sabato 10 giugno 2017

Cupio dissolvi anticipato

Pare impossibile, ma la politica – continuiamo a chiamarla così giusto per capirci, ma ormai è chiaro a tutti che si tratta assolutamente di un’altra cosa – continua a lasciarci esterrefatti. Renzi dopo il suo ennesimo naufragio che questa volta ha cancellato il suo progetto di legge elettorale e soprattutto il suo sogno di rientro veloce a Palazzo Chigi, riesce a far finta di dimenticare tutto quello che ha detto fino a ieri su possibili, anzi probabili, alleanze con Berlusconi e, con la sua solita invidiabile faccia tosta, cambia repentinamente direzione e si rivolge verso Pisapia ipotizzando un accordo a sinistra che, secondo lui, sarebbe utile al possibile “Campo progressista” non per superare la soglia dell’otto per cento attualmente fissata al Senato come sbarramento per i partiti singoli, ma per creare una coalizione che fa crollare la soglia al tre per cento. E, naturalmente, nessun accordo più a destra, ma neppure al centro: «Con Alfano non se ne parla». Ma a stupire è anche il tono della replica di Pisapia: «Se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, faccia le primarie. Poi vediamo chi le vince».

Comunque andiamo con ordine, partendo dal mistero del PD, partito “a vocazione maggioritaria” fondato sul finire del 2007 con il sogno di rendere reale quello che, in altri tempi e con altre persone, era stato definito “compromesso storico” e mai riuscito compiutamente né a essere maggioritario, né a far convivere le sue due anime.
Ebbene, il PD è al suo quinto segretario e non ne ha mai perdonata una ai primi quattro: Veltroni (ottobre 2007 – febbraio 2009) ha dovuto dimettersi dopo la sconfitta alle regionali sarde; Dario Franceschini (marzo – ottobre 2009) fallisce per la sconfitta alle Europee che non riesce nemmeno a preparare perché che arrivano subito dopo la sua elezione; Pier Luigi Bersani (ottobre 2009 – aprile 2013) si dimette per aver “vinto troppo poco” le Politiche. Infine, Guglielmo Epifani (maggio – dicembre 2013) che fa soltanto da traghettatore verso una nuova segreteria.

Insomma, non solo una vocazione maggioritaria, ma anche una visibile insofferenza nei riguardi dei “non vincenti”. Poi arriva Renzi che dopo aver pugnalato alle spalle Letta e aver costituito un “governo di larghe intese” con il centrodestra, comincia benissimo superando il 40 per cento alle Europee, ma poi infila una serie di rovesci da collezione: il crollo dell’affluenza in Emilia, le brucianti sconfitte alle Amministrative del 2015 che fanno perdere al PD regioni e città tradizionalmente orientate a sinistra, gli ancor più brucianti disastri alle Amministrative del 2016 con le perdite – tanto per fare soltanto tre nomi – di Roma, Torino e Trieste. E poi, il 4 dicembre, arriva la disfatta al referendum costituzionale voluto da Renzi quando il vento sembrava soffiargli a favore e che scambiava volentieri la distruzione della nostra Carta fondamentale con un maggiore potere all’esecutivo che Renzi neppure sognava potesse non essere legato al suo nome.

Ebbene, mentre ai primi segretari nulla è stato perdonato, a Renzi tutto si perdona, tanto da farlo rieleggere largamente dopo delle dimissioni chiaramente fittizie e dopo l’uscita di tanti padri nobili dal partito e l’allontanarsi di una moltitudine di elettori: gli si perdona non soltanto il susseguirsi di sconfitte, ma anche il fatto di voler portare sempre più a destra il PD. Anche se, vista l’ultima offerta fatta a Pisapia, risulta sempre più evidente che a Renzi poco importa della propria collocazione politica e che non agisce seguendo ideali sociali, ma cerca soltanto di andare dove pensa di poter trarre i maggiori vantaggi: prima a destra e ora a sinistra.

Il mistero maggiore resta, comunque, come quelli che continuano a restare nel PD e, contemporaneamente, a professarsi di centrosinistra, non abbiano defenestrato Renzi, o non se ne siano andati.

Ma un mistero ancora più grande – e, dal punto di vista mio, più preoccupante – è la risposta di Pisapia: «Se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, faccia le primarie. Poi vediamo chi le vince».
 

L’unica speranza è che si tratti di una risposta carica di ironia voluta, ma non ben espressa. Ma, se così non è e se Pisapia coltiva ancora – come aveva a suo tempo detto – la speranza di fare una coalizione con un PD a guida Renzi, ci cadono le braccia. E perché non anche delle primarie aperte a Berlusconi, ad Alfano (anche se a Renzi pare non vada più), a Verdini? Sono anche loro persone che massacrano volentieri i lavoratori, che difendono i patrimoni, che salvano non le banche e le imprese di Stato o le partecipate, ma coloro che le dirigono e che passano da un fallimento all’altro incassando ogni volta delle liquidazione da favola, o – meglio – da vergogna.

Probabilmente si tratta di ironia, visto che Pisapia ha anche aggiunto che «Rimango sempre favorevole al dialogo, ma tenendo fermo il punto che qualsiasi alleanza con il centrodestra è contro i nostri valori, oltre che un inganno agli elettori». Ma vorremmo fosse chiaro, oltre al fatto che Renzi non è di centrosinistra, che se il teorico “Campo progressista” pensa di partire e procedere ancora una volta soltanto con dialoghi e discussioni tra i capi, decidendo poi a prescindere da quello che pensano i suoi possibili elettori, allora quel “cupio dissolvi” che ormai attanaglia il PD come forza progressista, minaccia di estendersi anche al progetto di una nuova forza davvero di centrosinistra. E sarebbe ancora più grave perché sarebbe un “cupio dissolvi” anticipato che si applicherebbe prima di qualsiasi nascita; addirittura alla speranza.


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giovedì 8 giugno 2017

Cercando una discontinuità

Per Dante non ci sono dubbi: i bugiardi, i falsari, i truffatori – quelli di cui parla nel trentesimo canto dell’Inferno – sono evitati da tutti perché puzzano e sono tanto rabbiosi, forse perché i loro tentativi di imbroglio non sono andati a buon fine, che finiscono per azzuffarsi tra loro. Sembra una descrizione ante litteram di parte dell’attuale politica italiana in cui a dominare non sono coloro che operano per il bene di tutti, ma quelli che fuori dal Parlamento sarebbero incriminati per millantato credito e che dentro il Parlamento si accusano l’un l’altro di tentata truffa, dimenticando bellamente tutte le proprie promesse non mantenute, tutti i tradimenti effettuati a scrutinio segreto.

Talvolta, come nel caso di questo mostro di legge elettorale che pretende di richiamarsi al modello tedesco con il quale, però, ha più differenze che rassomiglianze, il caos che ne deriva può rivelarsi addirittura benefico facendo naufragare l’ulteriore progetto di allontanare sempre più la gente da quel potere di scelta che dovrebbe essere sacrosanto se ci si vuole richiamare alla parola democrazia senza arrossire. Sta di fatto, però che, se naufraga la legge, non scompare l’inclinazione alla bugia.

Questa volta – e non è la prima – sono i grillini a essere colti con le mani nel sacco grazie a un intoppo – casuale? – del tabellone elettronico che ha reso palese quello che doveva essere un voto segreto su un emendamento, ma sentire il capogruppo PD, Ettore Rosato, dire che «Oggi il M5S ha dimostrato che la sua parola non vale nulla» non può non far sorridere perché sostanzialmente è vero, ma si passa allegramente sopra il fatto che i franchi tiratori sono sempre stati una specialità del PD e che questo non si è verificato soltanto con la mancata elezione presidenziale di Romano Prodi. Anche se quello è stato il vertice dello schifo di un partito che cancella il proprio fondatore per le necessità di un altro capo.

E anche Emanuele Fiano, il dem relatore della legge, sprofonda nel ridicolo scrivendo su twitter che «Non siamo abituati a fare accordi politici con persone che dicono una cosa e ne fanno un'altra». Come se Berlusconi fosse un esempio di consequenzialità tra il dire e il fare e dimenticando che uno dei migliori professionisti nel promettere e non fare è proprio Matteo Renzi.

Ma il problema non è tanto nella legge elettorale che probabilmente - ma non ancora sicuramente visto che era comoda per i quattro giocatori al tavolo - naufragherà e che comunque sarà sostituita da qualcosa di indigeribile e che avrà come unica caratteristica certa quella di evitare che siano gli elettori a decidere chi li deve rappresentare. Il dramma è che non si vede come si potrà interrompere questo circolo vizioso che viene alimentato proprio da coloro che vi abitano già stabilmente e che non vogliono permettere ad altri di inserirsi per cambiare qualcosa.

