mercoledì 17 gennaio 2018

False consolazioni e sondaggi

La frase dal sen fuggita ad Attilio Fontana, candidato governatore leghista – e di tutto il centrodestra – al governatorato della Lombardia («L’Italia non può accogliere tutti i migranti, dobbiamo decidere se la nostra razza bianca debba continuare a esistere») a prima vista può apparire di grande consolazione. Davanti a un’affermazione simile, infatti, ci si sente davvero sollevati: è talmente becera, stupida e razzista che automaticamente si è portati a ritenere noi stessi raffinati, intelligenti e di grande apertura mentale.

Superata questa prima reazione autoconsolatoria, non possiamo non chiederci quanta responsabilità, invece, ricada su di noi riguardo al fatto che qualcuno possa impunemente dire in pubblico cose talmente schifose, pensando di trarne vantaggio e, contemporaneamente, addirittura pretendendo di diventare la guida politica e amministrativa di una regione importante come la Lombardia. E, tutto sommato, con buone speranze di farcela; e non perché Liberi e Uguali non appoggia Giorgio Gori, ma in quanto il partito di Gori ha fatto tutto il possibile – e ancora di più – per far schifare gli elettori di sinistra, quelli che costituivano il suo bacino naturale di voti, tanto da non farli più avvicinare alle urne.

È vero: possiamo tranquillamente dire che di cose in comune con Fontana e Salvini non ne abbiamo neppure una, ma se scaviamo un po’ più a fondo inevitabilmente finiamo per renderci conto che abbiamo un bel po’ di responsabilità perché se avessimo reagito al momento giusto, se non avessimo lasciato sdoganare sorridendo con aria di superiorità parole come “razza”, “fascismo”, “extracomunitari”, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo, se non fossimo stati quasi zitti davanti a chi voleva mettere sullo stesso piano quelli che hanno liberato l’Italia dai nazisti e dai fascisti e coloro che erano d’accordo con chi ha promulgato le leggi razziali, oggi non saremmo qua a vedere, quasi increduli, che stiamo rischiando di tornare ad abissi politici e sociali che in troppi hanno pensato che non potessero più tornare.

Se oggi mi chiedessero di indicare il punto in cui la perdita di qualità politica generale di questo nostro Paese ha cessato di avere la pendenza di un tranquillo piano inclinato per assumere la ripidità di un rovinoso burrone, avrei pochi dubbi nell’individuare il punto di rottura della discesa nel momento in cui hanno fatto irruzione nella mente dei capi dei vari partiti i sondaggi, con l’arrivo dei quali chi fa politica ha smesso assolutamente di ragionare su quello che sarebbe giusto fare e ha cominciato considerare che bisogna soltanto promettere che si farà quello che teoricamente, secondo i sondaggi, la maggioranza della gente vorrebbe.

Da quel momento in poi buona parte degli eletti, pur di assicurarsi una futura rielezione, ha rinunciato completamente a pensare, a ragionare, a sognare, mentre la maggior parte degli elettori si è resa conto che, se riusciva a costituire una massa critica, poteva fare pressioni determinanti sui propri rappresentanti e ha cominciato a credere che davvero i propri interessi individuali fossero più importanti degli interessi collettivi.

Pensiamo soltanto a questo terribile rigurgito di razzismo che è evidentemente legato a doppio filo con il fenomeno della fuga di poveri disgraziati che scappano da guerre, dittature, fame, sete, malattie e che danno vita a quella migrazione contro cui Salvini e i suoi complici si scagliano in ogni occasione possibile. E chiediamoci cosa abbiamo fatto davvero per opporci alla loro propaganda xenofoba, aliofoba e razzista; cosa abbiamo fatto per controbattere le loro frasi grondanti odio e fatte passare per asettiche espressioni razionali; come ci siamo comportati quando ci sono stati angherie, cortei e manifestazioni contro quei poveri cristi che rischiano la vita propria e quella dei propri cari pur di sfuggire a un destino che è già troppo simile alla morte.

E chiediamoci anche cosa ha fatto il cosiddetto centrosinistra per opporsi a livello politico a questa deriva. È stato giusto lasciar confondere lo ius soli con l’immigrazione attuale e poi lasciar cadere una legge sacrosanta, perché semplicemente umana, in quanto si temeva di non avere i numeri in vista delle imminenti elezioni? È stato giusto che lo stesso PD mettesse da parte la sindaca di Lampedusa che aveva reso l’isola degna di diventare candidata al Nobel per la pace, per dare spazio a un altro proprio candidato che ha dichiarato di voler rendere molto più difficile l’approdo sull’isola?

