non soltanto privilegiando la cosiddetta stabilità rispetto alla rappresentanza, ma convogliando potere legislativo e potere esecutivo nelle mani dello stesso gruppo dirigente, o, per essere più precisi, dello stesso “leader”.

Appare come una combinazione davvero curiosa il fatto che entrambi coloro che oggi si propongono come guida della sinistra, in quel referendum abbiano votato “Sì”, come Renzi chiedeva, e non “No”, come la sinistra indicava. Ed è interessante anche ricordare che Honsell, dopo aver fatto capire pubblicamente in sala Ajace, in maniera esplicita, che sarebbe stato giusto e doveroso votare “No”, un paio di giorni dopo ha fatto una clamorosa giravolta di 180 gradi e, a sorpresa, è diventato paladino del “Sì”.

Moltissimi dicono che in primavera la sinistra sarà destinata a perdere. E questo può anche essere. Ma pretendere che perda anche la dignità ci sembra davvero troppo.

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martedì 19 settembre 2017

Al Balducci per capire

I sondaggi continuano a dire che sta aumentando la percentuale di italiani che ha paura, o almeno forte diffidenza, nei confronti dei migranti e degli immigrati e davanti a questa situazione la politica reagisce, o alimentando questa aliofobia, o restandosene in silenzio perché incapace, per ignoranza, di controbattere filosoficamente e razionalmente questa tendenza che non soltanto è aberrante, ma che spesso nella storia è dilagata fino a portare a immense tragedie, o addirittura, proprio pensando ai voti delle prossime elezioni, strizzano l’occhio a chi cancella dal proprio animo ogni momento di solidarietà nei confronti di chi è diverso per lingua, religione, o colore della pelle sperando di lucrare qualche voto in più. Per questi ultimi il dubbio è se hanno soffocato i loro valori etici, o se non li hanno mai avuti; ma la questione, ai fini di un giudizio morale, è del tutto ininfluente.

Se, però, la politica è incapace di affrontare razionalmente questioni spinose come questa, per fortuna ci sono movimenti, organizzazioni, centri culturali che sanno farlo e che, soprattutto, anche lo fanno. In quest’ottica acquisisce ancora maggiore importanza del solito il venticinquesimo Convegno del Centro Balducci che si svolgerà da domani, mercoledì 20 settembre, a domenica 24 nella sede del Centro, a Zugliano con un nutrito programma del convegno di cui potete prendere visione cliccando il link in calce.

Ma al di là dei contenuti, quest’anno il convegno settembrino del Centro Balducci riveste un’importanza particolare in quanto il numero 25 non si riferisce soltanto all’edizione del Convegno, ma anche agli anni di vita del Centro stesso e al fatto che è passato un quarto di secolo dalla morte di padre Ernesto Balducci (nella foto), che al Centro dà il nome e il 25 aprile del 1992 ha perduto la vita in un incidente stradale.

Sono molti i nomi di richiamo che affiancheranno don Pierluigi Di Piazza in questi cinque giorni. Ve ne elenchiamo soltanto qualcuno: Vito Mancuso, Gonzalo Ituarte, Alex Zanotelli, Flavio Lotti, Loris De Filippi, Mario Vatta e Luigi Ciotti. Ma tutti i relatori sono da ascoltare con attenzione per riuscire a capire non dove va il mondo, ma dove dovrebbe andare.

Il programma del Convegno
 

Appuntamento al Balducci

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