Giustamente Nadia Urbinati parla de “L’età dell’indifferenza” da parte degli elettori e altrettanto giustamente specifica che questa indifferenza non è nei confronti della politica, ma riguarda i partiti che ormai sono «giudicati misere machine elettorali finalizzati a favorire coloro (i pochi) che più sono attratti dall’esercizio del potere e dai privilegi a esso associati».

L’unica strada per uscire dalla palude è conosciuta da tempo, ma è poco frequentata ed è quella di mettersi in gioco, non necessariamente per andarsi a sedere su qualche scranno, ma soltanto per parlare, discutere, esporre le proprie idee; impegnarsi, insomma, quantomeno a non restare desolantemente muti davanti a tutte le tante brutture psedopolitiche che vediamo accadere ogni giorno.

E poi ci vorrebbe una vera discontinuità con questo Parlamento di eletti con una legge elettorale non costituzionale che vuole fare altre leggi elettorali che già puzzano di incostituzionalità e che devono essere frettolosamente cambiate in commissione per ripulirle almeno dalle macchi più evidenti. E l’unico modo per creare questa discontinuità è quella di tornare alle origini con un’elezione puramente proporzionale e con preferenze per scegliere un Parlamento che debba avere come compiti precipui quelli di mantenere i conti a posto e di individuare finalmente delle regole serie e certe. E poi di ridare la parola agli elettori.

Si dirà che sarebbe ben difficile formare una maggioranza. È anche probabile, ma tutti sondaggi affermano che anche con i colpi di genio di Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini, non ci sarebbe alcuna maggioranza possibile. E si tornerebbe in breve alle urne senza neppure avere cambiato le regole.

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giovedì 1 giugno 2017

Ricordando Gigi Raimondi

Luigi Raimondi, come quasi tutti gli umani, non ha potuto scegliere quando, né perché lasciare questo mondo, ma, come pochissimi umani, ha voluto decidere come andarsene e, dopo una vita in prima linea – e non è assolutamente una frase fatta – ha chiesto di andarsene in silenzio e ha lasciato alla moglie Paola l’incarico di avvertire «quanti lo hanno conosciuto» con un paio di scarne righe «a cremazione avvenuta». Militante antifascista, combattente durante la seconda guerra mondiale e nella guerra di Liberazione, poi insegnante e instancabile testimone della storia e degli ideali partigiani, non ha mai amato eccessivamente l’apparire in pubblico, ma ne ha accettato l’obbligo perché la testimonianza implica la necessità di farsi sentire. Non voglio infrangere il suo desiderio di silenzio, ma mi sembra doveroso ricordarlo con affetto e con rispetto e, per farlo, pubblico a seguire una delle presentazioni che mi aveva chiamato a fare per i suoi libri. Si era in sala Ajace, a Udine, nel dicembre del 2011, e il libro era “Poesie di lotta e di speranza”, un titolo che ha esemplarmente racchiuso due delle spinte più importanti della sua lunga vita.
Eccovi il testo

Se è vero – come ha detto Aristotele – che «la poesia è più filosofica e di più alto valore che la storia», allora non può stupire se questo nuovo libro di Luigi Raimondi finisce per carpire fin da subito l’attenzione di chi vi si accosta sia perché storia e poesia qui sono fortemente connesse, sia in quanto al pregio dell’approfondimento poetico, si aggiunge quello della chiarificazione e puntualizzazione da parte della prosa con cui l’autore accompagna ognuno di questi circa sessanta frammenti dedicati a protagonisti e ad avvenimenti della storia d’Italia e del Friuli; sono liriche scritte tra il 1944 e il 2009, ma praticamente tutte riferite e legate a quello stesso periodo della Seconda guerra mondiale e della guerra di Liberazione. Una prosa in cui racconta storie, spiega se stesso con i suoi ragionamenti e le sue emozioni, scruta nell’animo umano, chiarisce perché in certi momenti si agisca – si debba agire – in maniere totalmente diverse di come si opera in altri momenti.

La poesia, così, rimane sempre a stretto contatto con la storia, la storia personale di Luigi, una storia di grande peso, spesso difficile da portare sulle spalle. Ma anche con la Storia – quella con la “S” maiuscola – con cui lui è venuto a diretto contatto, vivendola non soltanto da protagonista, ma anche da osservatore attento e sensibile.

Il rapporto tra poesia e guerra è sempre stato mutevole, proprio come mutevole è stato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti dei conflitti. Nella letteratura ottocentesca, con Alessandro Manzoni, o Walter Scott, la guerra è vista come un’esperienza nobile, la tragedia è caratterizzata e mitigata dall’eroismo e dalla convinzione di battersi per alti ideali. Nel Novecento, invece, la guerra diventa un orrore, una tragedia assurda che non trova giustificazioni se non nell’autodifesa, mentre con le drammatiche situazioni belliche di sofferenze, privazioni e paure, l’esperienza della guerra diventa quasi uno stimolo all’interrogazione poetica di sé.

Vale la pena di andare con il pensiero a Giuseppe Ungaretti e alla sua folgorante «Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie» fatta con stile scarno e drammatico, a Salvatore Quasimodo che preferisce, invece, esprimersi con periodi lunghi e scorrevoli che affrontano la solitudine, la precarietà della vita e lo sfiorire delle illusioni, a Umberto Saba che si rifiuta di permettere alla guerra di privare l’essere umano di ogni sentimento e ricordo, nonché di congelare il suo cuore, a Primo Levi che analizza nel profondo il disastro della guerra che coincide con il disastro dell’uomo privato di ogni sentimento, di ogni dignità.

In questo quadro Luigi Raimondi sceglie un’altra via che, se per la speranza che sottende, sembra portare a Saba, per la violenza fisica e mentale che racconta, segue, invece, la strada di quel neorealismo che ha fatto la fortuna sia del cinema, sia della letteratura italiana di un certo periodo, con un modo di narrare che si propone di presentare al lettore il vero, senza mutarne artificiosamente la realtà con infingimenti che la possano variare né in positivo, né in negativo. E così ci troviamo di fronte a narrazioni crude che, anziché smussare gli angoli della violenza, finiscono addirittura, per contrasto, per accentuarne la disperata volgarità in un mondo infernale da cui nessuno potrà uscire – se mai ne uscirà – come vi era entrato; in cui la storia diventa severa e implacabile “magistra vitae”.

Ma queste narrazioni sono anche capaci di graffiare e scalfire il nostro spirito, e contemporaneamente ci fanno pensare, e quindi ci arricchiscono. Benedetto Croce diceva che «nella vera poesia le espressioni che suonano più semplici ci riempiono di sorpresa e di gioia perché rivelano noi a noi stessi» e infatti queste poesie sono capaci di comprimere le distanze di tempo, di restituire anche a chi non li ha vissuti, quei climi, quei sentimenti sempre un po’ al di sopra delle righe, come al di sopra delle righe erano anche la vita e la morte stesse. Qui non si usa, per trasmettere un messaggio, il significato semantico delle parole insieme al suono e al ritmo che queste imprimono alle frasi. Qui, per trasmettere emozioni e stati d’animo in maniera evocativa e potente, basta una lingua scarna e, quindi, spesso aspra; è sufficiente quella commistione – che talvolta sembra quasi inconsapevole – tra italiano e dialetto che per noi triestini, istriani e dalmati diventa naturale perché sappiamo che il nostro dialetto era una specie di lingua franca nata per capire e farci capirci in mezzo a una babele marittima di linguaggi, in un mondo in cui comunque si riusciva sempre a stare insieme. E così, mentre per rispetto agli altri, nella vita di ogni giorno si parla in italiano, appena ci sentiamo a casa, o tra amici, o in situazioni di intimità con noi stessi, il dialetto parte automaticamente e consente si addolcire o inasprire, arrotondare o acutizzare, l’espressione di concetti e sentimenti.

In questo quadro mi sembra importante soffermarmi un po’ di più sui concetti di lotta e di speranza messi così vicini, legati non soltanto dalla collocazione nello spazio del medesimo titolo, della stessa riga tipografica, ma stretti assieme come simboli che necessitano l’uno dell’altro per rafforzarsi e arricchirsi vicendevolmente. Non può esserci speranza, infatti, senza lotta; né può esserci lotta senza speranza.

Se questo secondo concetto può apparire intuitivo in quanto, se uno non crede minimamente di potersi salvare, tende a rassegnarsi, a limitare il più possibile i danni, o a far finire rapidamente la sofferenza, è il primo quello che, pur sottovalutato, credo sia fondamentale nella vita di ogni uomo anche nella cosiddetta vita quotidiana che tanto quotidiana – se per quotidiana intendiamo solita – quasi sempre non è.