E poi: è stato giusto cambiare politica sull’accoglienza e poi anche vantarsene perché gli arrivi sono diminuiti mentre aumentavano i morti in mare, anche d’inverno, e mentre si affollavano all’inverosimile quegli inferni in terra che vengono blandamente chiamati “carceri libiche”? Sentiamo quello che Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro e nemico giurato della ‘ndrangheta, ha detto riferendosi al ministro degli Interni, Marco Minniti, in un’intervista a “Faccia a Faccia”, la trasmissione de La7 condotta da Giovanni Minoli: «Lo stop agli sbarchi – afferma – non è degno di un Paese occidentale». E spiega: «Non mi è piaciuta la strategia di Minniti sull’immigrazione: non è da Stato occidentale costruire gabbie in Libia. Con un terzo della spesa si potrebbero mandare in Centro Africa i nostri servizi segreti per fermare i viaggi e costruire strade e aziende. Mentre parliamo ci sono donne violentate e bambini picchiati. Non sto tranquillo solo perché in Italia ci sono duemila arrivi in meno».

Tutto questo per dire che, risalendo dalla base al vertice, Minniti, Gentiloni e Renzi, sono in realtà dei razzisti? Neppure per sogno. Ma sono estremamente attenti ai sondaggi e se questi sondaggi – sull’attendibilità dei quali, tra l’altro, viste le disparità tra i vari risultati proposti, si può ben dubitare – dicono che una parte degli italiani (neppure la maggioranza, ma soltanto una parte) perde i suoi punti etici di riferimento e si incammina sulla china dell’inciviltà, allora ritengono che un voto in più valga una perdita di decenza.

E poi si chiedono come mai non si possa camminare insieme; senza rendersi conto che ci sono ancora molti che non accettano di dirigersi verso un baratro in cui non mancano tanto i voti, quanto la dignità e la speranza.

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martedì 16 gennaio 2018

Cinquant’anni dopo

Il Sessantotto, in realtà, è cominciato qualche anno prima del ’68. Il 16 giugno 1962 il primo manifesto programmatico della contestazione studentesca, quello di Port Huron, negli Stati Uniti, diceva: «Siamo figli della nostra generazione, cresciuti nel benessere, parcheggiati nelle università, e guardiamo al mondo che ereditiamo con sconforto». Eppure in quel momento l’Occidente era la parte più ricca e libera del mondo, quasi tutti potevano mangiare tre volte al giorno e quasi ovunque c’erano diritto di voto e libertà di espressione. La possibilità di studiare era cresciuta, e anche per i figli degli operai si erano aperte, finalmente, le porte dell’università. Eppure i giovani percepivano una crescente puzza di marcio che proprio nel ’68 si sarebbe materializzata in guerre crudeli in Biafra oltre che nel Vietnam, in odi razziali e omicidi politici come quelli di Martin Luther King e di Robert Kennedy, in stragi di Stato sulla piazza delle Tre culture a Città del Messico pochi giorni prima dell’inizio delle Olimpiadi in cui Tommie Smith e John Carlos, alla premiazione dei 200 piani olimpici, protestano con il pugno destro alzato, nel segno dei Black Panthers, contro la segregazione razziale, in rivoluzioni pacifiche e repressioni armate a Praga. In California e Francia esplosero contestazioni che si estesero a quasi tutto l’Occidente e fecero di quell’anno un vero e proprio discrimine tra il prima e il dopo.

Per l’Italia, poi, non si può dimenticare che il ’68 è arrivato dopo il Concilio Vaticano II che ha stravolto, molto più del pensabile, il mondo. Un Concilio che è stato accompagnato dalla Mater et magistra, dalla Pacem in terris e dalla Populorum progressio, tre encicliche gigantesche che sono andate a incidere profondamente nel vivere sociale ancor più che nel campo religioso e nelle quali il Sessantotto ha affondato fortemente le radici con quelli che erano chiamati “i cattolici del dissenso” che operarono assieme a coloro che di preti neppure volevano sentir parlare, dando vita con loro a una specie di compromesso storico ante litteram che appassì per la contrarietà di entrambe le istituzioni – Chiesa e Partito Comunista – tra le quali i giovani erano convinti che ci fossero profondi tratti sociali comuni.

Ma sarebbe sbagliato soffermarsi su un aspetto soltanto di quell’esperienza perché non c’è stato un unico Sessantotto come non c’è un’unica verità cui conformarsi. È stato un movimento tanto vasto e diversificato che sarebbe assurdo soltanto pensare di poterlo spiegare, soprattutto a coloro che per motivi anagrafici non hanno potuto viverlo, in un articolo. Credo, insomma che, più che del Sessantotto, sia più utile parlare del dopo ’68 e del perché alcuni dicano: «Avevamo ragione, ma abbiamo perso». È vero, ma solo in parte.

Avevamo tra le mani un tesoro e ce lo siamo lasciati scippare, o comunque abbiamo lasciato che lo rovinassero. Pensateci: alcuni hanno portato avanti con coerenza le loro idee contribuendo al progresso generale; ma altri si sono uniformati rapidamente al comportamento di quelli che vivevano nei posti dove si esercita il potere. Altri ancora hanno estremizzato pensieri e sentimenti, sbagliando nello scegliere il vicolo immorale e cieco della violenza; mentre non pochi, da implacabili contestatori, sono diventati abili approfittatori. E altri si sono disinteressati di tutto. Infine, ci sono i peggiori, tra i quali anch’io: gli schizzinosi, quelli che hanno continuato a nutrire sommessamente ideali e a essere consci che l’attività politica e sociale è fondamentale per cambiare il mondo, ma che, per timore di sporcarsi le mani con i politici, hanno preferito starsene fuori. Se gli altri sono stati colpevoli del peccato di opere, questi si sono macchiati di quello di omissione, il più grave di tutti.

Eppure è stato proprio sull’onda del Sessantotto che si sono fatti enormi passi in avanti scuotendo un’intera società che sembrava fossilizzata e immobile: per l’Italia è stato grazie ai mutamenti indotti dal Sessantotto che si è arrivati al divorzio, all’aborto, al nuovo stato di famiglia, a qualche progresso verso la parità dei sessi, a quello Statuto dei lavoratori che, a vederlo oggi, ci fa capire quanti passi indietro siano stati fatti da allora. Si potrebbe dire che il Sessantotto è stato una sorta di esplosivo che ha spazzato via tutta una serie di sovrastrutture dannose più che inutili, ma che non si era ancora maturi per maneggiare e che ci è parzialmente scoppiato tra le mani.

L’unica vera sconfitta prende corpo e diventa innegabile se guardiamo il panorama politico che ci circonda. Nel ’68 si facevano assemblee non per fare bella figura in pubblico, ma per scambiare idee, trovare punti di accordo e disaccordo, riuscire a convincere gli altri, per fare politica nel senso vero del termine. E oggi sentiamo giovani che si vantano di non avere mai avvicinato la politica.

Nel ’68 sapevamo che una democrazia non si fonda sulla forza della maggioranza, ma su quella del dissenso, perché la maggioranza non può decidere tutto per tutti; non può essere garante di se stessa. Il suo compito principale deve essere quello di non togliere alle minoranze la possibilità di parlare, discutere, influire. E oggi sentiamo parlare di governabilità.

Molte cose riesco a capire, ma non davvero come la nostra generazione possa scusarsi per non essere riuscita a trasmettere ai ragazzi il concetto che la politica non è cosa di cui vergognarsi; che l’onestà è il requisito minimo, ma che servono sempre anche cultura e competenze.

E lasciatemi dire che, anche a distanza di cinquant’anni, sentir parlare di “reduci del Sessantotto” è inaccettabile: i reduci sono coloro che hanno finito di combattere, mentre, invece, c’è ancora molto per cui darsi da fare , per portare avanti le proprie idee; anche se sempre più sembra di correre su uno strato di melassa vischiosa. Continuare a impegnarsi è l’unico modo per sperare che un giorno si potrà finalmente rispondere «No!» alla drammatica e bruciante domanda di padre Turoldo: «Sperare sarà sempre uno scandalo?».

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domenica 14 gennaio 2018

Tra slogan e provocazioni

Quello che è successo in Lombardia e nel Lazio nei rapporti tra Liberi e Uguali e il PD non è facile da incasellare con esattezza nelle categorie canoniche della politica italiana, ma può aiutare a tentar di comprendere un po’ meglio – sempre lasciando a ognuno, naturalmente, di trarne la morale che ritiene – cosa stia accadendo tra le anime di due partiti, uno dei quali pretende di essere collocato tra il centro e la sinistra mentre l’altro non lo considera tale e, anzi, lo vede collocato al centro, se non in parte nel centrodestra, e comunque pronto a continuare a governare, se del caso, con fette significative di personaggi politici che con la sinistra non hanno alcun punto di contatto, se non un’antipatia spiccata e liberamente ostentata. E tutto questo, al di là di quanto accadrà il 4 marzo, sarà molto importante anche in prospettiva locale, pensando alle regionali e alle comunali udinesi nelle quali le peculiarità territoriali avranno sicuramente il loro peso, ma non potranno certamente cancellare le realtà squisitamente politiche a livello nazionale.
Per prima cosa va detto che, viste da lontano, le decisioni divergenti da parte di LeU (in Lombardia un no secco a Gori, nel Lazio un sì, pur condizionato, a Zingaretti) sono state prese sia perché le due assemblee di Liberi e Uguali possono essere composte in maniera sensibilmente diversa, sia in quanto le prospettive di dialogo con Gori e Zingaretti possono essere state valutate in maniera diversa. Ma anche gli stessi candidati già presentati dal PD possono essere stati sentiti in modo disuguale. Mi spiego: quando qualcuno ha già deciso il candidato presidente, altre candidature di spicco e parte fondamentale del programma è ben difficile accettare – credendoci – un invito a discutere insieme «su un piano di parità» per arrivare a un’alleanza. È ragionevole pensare, per bene che vada, a qualche assessorato elargito per ingolosire alcuni maggiorenti, ma molto meno ragionevole è credere che questa offerta possa essere accettata da un elettorato deluso da anni di politica a lui aliena da parte del PD e che difficilmente riuscirebbe a capire perché allearsi con coloro dai quali soltanto pochi mesi fa ci si è traumaticamente separati.