Di fronte alla difficoltà ci si può porre con fede miracolistica che deriva da una definitiva rassegnazione; con aspettativa dell’aiuto degli altri che nasce da una propria abitudine all’inazione; con vibranti richieste di aiuto se ci si pensa troppo deboli addirittura per tentare qualcosa; con triste silenzio se si pensa che nulla più possa essere fatto. Ma la speranza può essere concepita come vera, reale, possibile soltanto se alla sua base ci sono la voglia e la capacità di lottare che a loro volta derivano dal ribollire interiore della rabbia, dell’indignazione, della voglia di giustizia, della convinzione che la democrazia sia il bene maggiore a cui su questa terra un uomo possa tendere.

Il divenire del mondo, in tutti i campi, è stato deciso da questa stretta connessione tra lotta e speranza, tra voglia di fare e determinazione ad arrivare. Ogni rivoluzione, ogni resistenza, ogni progresso sociale, ogni conquista scientifica sono derivati dal rifiuto della rassegnazione e dalla conseguente capacità di mettersi in gioco fino alle estreme conseguenze.

A questo punto comprendiamo benissimo che il problema determinante del mondo di oggi è quello di riuscire a capire perché, almeno apparentemente, noi non siamo più capaci di lottare e, quindi, in definitiva, di sperare. Questa volta i nemici non sono il fascismo, o il nazismo; lo scopo non è quello di liberare l’Italia dagli invasori. Oggi i nemici sono soprattutto gli approfittatori e gli egoisti, coloro che usano i poteri finanziari per affamare un mondo intero allo scopo di avere più potere per sé, per spadroneggiare su intere nazioni che ormai non hanno potere – o non vogliono trovarlo – per opporsi a persone e organizzazioni che operano al di fuori della legge e dell’etica.

E davanti a questa situazione continuo a domandarmi perché siamo così sensibili alle invasioni dei nostri territori, e così poco sensibili alle invasioni dei nostri diritti. Davanti alle invasioni dei territori siamo capaci di organizzare resistenze; davanti alle invasioni dei nostri diritti, siamo lì come inebetiti a lamentarci un po’ e a lasciar fare.

Pensiamo al nostro Paese, a noi stessi in questo momento. Dopo essere rimasti praticamente inerti per tanti anni davanti al disastro berlusconiano, oggi oscilliamo tra la fede miracolistica in un governo tecnico che ha il pregio della competenza, e il timore profondo di un governo tecnico che, per definizione, è lontano dalla democrazia; anzi, per essere più preciso, che a lei è indifferente. Sproniamo altri a fare per noi, ma con grande attenzione a che tocchino i privilegi degli altri e non i nostri e soltanto raramente finiamo per rimetterci in gioco e abbiamo il coraggio, non di prendere in mano un’arma e di rischiare di uccidere e di morire, ma neppure quello di prendere in mano un’opinione e rischiare di essere contraddetti, o presi in giro, o anche vilipesi, o discriminati per il coraggio delle nostre opinioni.

La realtà è che abbiamo delegato troppo, non abbiamo usato la democrazia rappresentativa, ma l’abbiamo stravolta, svilendola nel ruolo e nella sostanza, usandola soltanto come comodo alibi per non rischiare, per non sporcarci le mani, per non metterci la faccia, per non sudare eccessivamente. La realtà è che siamo diventati molto diversi dai nostri genitori. A rileggere il libro di Luigi questa discrasia, questa distanza tra noi e chi ci ha preceduto diventa abbagliante e abissale, profonda e umiliante.

Ma davvero noi non siamo in grado di reagire? Oppure potremmo essere ancora in grado di insorgere, ma non riusciamo ancora a sollevarci da quel comodo divano nel quale ci hanno fatto sedere facendoci credere che le conquiste fatte dai nostri padri sarebbero durate per sempre e senza bisogno di essere difese?

Sarebbe interessante, ma non fondamentale, capire se la nostra stirpe si è rovinata per naturale involuzione non trovando più in sé il coraggio di fare quello che va fatto, o se invece la cosa deriva da un torpore indotto e instillato in noi con deliberata determinazione. Fondamentale, invece, è chiedersi se e come troveremo la determinazione a rialzarci perché la risposta a questo interrogativo è dirimente per capire il futuro non soltanto dell’Italia, ma dell’intera società occidentale, di quella stessa società in cui noi viviamo e sulla quale ci siamo plasmati a nostro piacere, dopo averla modellata con rigore etico e intellettuale.

E non equivochiamo: Raimondi mette bene in chiaro che per mantenere la propria dignità non si tratta di ricorrere a reazioni violente, ma soltanto di non abbandonare la propria umanità, di difendere quella democrazia e quella Costituzione che proprio Luigi e quelli che hanno combattuto assieme a lui hanno conquistato e poi ci hanno regalato. «Per non cadere in riprovevoli reazioni – scrive – quando i neofascisti tenevano un comizio o una manifestazione a Treviso, non restavo mai in città. L’abitudine al combattimento si annullò lentamente, quasi del tutto». Egli, infatti è intimamente e fieramente pacifista, perfettamente in linea con la stragrande maggioranza dei combattenti di quella volta che sono oggi i pacifisti più convinti.

E questa non è una contraddizione perché i partigiani hanno deciso di combattere proprio per assicurare a se stessi e agli altri un periodo di pace e lo hanno fatto con un’incoscienza disperata, o con una coscienza piena di speranze, il che, in definiva è proprio la medesima cosa. Sono stati giovani e anziani molto simili a don Chisciotte che assolutamente non era – come a prima vista potrebbe apparire – schiavo di un’inutilità derivante dalla propria pazzia, ma si è trasformato in simbolo della necessità dell’uomo di inseguire i propri ideali; di un uomo che, anche se è certo fin dall’inizio che nella maggior parte delle volte finirà sconfitto, va avanti comunque perché è convinto che il seme da lui lasciato continuerà a germogliare. Da demente zimbello per lettori e ascoltatori secenteschi, un po’ alla volta l’eroe folle di Cervantes si è trasformato, diventando allegoria di chi non si spaventa di combattere battaglie che i benpensanti e i ragionevoli considerano perdute in partenza, fino a entrare nelle ballate di un cantautore come Francesco Guccini che lo descrive animato da grande determinazione etica: «Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro / perché il Male e il Potere hanno un aspetto così tetro? / Dovrei anche rinunciare a un po’ di dignità, / farmi umile e accettare che sia questa la realtà?». E poi l’hidalgo spiega anche perché si sente costretto a combattere per i propri ideali: «Salta in piedi Sancho è tardi, non vorrai dormire ancora. Solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri».

È proprio pensando a questa figura che si è incarnata nei partigiani, che teoricamente mai avrebbero potuto vincere, che ci rendiamo conto che anche la Resistenza è nata da una forma di benedetta pazzia. Non è stata una rivolta perché la sua repentina fiammata iniziale non si è esaurita altrettanto rapidamente, e nemmeno una rivoluzione perché è scaturita quasi spontaneamente, senza lunghe preparazioni filosofiche. È stata, però – raro esempio nel mondo e nella storia – la sommatoria di queste due cose perché ha chiamato subito in campo gente di ogni ceto chiedendo anche sacrifici estremi, e poi ha saputo allungare i suoi benefici influssi per sempre – mi sarebbe piaciuto dire – o almeno per alcuni decenni, lasciando, comunque, in buona parte della popolazione la voglia di resistere ancora per difendere la propria dignità, libertà e indipendenza.

Ecco, la parola: resistere. E per resistere bisogna anche avere memoria, bisogna anche ricordare cos’è accaduto per impedire che si verifichi di nuovo. Quello della memoria oggi è un momento di estrema importanza: mentre alcuni vogliono distruggerla per cancellare gli errori del loro passato, altri la vogliono mantenere viva non tanto per evidenziare gli errori altrui, quanto per sottolineare quali errori devono essere assolutamente evitati.

Da una parte c’è gente come il fortunatamente ex ministro Ignazio La Russa che, con grande impudenza, una volta ha detto: «Del 25 aprile abbiamo le scatole piene. Ne parlino gli storici e non i politici». Con la certezza, ovviamente, che i mass media danno ben poco spazio agli storici e molto ai politici. E invece non è affatto così: ne devono parlare ancora tutti, storici, politici, normali cittadini, libri come questo, perché la memoria è l’unica cosa che può impedire la manipolazione di una realtà che diventa fastidiosa in quanto rende non credibile una propaganda che sempre più spesso ha cercato di confondere e parificare resistenza, fascismo e nazismo ricordando a piena voce che tutti i morti meritano identica pena, ma ingiustificabilmente dimenticando di dire che le cause per le quali sono morti sono diverse e hanno ben diversa motivazione e dignità. E che per tutti importante è come si è vissuti e non come si è morti.

Fortunatamente a contrastare la tentazione di lasciarsi andare a questo andazzo ci sono, appunto, libri come Poesie di lotta e di speranza in cui Luigi Raimondi, oltre alle poesie, ci offre apparati di note che scrive sicuramente per sé, ma anche per gli altri, con un bisogno di raccontare che nasce non per rendersi interessante, ma per rendersi utile, per mettere in comune un patrimonio di esperienze e di conoscenze che gridi a voce alta: «Guarda cos’è accaduto a noi: non permettere che possa accadere anche a te o ai tuoi figli».

E lo fa riportando alla memoria e pubblicando in tutta umiltà («So – scrive – che queste annotazioni non sono “Storia”; le lascio, come altre, quali curiosità aneddotiche, perché anche di queste cose sono fatto») pubblicando, dicevo, brandelli di storia che a prima vista potrebbero apparire inessenziali nel grande e drammatico quadro di un secolo crudele come quello chiusosi da pochi anni e che invece, sono fondamentali per ridare alla storia quella dimensione umana che, da immobile e intoccabile monolite di date, nomi e avvenimenti, viene trasformata in serbatoio dal quale attingere frammenti di insegnamento per evitare di commettere nuovamente quegli errori e quegli orrori che hanno costellato la vita dell’umanità e che sono ancora all’ordine del giorno.

L’altro giorno sono andato a presentare "Non tutti i bastardi sono di Vienna", di Andrea Molesini, vincitore del Campiello, e ho rilevato che il titolo del libro, ambientato nell’ultimo anno della Grande Guerra, mi sembra perfetto, perché racchiude esattamente la complessità di un orrore ricorrente come la guerra, che non consiste soltanto nelle morti, nelle violenze, nei dolori e lutti, nelle distruzioni che vediamo, ma anche e soprattutto in quello che si nasconde dietro alle cose visibili, e che, in realtà, è addirittura più importante perché più determinante. In questa frase c’è la desolata e rancorosa constatazione che nelle guerre, come nella vita, non ci sono mai tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, ma che i bastardi possono essere dappertutto. E non è un particolare di piccolo momento perché l’affermazione «Non tutti i bastardi sono di Vienna» è ben diversa da un possibile e zuccheroso «Non tutti i buoni sono di Roma». Perché in situazioni come quelle di una guerra, ma anche nella vita di ogni giorno, importante non è sottolineare che le persone di buon cuore ci sono dappertutto, come Abramo aveva fatto rilevare a Dio parlando di Sodoma, bensì capire che il male è capace di annidarsi dappertutto e che è questo male a dover essere estirpato per mettere al riparo l’umanità da cataclismi umani come quello della guerra, ma non solo da quello. Con la guida trainante dei buoni – si capisce – ma con l’impegno di tutti. Altrimenti non si potrà arrivare da nessuna parte.

Luigi questo lo sa benissimo e rimane radicatissimo nelle proprie convinzioni e nei propri valori, ma lontano da ideologie che non tollerano e cannibalizzano i dissensi di ragione e di coscienza. Fa così per poter essere sempre chiaramente schierato, ma anche per poter mantenere per sé libertà di giudizio, per ribadire che nessuno possiede la verità assoluta, né il bene assoluto, per ricordare che quell’epoca, in cui in Italia chi aveva il potere pensava di dominare sia la verità, sia il bene, è stata la peggiore della nostra storia; che tantissimi italiani hanno combattuto e sono morti per combattere questa idea che nega il pensiero autonomo, il libero arbitrio con il diritto di parola, di pensiero, di opinione, di resistenza. Che nega, in una parola, la democrazia.

A leggere i versi e la prosa di Luigi, a pensare alle persone e ai fatti di cui racconta, ci rendiamo conto che troppo spesso abbiamo guardato agli uomini della Resistenza, come a superuomini, ma non è vero. Sono stati uomini normali, e quindi capaci di combattere per le proprie idee e per i propri valori. Come ha detto una volta a Udine la scrittrice indiana Mahasweta Devi: «Né gli uomini, né le donne sono mai stati deboli. Hanno sofferto molto, subìto molto, ma non sono mai stati deboli».

Coltivare la necessità dei superuomini, come coltivare la necessità di una leadership, serve soltanto a lavarsi la coscienza, a poter dire: «Non è colpa mia se non sono eroico, o non sono un leader, perché non ne ho la statura; e se gli eroi e i leader a disposizione sono davvero scarsi, se non impresentabili, non posso farci niente». Ma se parlassimo di umanità in cui tutti hanno gli stessi doveri, oltre che gli stessi diritti, se invece di “leadership” parlassimo di “comunità”, allora la cosa riguarderebbe tutti, perché tutti sarebbero chiamati, a seconda delle loro piccole o grandi possibilità, comunque e sempre a dare il proprio contributo.

A Gigi devo un grazie per avermi costretto a riflettere su alcune cose. E quando uno riflette finisce sempre per cambiare un po’ se stesso.

Ma devo dirgli grazie pure per la sua assoluta sincerità anche davanti alle cose più difficili, come il rapporto con la morte. Nell’Apertura dice: «Il rapporto vita-morte, principio-fine, è costantemente presente nella mia poesia». E più avanti continua: «Allora, paura della morte? Ora più che mai paura della sofferenza fisica, della perdita progressiva dell’equilibrio, dell’autocontrollo, della memoria, non paura del trapasso, ma del vuoto, del non essere più e dell’essere in breve dimenticato o, diversamente da me vero, ricordato. Ma, dette queste poche cose, sono certo soltanto della mineralizzazione del mio corpo quale unica soluzione possibile; anche per ciò amo molto la vita e, ora che sono vecchio, conosco la sua brevità, la sua inutilità se mal vissuta, sprecata. Continuo a lavorare fisicamente, a studiare, a pensare, a essere impegnato nella lotta e nella speranza di un futuro migliore per chi mi sopravvivrà».

E, incapace di smettere di lottare, dopo aver aperto il suo libro parlando della morte, lo conclude con la Poesia della speranza, a ricordarci che nostro compito è sperare – e quindi lottare – anche per coloro che sono arrivati e arriveranno temporalmente dopo di noi.

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sabato 27 maggio 2017

Rotte, correnti, venti e maree

Il verbo governare è molto antico visto che risale, nella sua forma originaria latina “gubernare”, al IV secolo avanti Cristo e ha un significato chiaramente marinaro: significa reggere il timone. In italiano viene accolto da Dante già alla fine del XIII secolo nel suo “Convivio” e poi nella “Commedia” quando ne estende il significato alla politica e fa capire bene che reggere il timone non basta, altrimenti l’Italia diventa come una «nave sanza nocchiero in gran tempesta» e si finisce per affondare.

Oggi appare sempre più evidente che le coincidenze tra il significato marinaro e quello politico sono più d’una. Un comandante di nave, infatti, soprattutto quando si trattava di andare a vela, dirigendo galeoni, poderosi velieri da guerra che arrivavano anche a 5 mila tonnellate di stazza, doveva sì percorrere la rotta che si era prefisso, ma era obbligato anche a stare ben attento a quello che gli imponevano le correnti, i venti e le maree. Altrimenti andava ad arenarsi nelle secche, a infrangersi sulle scogliere, o ad affondare durante fortunali che non sapeva come affrontare.

Ancora oggi, in politica, un leader governativo ha il diritto di seguire la rotta che ha tracciato, ma non può non confrontarsi con le correnti, che possono essere il simbolo delle opposizioni, abbastanza costanti nel loro indirizzo; con i venti, simili all’opinione pubblica, volubile e variabile, ma capace, di tanto in tanto, di tramutarsi da piacevole brezza in terrificante fortunale; e con le maree, decisamente prevedibili pur se possenti, e paragonabili a quella specie di movimento pendolare che sposta periodicamente il peso del sentire generale della maggioranza da destra a sinistra, o viceversa, quasi come inevitabile reazione al precedente spostarsi dell'opinione pubblica dall'altra parte.