La frase ricorrente è: «La spaccatura nel centrosinistra finirà per favorire la destra». Ma il fatto è che, se sulla seconda parte della frase nessuno ha dei dubbi perché la destra, o i grillini saranno sicuramente favoriti, è sulla prima parte che l’assunto dimostra la propria debolezza visto che chi dal PD se ne è andato lo ha fatto, e con evidente sofferenza, proprio in quanto non ritiene più che il PD sia un partito di centrosinistra. E che, quindi, non si tratti di spaccatura tra parenti, ma di normale separatezza tra lontani.

E a chiarificare la situazione aiutano anche le frasi improvvide pronunciate a botta calda dai protagonisti lombardi e che sono soltanto vuoti slogan, o inutili provocazioni.

Altro non è che uno slogan vuoto di contenuti, infatti, la frase con cui Giorgio Gori ha detto che «i dirigenti di LeU sono evidentemente offuscati dall’odio per il PD». Ricordo ancora, da persona mai iscritta a nessun partito (ve la do come constatazione, non come presunto merito), che tutti coloro che sono usciti dal PD di Renzi lo hanno fatto con dolore e rimpianto per il partito nel quale avevano militato per tanti anni e che avrebbe dovuto essere l’erede di altri partiti ormai ingoiati dalla storia, ma dei quali in tanti avevano avuto la tessera. Costoro hanno lo stesso spirito ferito di un innamorato tradito. Quindi non di odio per il PD si tratta, ma di condanna senza appello per Renzi che quel partito ha conquistato e poi ha stravolto, cambiandone profondamente essenza e obbiettivi; e anche per coloro che ossequiosamente hanno appoggiato tutte le sue scelte, in un diffuso silenzio che è stato tanto profondo che se oggi qualche esponente dem cerca di recuperare un po’ di credibilità nei confronti di chi sta più a sinistra, sventola come una medaglia il fatto di aver detto una volta che non era stato d’accordo con le decisioni del segretario, salvo poi votare comunque a favore «per disciplina di partito». Ed è ben difficile essere d’accordo con chi dice: «Voteresti per il PD e non per Renzi». Non è così, perché il PD oggi è ancora soltanto Renzi e appoggiare lui è come appoggiare le sue politiche che hanno realizzato molte cose che Berlusconi avrebbe voluto fare, ma senza riuscirci e che a tutte le persone orientate a sinistra sono apparse decisamente indigeribili.

Altro non è che una provocazione, invece, la frase di Onorio Rosati, il candidato di LeU in Lombardia: «Se vogliono il voto utile vengano loro da noi». A prima vista può anche apparire brillante e divertente, ma, in realtà, è inutile perché non fa fare un solo passo in avanti sulla strada che, a mio modo di vedere, se davvero ci si tiene agli ideali di sinistra, dovrebbe essere l’unica da seguire nella speranza di un futuro migliore: quella di usare vecchi, ma non consunti, ideali per costruire nuove basi dalle quali partire per ricostruire un nuovo centrosinistra capace di impegnarsi per realizzare istanze sociali e non soltanto per occupare seggi e posti di potere.


Ma tutto questo - lo ripeto - si può realizzare soltanto con un confronto vero perché nessuno può credere alla sincerità di un confronto per cercare una mediazione quando praticamente tutto è già deciso, o perché si è partiti per primi, o sulla base di risultati elettorali precedenti, o sulla scorta di sondaggi che poi troppo spesso sono anche clamorosamente sbagliati. Probabilmente, per un confronto serio, sarà necessario attendere che il dialogo non sia inquinato dalle sirene di posti da conquistare e che finiscono per distrarre da un discorso concreto sugli ideali e sugli obbiettivi. Che sono le uniche cose che nella politica propriamente detta dovrebbero importare.


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domenica 7 gennaio 2018

Politica, una parola, due concetti

L’avvicinarsi di ogni appuntamento elettorale ci fa immancabilmente notare che l’impoverimento del nostro vocabolario ci ha portato a definire con una sola parola – “politica” – due cose, almeno in gran parte, molto diverse: sia il darsi da fare per il bene della “polis”, sia l’impegnarsi a raccogliere voti per sé, o per i propri vicini. Se è vero, infatti, che serve vincere per poter poi mettere in pratica il proprio programma, è anche incontestabile che troppo spesso si è visto che la vittoria è diventata fine a se stessa.