Se anche in politica, come sul mare, non ci si rende conto della complessità e della difficoltà di “gubernare”, se non si tiene conto di tutto questo, allora non si governa, ma si comanda, e in questo caso gli elementi, naturali o sociali che siano, finiscono sempre per rivelarsi più forti di qualsiasi, pur nerboruto, timoniere e così si rischia di arenarsi, di infrangere il proprio vascello su una scogliera, come quella dei populismi, o, semplicemente, di affondare.
Matteo Renzi ha già provato a comandare più che governare, evitando ogni confronto con chi non la pensa esattamente come lui e forzando i meccanismi parlamentari in maniera tale da tentare di bloccare correnti, venti e maree. Il risultato – drammatico per lui – lo si è visto il 4 dicembre quando è miseramente affondato con il suo progetto di stravolgere la Costituzione. Ma è evidente che non è uomo capace di imparare; né dalla storia, né dai propri errori.

Ora sono altre due le navigazioni che indicano che nulla ha imparato. E non si dica che non è lui a tracciare la rotta e a reggere il timone, bensì Gentiloni, perché è un evidente falso, visto che la sopravvivenza del governo dipende dal Pd e dal suo segretario.

La prima riguarda la vicenda dei voucher che, cacciati dalla porta soltanto per evitare un referendum già fissato dopo una raccolta di oltre tre milioni di firme, ora tenta di far rientrare dalla finestra cambiando loro il nome, ma non la sostanza; anche se la faccia tosta del capogruppo Rosato si sta impegnando al massimo per far credere che di cose diverse si tratta.

La seconda è legata alla legge elettorale con continui tentativi di fissare premi maggioritari assortiti, richiamandosi a quella “governabilità” che, in realtà, è soltanto la sicurezza di poter fare per cinque anni quello che si vuole con il timone, senza preoccuparsi di correnti, venti e maree. Della democrazia, insomma.

Si potrebbe essere tentati di lasciare che la nave di Renzi vada pure a sfasciarsi, ma non dobbiamo mai dimenticare che quella nave è nostra, e non sua, e che il naufragio coinvolgerebbe tutti noi. Occorre riprendere velocemente il comando della nave, in primis per evitare il naufragio. Di aggiustamenti comuni di direzione – tenendo conto che il porto a cui si mira è quello della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia e della solidarietà – si potrà parlare più tardi, quando il mare si sarà placato e ci sarà finalmente un vero nocchiero, capace di destreggiarsi tra rotte, correnti, venti e maree.

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giovedì 18 maggio 2017

Il problema non è Trump

Le borse di mezzo mondo vanno in crisi; in America si risente parlare con forza di impeachment per il presidente Donald Trump e gli stessi repubblicani pensano a tutti i sistemi legali possibili per farlo uscire a forza dalla Casa Bianca e fare spazio a un presidente meno imbarazzante. E “imbarazzante” è addirittura un termine inadeguato per descrivere ciò che ha fatto soltanto in questi ultimi dieci giorni.

Riassumendo brevemente: sull’onda del Russiagate che lo insidia fin da prima dell’insediamento, il 9 maggio Trump decide di licenziare in tronco il direttore dell’FBI James Comey, sgradito perché non segue il suo consiglio di lasciar cadere le indagini sui rapporti con la Russia, in genere, e soprattutto quelle su Michael Flynn, consigliere del presidente. Il giorno dopo vuole farsi bello con un ministro di Putin in visita alla Casa Bianca e, per dimostrare il suo potere, gli rivela alcune cose che possono mettere in crisi servizi segreti alleati e alcuni agenti infiltrati che rischiano la vita. I suoi collaboratori si affrettano a smentire la notizia diffusa dal Washington Post, ma lui smentisce le smentite e rivendica non solo di averlo fatto, ma di avere il diritto di fare quello che vuole. Le conseguenze sono pesantissime a livello internazionale perché non si sa quali servizi segreti avranno ancora voglia di collaborare con quelli statunitensi, se i loro segreti vengono messi in piazza, ma anche a livello interno in quanto sempre più spesso viene ventilata la possibilità di sottoporre a impeachment il presidente per “ostruzione della giustizia”, la medesima accusa che portò Nixon alle dimissioni prima che l'impeachment fosse deciso.

Tutti stanno analizzando e stigmatizzando il comportamento di Trump ritenendolo indegno di lavorare nello studio ovale, ma il vero problema non è Trump: il vero problema è il fatto che quest’uomo è stato eletto democraticamente da un popolo che è tra quelli che maggiormente possono accedere alle informazioni necessarie per decidere. Ed è in questo senso che quello che sta accadendo a Washington deve interessare tutto il mondo perché rischia di mettere terribilmente in crisi il concetto stesso di democrazia rappresentativa per far tornare in primo piano assurdi sogni di una democrazia diretta che spera di risolvere con domande e risposte semplici e spesso irriflesse problemi di complessità estrema; oppure per far vagheggiare incubi di aristocrazie, oligarchie, dittature.

A noi italiani già la cosa dovrebbe interessare più che ad altri perché qui siamo riusciti a far diventare presidente del Consiglio un signore come Berlusconi che, quanto a pasticci, gaffe, incriminazioni e decisioni personalissime e cervellotiche, può essere considerato l’apripista di questi nuovi pseudo–protagonisti della politica internazionale. Ma ancor più deve interessarci perché proprio in questo periodo stiamo correndo un grosso rischio di affossare la nostra democrazia.

Sarebbe assurdo pensare di averla salvata con il pur importantissimo voto del 4 dicembre: è stata conservata la lettera della Costituzione, ma servirebbe ancor di più recuperarne lo spirito. E poi colui che ha tentato di distruggere la nostra Carta fondamentale è ancora in circolazione e sta tentando di riprendersi tutto il potere che in realtà non si è mai sognato di abbandonare.
 

In questo quadro, francamente sconfortante, sono almeno due le cose che è urgente fare.
La prima, la più immediata, è quella di impegnarsi a vigilare e a lavorare perché sia realizzata una legge elettorale degna di questo nome, che magari non sia chiamata con un termine in latino maccheronico che dimostra, tra l’altro, la mancanza di fantasia dei nostri parlamentari e la rassegnazione a seguire quelle che si ritengono essere le mode, ma che, soprattutto, oltre a non essere soggetta a venir ancora una volta cancellata dalla Corte Costituzionale, rispetti il principio di rappresentatività e permetta ai cittadini di scegliere davvero i propri delegati al Parlamento. E, invece, appare chiaro che Renzi e i capi di tutti gli altri schieramenti hanno in testa soltanto tre obbiettivi: fare la legge che sul momento sembri maggiormente favorire il proprio partito, curare molto di più la cosiddetta governabilità che la rappresentanza, e, comunque, assicurare l’elezione ai più fedeli, togliendo gran parte delle possibilità di scelta ai cittadini.

In più sembra evidente che si stanno sforzando di far rientrare dalla finestra ciò che è stato calciato a calci dalla porta, cioè l’abolizione del Senato. In questo caso non sparirebbe, ma, grazie al fatto che stanno tentando di fare leggi uguali, e non soltanto armoniche, per i due rami del Parlamento, diventerebbe praticamente inutile in quanto ricalcherebbe perfettamente la stessa composizione della Camera e i due rami del Parlamento non avrebbero più quelle funzioni di reciproco controllo che sono state fin qui molto utili in tantissime circostanze. Dicono che in altri Paesi tutto questo non esiste. Ma pensare alla Camera dei Lord che blocca almeno temporaneamente la Camera dei Comuni sulla Brexit; pensate agli Stati Uniti dove spessissimo uno dei due rami del Parlamento ha bloccato le iniziative dell’altro se non, addirittura, quelle del presidente, anche se era incommensurabilmente più serio di Trump.

La seconda questione, più lunga e più difficile, consiste nella ricostruzione dei partiti politici che si sono trasformati – praticamente tutti – in semplici comitati elettorali al servizio di un leader che non guida, ma comanda; comitati nei quali è richiesta obbedienza cieca, faccia di bronzo nelle dichiarazioni pubbliche per non spiegare cosa in realtà stia succedendo, e totale rinuncia a qualsiasi velleità di discussione reale perché tutto deve essere veloce ed efficiente, mentre la coscienza – lo sappiamo tutti – è qualcosa che richiede dubbi, tempo, macerazioni e scontri. Ma è anche quel patrimonio che permette di capire quanto di quello che è proposto da qualcun altro è accettabile, se non addirittura buono, e, quindi, è l’unico sistema per arrivare a quelle mediazioni che non devono essere vituperabili inciuci, bensì traguardi nei quali ognuno accetta le buone idee dell’altro con il comune obbiettivo del bene generale.

Utopie? Non credo. Ma, se non si comincia a lavorare, quegli obbiettivi si allontaneranno sempre di più. E non dobbiamo mai dimenticare che spessissimo la storia umana ha dimostrato che l’utopia non è un luogo che non esiste, ma soltanto un luogo che non è stato ancora raggiunto.

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giovedì 4 maggio 2017

Compromessi e confini

Devo ammettere che non mi è facile commentare la tappa udinese di Giuliano Pisapia, perché l’unità del centrosinistra è cosa che personalmente sogno ormai da decenni, ma mi sembrerebbe sbagliato esimermi dal palesare le mie sensazioni. E lo faccio proprio raccogliendo una delle tante sollecitazioni lanciate dall’ex sindaco di Milano; forse la più condivisibile, ma probabilmente anche la più pericolosa: «Una delle chiavi fondamentali per unirci – ha detto – è quella di parlare chiaro. Poi ci potremo scontrare, ma è anche l’unico modo per individuare i punti di contatto e per smussare gli spigoli che rischiano di lacerarci».

Allora, se bisogna parlare chiaro, la prima cosa da sottolineare è che, tentando di non spezzare ulteriormente prima di tentar di incollare, è rimasta assolutamente nebulosa la sostanza del progetto: il con chi, il come, il con quali regole. Perché non basta pensare a un'alleanza aperta, chiamata Campo Progressista, per essere sicuri di fare cose di sinistra. Intanto perché un’alleanza., se è aperta, lo è sia in entrata, sia in uscita (e, in questo senso, abbiamo già abbondantemente dato). Poi perché, prima, è necessario rispondere a una domanda fondamentale: cosa intendiamo per sinistra, se davvero intendiamo tentare di unirla?

Tento di spiegarmi. Sono perfettamente d’accordo con Pisapia sul fatto che bisogna unire e non dividere e dico anche che non ho il minimo dubbio sul fatto che nella politica siano necessari dei compromessi in quanto la politica è un ininterrotto susseguirsi di avvicinamenti reciproci per trovare mediazioni accettabili dalle varie parti in causa al fine di raggiungere soluzioni che facciano il bene dell’intera società. Però, uno dei punti fondamentali nella ricerca di compromessi che mantengano la sostanza nobile del termine e non quella deteriore, consiste nel fatto che bisogna aver ben chiari quelli che potremmo definire i propri confini etici: fin dove si può arrivare senza tradire i propri valori? Cos’è lecito e cosa non lo è? Senza risposte precise a questi interrogativi i compromessi sono destinati a diventare sconfitte, o – peggio – compravendite, se non cessioni.

Ed è importante anche annotare il fatto che normalmente i confini individuali racchiudono territori molto più stretti di quelli delimitati dai confini collettivi di un gruppo, come può essere un partito politico. Ma è evidente che, se un cittadino può decidere di appaltare alcune sue scelte ad altri (si chiama democrazia rappresentativa) se i patti sono ben chiari, è altrettanto palese che questa delega non può funzionare e viene immediatamente ritirata se quei confini di cui parliamo diventano steccati etici vaganti più che vaghi. È semplicemente questa la storia dei milioni di voti perduti dal centrosinistra anche e soprattutto in quelle regioni che erano considerate “rosse” e che, quindi, erano quelle in cui più radicati erano i valori di uguaglianza, libertà e solidarietà.

Allora, possiamo anche – faticosamente, lo ammetto, ma sinceramente – soprassedere al fatto che sia uno che si è schierato con il sì al referendum del 4 dicembre a parlare di valori di quella democrazia che la riforma costituzionale voleva scambiare, almeno in parte, con quella che chiamavano “maggiore governabilità”, ma non è possibile dimenticare – tanto per fare un solo esempio – che il Jobs Act e la cancellazione dell’articolo 18 hanno sconfinato ampiamente dai compromessi non soltanto possibili, ma addirittura immaginabili. E non basta che oggi una giovane rappresentante di uno dei sindacati che ha appoggiato quel massacro faccia finta di dimenticarsene e parli di errore.

Come pure non appare possibile che si parli dell’importanza del più grosso partito di centrosinistra senza chiedersi se davvero è rimasto di centrosinistra, visto che una sua enorme parte – di dirigenti, ma anche di semplici elettori – lo ha abbandonato perché non lo ritiene più tale. E questa sensazione non è certamente cambiata dopo la plebiscitaria conferma di Renzi alla segreteria. E, ancora, appare inutile far finta di non sapere che lo stesso Renzi ritiene di aver diritto, avendo vinto le primarie del suo partito, di essere il candidato di tutto il centrosinistra.

È vero che il popolo di sinistra non aspetta altro che sentir parlare concretamente di unità e che, per rendere possibile ciò, è disposto ad ascoltare per un po’ anche persone che chiaramente, più che parlare del centrosinistra, sono già entrati in una loro anticipatissima campagna elettorale. Ma, se davvero si vuole, come ha detto Pisapia, «riuscire a parlare ai tanti disillusi che non sono più andati a votare, o hanno votato turandosi il naso e restituire l’entusiasmo di fare politica agli italiani di sinistra che l’hanno perso», quegli steccati etici invalicabili devono essere ben chiari per tutti.

E deve anche essere molto chiaro il fatto che importanti sono gli ideali e non le persone, ma che se una persona ha fatto di tutto per calpestare e distruggere quegli ideali, allora quella persona deve starsene da un’altra parte. Altrimenti saranno sempre di più quelli che si allontaneranno.

So che appare difficile crederlo, ma sinceramente questo vuole essere un contributo costruttivo, e non distruttivo, a chi vuole ricostruire il centrosinistra. In quanto la speranza è comune e perché senza quella chiarezza che lui stesso invoca, anche lo sforzo di Pisapia sarebbe già arrivato al capolinea.


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domenica 30 aprile 2017

In ricordo di Leo Zanier

Si sapeva che era gravemente ammalato, ma la notizia della morte di Leonardo Zanier, pur se in definitiva attesa, non ha perduto minimamente la forza d’impatto causata non soltanto dalla perdita di un poeta di grande livello, ma anche e soprattutto di un uomo che non ha mai perduto di vista le necessità degli altri per privilegiare le proprie.

Non lo vedevo da un po' di anni, ma ci sentivamo al telefono abbastanza spesso per concordare incontri, interviste, presentazioni, ma anche, semplicemente, per salutarci, per sapere come andava, per conoscere i rispettivi progetti. Ed era sempre un piacere sentire il grattare della sua voce, così apparentemente indecifrabile e pur così inconfondibilmente comprensibile in un dialogare che non era mai soltanto professionale, ma, anzi, scivolava regolarmente nel rapporto personale, tanto che in ogni telefonata, in ogni mail concludeva invariabilmente con un «Salûts a tô maranzanota».

Ma, al di là del dispiacere personale, c’è un profondo rimpianto per la perdita di un grande poeta che, tramite la sua capacità espressiva, riusciva ad avvicinare tantissima gente ad argomenti scomodi, che di solito appaiono repulsivi soprattutto a coloro che preferiscono non sapere per non rattristarsi.

Fare letteratura è unire una parola all’altra fino a creare un’espressione compiuta che sappia esprimere e trasmettere un ragionamento, un concetto; che sia in grado di realizzare un brano di senso compiuto capace di rendere manifesto il proprio pensiero e il proprio sentire. La poesia è diversa, pur se strutturalmente simile alla prosa: unendo le parole punta soprattutto a produrre e a offrire sensazioni. In questo caso le parole, infatti, vengono accostate l’una all’altra in maniera talvolta strana, talvolta a prima vista incomprensibile, non necessariamente inserendole in schematismi bloccati dalle regole della grammatica e della sintassi. E questo aggregarsi di parole è capace di portare alla luce non i ragionamenti, bensì i sentimenti.

In quest’ottica Leonardo Zanier è esemplare: la sua poesia è capace di toccare il cuore altrui con il minimo impiego di parole. Riesce a costruire un edificio che commuove, indigna, innamora, fa pensare, usando un decimo dello sforzo che è costretto a fare un narratore, un centesimo di quello che tocca a un saggista.

Pensavo di rendergli omaggio ripubblicando la mia prefazione a “Libers... di scugnî lâ” uscito nella collana “Friuli d’autore. La biblioteca del Messaggero Veneto”, ma preferisco farlo, invece, pubblicando la mia presentazione del suo “Allora vi diciamo / Alla nazione” fatta al Balducci, assienme a don Pierluigi Di Piazza, un po’ di anni fa. Eccola.