Non per nulla gli antichi, che ancora non avevano in spregio le finezze del linguaggio che ci sono state strappate via dalla fretta che infetta ogni nostra azione, usavano termini ben diversi. I greci, per esempio tra politica e votazione non trovavano alcun elemento semantico comune: la prima era, ovviamente “politiké”, o “politéia”, lavoro di amministrazione della "pólis", o partecipazione a quel lavoro, mentre la seconda era “psefoforía”, cioè l’atto di portare il sassolino colorato (uno "pséfos"), o la conchiglia, con cui si esprimeva il proprio voto, quasi sempre molto semplice: a favore, oppure contro. I latini, invece, consideravano le due cose apparentemente abbastanza vicine, ma, nella sostanza, ben diverse: l’operare per il bene della comunità era detto “rei publicae administrandae ars”, l’arte di amministrare la cosa pubblica, mentre l’azione che precedeva il voto, quella che potrebbe essere considerata una specie di campagna elettorale dell’epoca, era definita “rei publicae administrandae calliditas”: non più “ars”, ma “calliditas”; non più arte, nel senso di capacità, ma furbizia.

E, infatti, la storia di questi ultimi decenni dimostra abbondantemente che definire entrambe le cose con il medesimo termine porta a confusioni e a disastri considerevoli. Nel suo ponderoso e labirintico “Politics” il filosofo brasiliano Roberto Magabeira Ungher definisce la politica come «una teoria sociale radicalmente antinaturalistica», perché – semplifico in soldoni – mentre la natura spinge ogni individuo a operare per il maggior bene di se stesso, la politica si pone come obbiettivo il bene comune anteposto al proprio.

Ed è nell’imminenza delle elezioni, durante le campagne elettorali, che le contraddizioni di queste due realtà, diversissime ma riunite sotto il medesimo appellativo, diventano clamorosamente stridenti e, come sempre succede, in caso di corto circuito tra due realtà, è quella peggiore a impressionare più della migliore.

Del resto la caccia al voto, per sé o per il proprio partito, porta troppo spesso a dimenticare l’altro significato della parola “politica” e a tutta un serie di fatti e relative conseguenze. Assistiamo a promesse palesemente irrealizzabili e poi puntualmente non mantenute; a personalismi falsamente taumaturgici e utili soltanto a nascondere un vuoto di pensiero; ad aggravamenti deliberati dei difetti degli avversari e a sottovalutazioni dei propri; a quelle che oggi, in omaggio all’inglesismo imperante e nella ricerca di possibili attenuanti future, vengono chiamate “fake news”, ma che sarebbe giusto definire con il loro vero nome, e, cioè, truffe e calunnie; a conflitti di interesse che soltanto coloro che ne sono protagonisti fanno finta di non vedere; a interessi privati che sono ben più diffusi degli atti pubblici; a rifiuti di compromessi che non sono tradimenti dei propri ideali, ma di temporanei punti di equilibrio possibili in attesa di nuovi avanzamenti verso l’obbiettivo prefisso. E già questo combattere su tutto meno che sui programmi per il bene comune sarebbe disdicevole nella battaglia tra un partito e l’altro, ma diventa addirittura incomprensibile e intollerabile se lo scontro divampa all’interno del medesimo schieramento.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la maggior parte degli eletti dimostra di non aver capito, o almeno assimilato, il significato primario della parola “politica”; e così, anche quando ha cessato di lottare, pur con successo, per il significato secondario, continua a preoccuparsi più del bene proprio, o degli amici, che di quello della comunità. E intanto la maggior parte degli elettori sente distintamente di non essere più in cima ai pensieri e ai progetti di chi li chiama a votare, ma percepisce di poter diventare importante e utile soltanto nel momento in cui si depone la scheda nell’urna. E, allora, preferisce starsene a casa.

Tutto questo è decisamente grave in tutto l’arco degli schieramenti politici italiani, ma rischia di assumere toni di drammaticità totale se investe e stravolge anche quello che è da poco nato con il dichiarato intento di voler restituire il suo significato profondo alla parola “politica” e dichiara che, così facendo, punta a recuperare quei milioni di elettori che ormai non si considerano più tali e che rischiano di veder ingrossare ulteriormente le proprie fila.

Credo fortemente in questo progetto politico che si propone di ricostruire una sinistra e un centrosinistra degni di tali nomi e altrettanto fortemente mi fa inorridire la possibilità che anche questo sogno vada a finire nell’immondezzaio delle delusioni per colpa propria. Perché – l’ho già detto in altro occasioni, ma vorrei ripeterlo ancora una volta – credo che ben più importante di una sorprendente vittoria attuale in clamorosa rimonta, apparentemente appagante ma sostanzialmente fragile, sia la costruzione di fondamenta solide sulle quali cominciare a ricostruire quella sinistra che forse – proprio grazie all’insipienza di Rosato, o di chi gli ha dato ordine di dare quell’insensata forma alla creatura che da lui prende il nome, il Rosatellum – non dovrà aspettare neppure cinque anni per rimettersi in gioco.

Franca Valeri, con quella sua voce tremolante, ma con quel suo pensiero lucidissimo e ben fermo, non molto tempo fa ha detto: «Ogni tanto mi chiedo: risorgeremo da tutto questo?». Ebbene, se potessi, vorrei tranquillizzarla – o forse farla preoccupare ancora di più – perché la sperata resurrezione dipende soltanto da noi, dalle nostre scelte e dalle nostre azioni. A partire proprio da come ci comporteremo nella preparazione delle liste e soprattutto dei programmi e nella conduzione di una campagna elettorale che dovrà parlare di ideali, valori, utopie e progetti e ben poco di nomi.

Altrimenti ogni sassolino, ogni “pséfos” potrebbe diventare un macigno che andrebbe ad aumentare quella massa che già sembra sul punto di seppellire noi e i nostri sogni di democrazia e di miglioramento sociale.

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domenica 31 dicembre 2017

Ideali e strategie

A colpire l’attenzione non è tanto un titolo di Repubblica – “Anno 2018, l’Italia senza un leader” – quanto il fatto che questo titolo sembra nascondere un rammarico che poi è confermato dal cappello dell’articolo che riferisce di un sondaggio Demos e che dice: «Secondo gli italiani, il 2018 sarà un anno senza luce. E senza luci. Perché l'orizzonte appare grigio e non si scorgono figure in grado di illuminarlo. Al contrario. Perché gli unici soggetti significativi emergono sugli altri per la loro capacità di oscurare».
 
Ebbene, per quanto mi riguarda, proprio questo titolo mi induce, sia pur molto timidamente, a intravvedere qualche barlume di speranza e a far venire a galla quello che posso considerare il mio massimo desiderio politico per il 2018, cioè quello che finalmente si inverta la tendenza generale e che si finisca di parlare di leader per tornare a parlare di partiti e di ideali, se non proprio di ideologie. Perché, se davvero si vuole sperare in un futuro migliore per tutti, quella di cercare a tutti i costi un leader e di concedergli di una fiducia totale, è l’unica strada che certamente non si deve seguire. Lo ha dimostrato ad abundantiam la storia e continua a dimostrarlo ampiamente anche la cronaca. E se una volta il leaderismo solitamente portava a una dittatura, oggi la stessa disgrazia induce, senza eccezioni, a un impoverimento politico e, conseguentemente, sociale.

Potrebbe già bastare una semplice considerazione di base a dimostrare il fallimento già segnato di una realtà in cui tutto il potere è nelle mani di un uomo solo: se nessuno è in grado di controbattere ciò che dice il capo, o se il capo comunque non ascolta, allora ogni errore diventa inevitabile e inemendabile. Perché nessun uomo è infallibile. E la somma di tanti errori costituisce invariabilmente un disastro.

Ma altre considerazioni possono essere aggiunte: la crescente e inarrestabile autostima di chi si sente il capo di tutto; il crescente disinteresse di chi sa che comunque non potrà mai incidere neppure nelle decisioni che lo riguardano; l’impoverimento di quella che dovrebbe essere la futura classe politica e che, invece, si riduce a poco più che una corte di questuanti e reverenti; la ricerca continua, da parte del capo, di rimuovere ogni tipo di ostacolo che potrebbe fargli perdere tempo nel percorrere la strada che ha deciso di percorrere.

Non è difficile ritrovare tutto ciò in Italia e nei tempi che stiamo vivendo: leader, come Renzi, che si sentono talmente forti da impostare una campagna referendaria tramutandola in un plebiscito – perdente – sulla propria persona; altri, come Grillo, che cambiano le regole interne se i risultati delle consultazioni interne non sono quelli a lui graditi; altri, come Berlusconi, che continuano a ritenere scemi i propri elettori promettendo loro ancora una volta le stesse cose che è già stato dimostrato inequivocabilmente essere impossibili; altri, come, Salvini, che promettono di risprofondare in un passato cupo, incivile e nel quale possono stare bene soltanto coloro che già stanno bene e che sono capaci di non sentire i morsi della propria coscienza; altri, come Di Maio, che danno continuamente prova della propria ignoranza, spicciola e generale, e che continuano a pretendere che gli altri pensino che l’ignoranza sia una variabile inessenziale nel valutare la capacità di risolvere problemi complessi; altri ancora che agognano a diventare leader di qualcosa e che non hanno avuto ancora la possibilità di contribuire con i loro atteggiamenti a screditare il leaderismo. 

E, nel frattempo, sempre meno cittadini vanno a votare perché si sentono sempre più esclusi dal processo democratico e sempre più spesso le leggi sono pasticciate, illeggibili, addirittura dannose più che inutili.