È da tantissimi anni che Leonardo Zanier ci parla di migranti e di migrazioni ed è da altrettanto tempo che puntualmente riesce a sollecitare in noi nuovi ragionamenti e nuove sensazioni su uno dei temi più drammatici della vita dell’uomo. Ancora una volta ci è riuscito con Allora vi diciamo / Alla nazione, il cui doppio titolo inizialmente ti spiazza; non riesci a capirlo. Poi guardi il nome dell’autore e la fotografia di copertina, di Antonio Maugeri, che blocca, in un devastante bianco e nero, il mucchio quasi informe dei resti fracassati di barconi di immigranti – che non si sa se poi siano riusciti a diventare anche immigrati – a Lampedusa. E allora ti rendi conto di non aver mai visto una copertina così esplicita, così innamorata dell’uomo, così accusatrice nei confronti di chi continua a pensare che parte importante della propria vita sia anche il sopraffare gli altri.

Leonardo Zanier, scrittore e poeta di Maranzanis, in Svizzera da più di mezzo secolo, ancora una volta alza la sua voce per ricordare cos’è in realtà l’emigrazione; che è uguale in ogni tempo e in ogni parte del mondo come sempre uguali sono gli esuli alla ricerca di lavoro, di cibo, di pace, di salvezza. E capisci anche che quel “Allora vi diciamo” è la necessità, l’obbligo di raccontare questa uguaglianza tra diversi e che quel “Alla nazione” non è una pretenziosa e presupponente imposizione declamatoria, ma una disperata speranza che davvero tutti ascoltino, se non le parole di questo libro, almeno i sentimenti, i fatti, le emozioni, i ragionamenti che gli danno sostanza, e che si trovano dappertutto, dovunque un uomo fronteggi un fatto con la capacità di aprirsi non solo agli altri, ma soprattutto a se stesso; con il pressante invito a tutti a ricordare sempre che, come dice Leo, «diventare bianchi dopo essere stati i marocchini d’Europa, è l’ebbrezza che può allontanare la ragione dalla realtà».

Questa ebbrezza potrebbe far tornare alla memoria “L’orda”, il libro di Gian Antonio Stella, ma il lavoro di Zanier è completamente diverso nella scelta degli assunti di partenza, anche se porta ai medesimi punti di arrivo in quanto entrambi giungono alla conclusione che qualunque emigrante merita rispetto innanzi tutto perché è un uomo e poi per il carico di dolore, per le valigie di tristezza e sofferenza che porta con sé.

Però potremmo dire che Stella arriva a questa conclusione scegliendo di partire da un profilo basso e cioè dimostrando che per noi è un imperativo morale quello di rispettare e aiutare coloro che cercano rifugio e lavoro nel nostro Paese perché anche noi italiani, fino a qualche decennio fa, eravamo come loro, accusati di una supposta inciviltà. Zanier, invece, arriva alla medesima conclusione partendo da un assunto più alto: dalla condanna di ragionamenti e scelte che si basino su graduatorie di presunte civiltà, o inciviltà, mentre si deve pensare esclusivamente a quella che chiamia-mo umanità, con i suoi diritti e le sue sensibilità. Stella, insomma, ragiona tenendo conto della massa di persone costrette a lasciare la loro patria; Zanier appunta la propria attenzione su ogni individuo ribadendone la piena dignità a prescindere da dove viva, dal lavoro che faccia, dalla sua cultura, o dal denaro che abbia in tasca.

Zanier – e non servirebbe neppure ricordarlo – è l’autore di “Libers… di scugnî lâ” (Liberi… di dover partire), un ma¬nifesto più che un titolo; una frase che ha accompagnato la vita di centinaia di migliaia di persone che vi si identificano, che sentono assolutamente loro questa splendida sintesi di parole che racchiudono costrizione e necessità, rabbia e rassegnazione di chi va e di chi rimane, speranza e magone. In pratica è un mondo intero – quello dell’emigrazione – che nei primi anni Sessanta comincia a emergere da un mare di luoghi comuni con l’uso di quattro parole soltanto. Si passa da un’emigrazione rassegnata a un’emigrazione arrabbiata, che vuole eliminare se stessa cancellando le cause che la provocano e i dolori che da essa sono provocati.

E ancora oggi, a distanza di decenni, Zanier si indigna davanti ai soprusi commessi da coloro che pretendono braccia e non vogliono uomini ed è ben conscio che le ingiustizie possono essere cancellate soltanto con la resistenza, non solo di coloro contro i quali i soprusi si compiono, ma anche e soprattutto di coloro che vedono quello che succede e che sono tenuti a far di tutto per impedirlo. Per solidarietà, ma anche perché la distruzione della dignità altrui finisce sempre per distruggere pure la dignità propria.

Quando un essere umano si sente obbligato a lasciare la propria casa e andare lontano, lo fa soltanto perché costretto dalla necessità, da fame, guerre, torture, persecuzioni, scarse possibilità di sopravvivenza. E, facendolo, porta con sé non soltanto il fardello del suo dolore, ma anche – e forse ancor più pesante – quello del dolore di coloro che restano a casa: mogli, figli, genitori, amici, altri parenti.

In questa visione la mitologia del lavoro perde significato e pregnanza, che vengono acquisiti invece dalle realtà della lontananza, della lacerante e macerante separazione. Perché fare il minatore di carbo¬ne a Marcinelle non era molto diverso dal fare l’estrattore di zolfo in Sicilia. Perché andare a cavare sale sulle coste della Camargue non era molto diverso dal fare il bracciante agricolo nei latifondi dell’Italia meridionale. Perché soffiare il vetro in Francia non era molto diverso da quello che ancora si fa non più nelle vetrerie, ma ancora nelle fonderie, reggendo lunghe canne che si bruciano e consumano mentre vengono eliminate le bolle d’aria dalla rovente pasta di ghisa fusa. Perché attraversare su un bastimento l’oceano Atlantico non era molto diverso dall’andare a pesca su malandati barconi nel tempestoso canale di Sicilia, o nel non meno inquieto canale d’Otranto.

Lo stucchevole martirologio dell’emigrante portato avanti da certa letteratura della prima parte del ventesimo secolo, insomma, non ha senso se riferito alla differenza del lavoro. Perché il lavoro è stato drammaticamente pesante dappertutto, specialmente negli anni della massima diaspora italiana: era uguale in Italia e in Francia, in Marocco e in Svizzera, negli Stati Uniti e in Argentina, in Germania e in Belgio, in Lussemburgo e in Australia. Quello che cambiava – e che cambia ancora oggi – è il peso che questa gente si porta nell’anima, perché oltre a portare su di sé il fardello delle lontananze, delle laceranti separazioni dagli affetti, della perdita delle abitudini più rassicuranti, deve sopportare anche la non accettazione, il pregiudizio, il sospetto.

Quello che è davvero diverso, insomma, non si colloca durante il lavoro, ma si sostanzia alla fine del lavoro: quando si esce dalla fabbrica, o dal campo, e non si ritorna a casa, ma si apre la porta di una baracca; non si rientra in famiglia, ma ci si mescola a un gruppo di colleghi altrettanto stanchi e intristiti; non si vedono le proprie pianure, le montagne, i campi, le foreste, o i deserti, ma si guardano paesaggi alieni che non si desidera continuare a vedere per tutta la vita.

E c’è un cambiamento importante anche dove si viveva prima dell’emigrazione: riguarda l’impoverimento della propria terra. Un impoverimento importante e che non è economico, perché le rimesse fruttano una sia pur piccola quantità di denaro che da la possibilità di lenire certe piaghe di un’indigenza assoluta, di una povertà che si può vedere, toccare, annusare. Parlo di un impoverimento umano, morale e sociale, perché quando molti uomini e donne se ne devono andare, viene a mancare la possibilità di avere da loro un apporto emozionale, etico, solidaristico e intellettuale. Perché intellettuale non indica solo qualcosa di molto raffinato, ma la capacità dell’intelletto di elaborare ragionamenti e sensazioni che possono andare ad arricchire il pensiero altrui, a fertilizzare zone di umanità che altrimenti rischierebbero di restare sterili.

"Allora vi diciamo / Alla nazione" è un libro di prose e di poesie, una collezione di brani e di liriche di diverse epoche che, insieme, restituiscono l’immagine di realtà non travisate dalle parole, dalle propagande, dalle insicurezze. Zanier dona a se stesso – e a tutti, di qualunque nazione, pelle e lingua siano – anche le immagini di desolante umiliazione iniziale perché ancora più forte sia la gioia di essere arrivati dove si riesce ad arrivare. E ti racconta del suo primo viaggio di emigrazione verso Zurigo, nel 1956, quasi una fuga dal Friuli ancora ferito dalla guerra, senza lavoro, senza speranza, quando alla frontiera di Chiasso la polizia svizzera lo fece scendere dal treno e mettere «in fila, in mutande, con il passaporto in mano».