In definitiva l’auspicio è che l’anno nuovo porti i primi germi della rinascita di quelli che una volta erano i partiti che nascevano come organizzatori del consenso su tracce ideali, sociali e politiche ben definite e che scompaiano quelle organizzazioni che continuano a essere definiti partiti (anche se nel caso del M5S rifiutano tale appellativo), ma che, in realtà, sono soltanto macchine elettorali che rendono gli ideali asserviti alle rilevazioni dei sondaggi e che, quindi, diventano ondivaghi, anche su questioni di importanza etica primaria, perché a fare premio su tutto è la possibilità di lucrare qualche voto il più alle elezioni successive.

E, a proposito di elezioni, parlando della parte politica nella quale mi riconosco e cioè la sinistra, visto che nessuno parte rassegnato, ma che è certamente difficile ipotizzare un successo pieno a pochi mesi dalla propria nascita, credo che questa occasione vada sfruttata soprattutto come base di partenza per una vera rinascita del modo giusto di fare politica, nel quale è importante far capire che c’è ancora qualcuno che vuole portare avanti le proprie idee sociali più che battagliare per avere un posto di rilievo; un’occasione nella quale almeno qualche leader finalmente torni a parlare soprattutto di ideali sociali e molto meno di strategie elettorali.

Buon 2018 a tutti. Ricordando sempre che quello che ci riserberà dipenderà in gran parte proprio da noi.


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sabato 23 dicembre 2017

I regali di Natale

Più d’uno in questi ultimi anni mi ha accusato di avercela con Renzi. E a tutti ho risposto che avevano certamente ragione, ma che non si è mai trattato di antipatia preconcetta, bensì di avversità ragionata. E questa volta, per dimostrarlo, preferisco lasciare la parola ad altri. Anche perché sono altri quelli che stanno rendendo ben poco gradito il Natale di Renzi con regali davanti ai quali il carbone che la Befana porta ai cattivi sembra quasi una specie di premio.
 
Cominciamo con i sondaggi di Ixé che danno per la prima volta il PD sotto il 23 per cento con un crollo che da ottobre in poi sembra irreversibile e che in due mesi ha fatto perdere circa 5 punti al partito di Renzi. È evidente, quindi, che non di centinaia di migliaia di casi di antipatia personale si tratta, bensì del rifiuto diffuso di una politica inaccettabile. Che taluni abbiano fiutato da subito l’andazzo e che altri ci siano arrivati soltanto in questi ultimi mesi non cambia la sostanza delle cose: la politica del PD di Renzi non è stata una politica di centrosinistra, o, per essere più semplici, non è stata la politica del PD che avrebbe dovuto essere nato dall’Ulivo di Prodi; non è stata la politica che avrebbero voluto moltissimi di quegli elettori che avevano dato il proprio voto al programma di Bersani e che si sono visti realizzare in buona parte, invece, quello che è stato il programma di Renzi, troppo spesso molto simile a quello che era stato il programma di Berlusconi.

E che non di antipatia personale si tratti è confermato da almeno altri due casi, entrambi riportati da HuffPost. Il primo riguarda Franco Monaco, deputato PD, il quale, in una sua lettera, afferma che «nell’ultimo giorno di lavori per la Camera posso lasciare il PD a tutti gli effetti. In verità, da gran tempo mi considero fuori dal partito, cui non ho rinnovato l’iscrizione, e tuttavia non ho lasciato il gruppo parlamentare PD. Ci sono stato al modo di indipendente sempre più estraneo. Ripeto: non ho lasciato il gruppo PD, ma sento il dovere di mettere a verbale, prima dell’imminente scioglimento delle Camere, il senso della mia estraneità a esso. Molte le ragioni. La principale è che questo PD è cosa affatto diversa dal PD pensato nel solco dell’Ulivo, partito di centrosinistra nitidamente alternativo al centrodestra. Diverso per profilo, posizionamento, politiche».

E poi elenca una serie di cose inaccettabili: «un uso improprio e strumentale delle istituzioni», «un cedimento a umori anti-istituzionali che già avevano connotato la campagna referendaria e che vanno a sommarsi ad atteggiamenti corrivi con la facile demagogia su questioni cruciali come l’Europa e il fisco. Associati altresì allo sport nazionale dei “fake program” nella spesa pubblica. Immemore della lezione dei migliori governanti del centrosinistra il cui motto fu “dire la verità agli italiani”».

Sul caso Boschi, poi, dice che «se anche le ragioni stessero tutte dalla parte della sottosegretaria renziana trovo incredibile che chi esordì rottamando i politici “avvitati alla poltrona” non si faccia scrupolo di procurare danni irreparabili al proprio partito. Con i molti ostaggio di pochi. Del resto, lo stesso si deve dire per Renzi. Non c’è chi non veda come egli, con il suo spirito divisivo e la sua sequela di sconfitte, abbia condannato il Pd all’isolamento e, dunque, rappresenti un oggettivo ostacolo alla ricostruzione di un centrosinistra. È di palmare evidenza come un suo inequivoco passo indietro gioverebbe (...avrebbe giovato) a una competizione dall’esito altrimenti già scritto». E conclude: «Lascio il Parlamento senza una casa politica, con l’auspicio che altri possano riprendere il filo di quel progetto cui demmo nome Ulivo dal cui solco il PD ha così palesemente deragliato. Anche per l’ignavia dei “fratelli maggiori” dentro il PD, cui va imputata la responsabilità omissiva di non avere mosso ciglio a fronte di una deriva da tempo visibilissima, e che solo ora si profondono in stucchevoli appelli unitari».