Ma Leo riesce a donare dignità a tutti i poveri vaganti con la domanda: «Quanti Ulisse ci saranno e ci sono stati nel mondo?». Eppure Ulisse non era uno straccione, ma un re. Eppure non cercava lavoro, ma conoscenza. Allora cosa unisce l’Ulisse di Itaca ai diseredati che vediamo respinti, obbligati in lunghe file, imprigionati? Li unisce la speranza e la disperazione, il rifiuto e la testardaggine, lo sfruttamento e l’anelito al riscatto. A prima vista si tratta di un Ulisse più omerico che dantesco perché obbligato più che curioso. Ma a ben guardare ci si accorge che entrambi sono emblemi dell’orgoglio umano che rifiuta la sottomissione a qualsiasi cosa, anche al fato, anche agli dei, pur di salvare le due uniche ricchezze che davvero possediamo: la nostra dignità di esseri umani e l’amore per i nostri cari. E la coscienza che, com’è scritto nel libro, «Domani / non è una parola / domani è la speranza / non abbiamo che lei / usiamola / facciamola diventare / mani / occhi / rabbia / e vinceremo la paura».

E Zanier – grande coniatore di parole, ruvide come la sua voce, precise come il suo pensiero – attacca ancora certi concetti come quello di “identità” cui aveva già dedicato una caustica poesia. Sottolinea che nell’attraversare le frontiere non devono importare la lontananza, le lingue diverse, le culture che non si assomigliano; non devono importare perché non esistono società ideali ed esemplari da imitare senza porre domande e instillare dubbi; perché in realtà sono gli uomini a fare la storia e a comporre queste società in continuo divenire, mescolando identità in apparenza inconciliabili, amalgamandole perfettamente anche se sembrano soltanto emulsionabili, come succede per l’olio e l’acqua che, loro sì, resteranno sempre distinguibili tra loro.

Perché identità è una parola che può tranquillizzare, ma anche spaventare e che, nella sostanza, è totalmente vuota e ben disposta a farsi sostanziare da chi la brandisce a proprio comodo, quasi sempre quando serve a innalzare un falso muro utile per dividere uomini e donne con un razzismo che, pur se non esplicito, è spesso sotterraneo. E, per dimostrarlo, Zanier ricorda il nonno di un amico nato a Cjauret che è poi Caporetto, ma anche Kobarid, ma anche Karfreit: «un nome in quattro lingue». Nonno che nasce austriaco e si ritrova italiano pur avendo combattuto nell’esercito austro-ungarico, ma nel 1946 la sua carta d’identità è jugoslava anche se si è trovato in armi contro la Jugoslavia nell’esercito italiano. Muore prima di diventare sloveno senza essersi mai allontanato nella casa dove la storia lo aveva sempre raggiunto.

Personalmente credo molto all’intangibilità delle ricchezze cultuali e non credo affatto all’intangibilità delle identità culturali. Non ci credo dal punto di vista spaziale, perché normalmente l’identità viene identificata con una porzione geografica di spazio e questa divisione funziona poco perché accoglie altre cosiddette identità ed esporta proprie identità vivendo fortunatamente, quindi, in una feconda contaminazione perenne, indotta o subita che sia. Né mi convince dal punto di vista temporale: basta soffermarci per un momento sugli aspetti esteriori della religiosità e pensare come quella delle nostre vecchie di qualche decennio fa assomigli in maniera fortissima a quella dell’islam non integralista di oggi.

Credo profondamente, invece, a due identità, queste davvero contrapposte: quella dei cittadini e quella dei sudditi. Sono le uniche identità che sopravvivono in qualunque condizione e che mi sembrano immutabili con il passare degli anni e anche con il passare dei chilometri.

E un discorso simile riguarda anche quelle lingue che rivestono un ruolo di patria per profughi e emigranti e che quindi vanno sostenute e rispettate, ma non sacralizzate con l’intangibilità perché altrimenti le parole vengono congelate, mentre devono continuamente arricchirsi e modificarsi fino a dare vita a lingue nuove fatte di vocaboli rapiti a decine di lingue diverse e poi mescolate, smussate, unite e cambiate fino a creare una delle tante lingue creole esistenti al mondo. Perché, a ben guardare, tutte le lingue sono creole, sono nate così; un po’ per invenzione e un po’ per caso. E noi che viviamo in zone di confine dovremmo saperlo meglio di altri perché le tracce lasciate da questi meticciamenti sono tante e profonde nei vocabolari che usiamo, anche se quasi mai appaiono nelle regole sintattiche che queste parole uniscono per dare forma comprensibile ai nostri pensieri.

E allora appare evidente che, pur nella lontananza, non sono importanti le lingue diverse, le culture che poco si assomigliano; non importano perché – checché ne dica qualche tronfio politico e agitatore di popoli – non esistono società esemplari da imitare senza critiche e correzioni. Ma per fortuna esistono altri uomini che apparentemente hanno meno potere, ma sono quelli che fanno la storia, intesa come progresso dell’umanità.

Le parole di Zanier sottolineano che nella vita di chi emigra cambiano lingue, religioni, dialetti, cibo, convenzioni sociali. Ma i ricordi restano. Come resta, anche se spesso inespressa, la domanda «Parcè a mi Signor?», perché proprio a me, mio Signore, che lo scrittore pone sulla bocca una donna abbandonata dal marito emigrato, ma che può toccare ogni disperato.

E inopinatamente tornano anche altri ricordi dimenticati. A Leo questo succede perché le polizie in tutto il mondo diffidano di coloro che sanno dire «No. Non sono d’accordo». E che cercano di far crescere una simile coscienza anche negli altri, di far ritrovare la dignità ai rassegnati. E allora le polizie controllano e spiano nel nome della sicurezza nazionale. Non succede soltanto agli emigrati all’estero, ma anche in Italia. Sareste stupiti di vedere le dimensioni dei fascicoli intestati a coloro che nel ’68 e anni successivi hanno partecipato alle contestazioni studentesche.

In Svizzera nei primi anni Novanta il governo decide di eliminare tonnellate di rapporti segreti dei possibili sovversivi e di regalare agli spiati il lavoro delle spie. E così Zanier, inguaribilmente curioso, si fa spedire la cronaca di una porzione di vita di¬menticata. E torna a ricordare con chi aveva cenato la sera dell’8 gennaio 1963, la prima sera in cui la polizia l’aveva seguito. E tornano immagini, chiacchiere, amici perduti, amori passati, marce della pace, manifestazioni sindacali e sociali. È una quantità di materiale che non fa male all’emigrato, ma sbriciola definitivamente la pur fittizia credibilità della xenofobia.

Ma la xenofobia fa ancora rabbrividire pensando che non raramente riesce a rivivere proprio in coloro che l’hanno subita o nei loro figli che trattano con la durezza del giogo dell’egoismo della Lega coloro che oggi vengono a chiedere aiuto. Una xenofobia di interesse che pretende di far adottare le regole di quella stessa diffidenza che una volta li ha fatti sentire cittadini di qualità inferiore in paesi lontani. Una xenofobia che predica indifferenza, o addirittura soddisfazione nel vedere respingere coloro attraversano il Mediterraneo su carrette condotte da sfruttatori e assassini. Una xenofobia che pretende di veder rinchiudere i disperati in campi di identificazione che in realtà sono vergognosi campi di detenzione per chi non ha commesso alcun reato e da cui gli esuli vengono rispediti in molti casi forse incontro alla morte. Una xenofobia che rinnega le antiche e sacre leggi dell’ospitalità.

E non è un caso che questa presentazione si svolga al Centro Balducci, dove gli incontri non sono tra ospitanti e ospitati, ma tra uomini, costretti a soffrire, ma capaci anche di aiutare tenendo sempre questo modo di essere come una bussola interiore che indica costantemente una specie di stella polare etica in cui la cosa più importante da tener presente è l’uomo. Non soltanto nell’emigrazione, ma in qualunque circostanza, in tutto quello che in questo mondo succede e che può fare intristire, piangere, disperare.

“Allora vi diciamo / Alla nazione” è un libro da leggere lasciandosi penetrare da parole che sono taglienti come rasoi, che sono meditate e incontrovertibili perché distillate attraverso l’esperienza personale di Leo Zanier che ha saputo diventare qualcuno in un ambiente ostile non per gloriarsi di risultati personali, ma per fare rispettare se stesso attraverso il riconoscimento che il rispetto è dovuto a qualsiasi essere umano. E così, facendo rispettare se stesso, è riuscito a far rispettare dalla maggioranza dei residenti storici qualunque immigrato, qualunque nuovo cittadino.

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