Non bastassero queste parole, come ulteriore regalo negativo a Renzi arriva una lettera firmata dai dirigenti dei circoli Dem in Europa e segnatamente da Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Ebbene, senza lasciare spazio a possibili interpretazioni, cominciano affermando: «Abbiamo deciso, dopo una lunga e difficile riflessione, di interrompere la nostra presenza nel partito che abbiamo contribuito a fondare ed animare in tutti questi anni. La nostra decisione è frutto di una lunga serie di considerazioni su un partito che abbiamo sentito sempre come la nostra casa, e che oggi - nei metodi, nelle scelte di linea politica, negli atteggiamenti dei suoi dirigenti - non riusciamo più a riconoscere, a livello nazionale così come nell’attenzione per le comunità degli Italiani all’estero. Troppi sono gli esempi che, in questi mesi, ci hanno dimostrato come il nostro impegno è vano, se non addirittura decisamente sgradito da un gruppo dirigente che ha dimostrato la sua ottusità nella mancanza di una vera e seria volontà politica di ascolto della pluralità delle posizioni nel partito». Proseguono: «Siamo rimasti colpiti dal mancato rispetto, reiterato in più occasioni, degli organi democraticamente eletti per la definizione delle scelte politiche nonché del ruolo dei nostri iscritti, nonostante ci sia, nelle prossime settimane, un appuntamento elettorale cruciale per il nostro Paese, eppure già compromesso da una rottura, di certo non evitata ma addirittura provocata dalle politiche di questi anni, nell’area del centrosinistra».

E, dopo aver citato tutta una serie di insoddisfazioni anche nello specifico degli italiani all’estero, concludono: «Tutto questo dimostra per noi una profonda mancanza di credibilità politica dell’attuale dirigenza del nostro partito, motivo per cui - pur continuando a batterci per i nostri valori, nell’interesse delle comunità italiane in Europa - abbiamo deciso di non volerci più impegnare per questo PD».
 

Ebbene, al netto della mia assoluta disistima nei confronti di Renzi, ormai credo si possa paragonare l’ancora attuale segretario del PD a una sorta di novello Sansone che, nel momento in cui si rende conto di avere perduto ogni speranza di vittoria, preferisce copiare il personaggio biblico nella sua famosa frase «Muoia Sansone con tutti i Filistei» facendo crollare il tempio, nella fattispecie il PD, su se stesso e su tutti coloro che ancora vi sono dentro.

A questo punto, però, appare sempre più difficile separare le responsabilità di Sansone da quelle dei Filistei che avrebbero potuto in più occasioni far uscire Sansone e salvare il tempio che, simbolicamente, con i suoi valori, è decisamente più importante di qualunque Filisteo. Ormai è quasi certamente troppo tardi per riparare i danni compiuti, ma vorrei che ci si ricordasse che un’elezione persa non significa la sconfitta definitiva degli ideali, ma che la distruzione di quello che era uno dei contenitori più importanti di quegli ideali può condannare a una lunghissima e faticosissima opera di ricostruzione da zero prima di poter sperare di riprendere quella strada che ha portato ai progressi sociali che abbiamo visto realizzare prima che per troppi la politica diventasse soltanto una corsa al posto e al potere e non fosse più, invece, il lavoro di ragionamento, previsione e mediazione necessario per il realizzare il bene comune possibile per tutti.

Buon Natale a tutti. Ma che sia un Natale vero e cioè non festivo, ma quel tanto di arrabbiatura che deriva dal fatto di essere consci che la nascita che si celebra era avvenuta per cambiare in meglio il mondo.

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giovedì 21 dicembre 2017

Come abbiamo fatto?

Pochi se ne ricordano e ancor meno sono coloro che hanno interesse a ricordarsene, ma il 22 dicembre ricorre il settantesimo anniversario dell’approvazione, da parte dell'Assemblea Costituente, della nostra Costituzione che –come promemoria per i prossimi giorni – fu poi promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale in edizione straordinaria cinque giorni dopo, il 27 dicembre, ed entrò in vigore il primo gennaio del 1948.
E, del resto, sarebbe strano che se ne ricordassero perché non si vede davvero il motivo per il quale istituzioni, uomini politici, amministratori, partiti che hanno fatto di tutto per stravolgerla dovrebbero oggi ricordare la debacle subita il 4 dicembre nel referendum popolare che l’ha invece salvata. Né hanno interesse a ricordarlo i partiti che si sono schierati contro l’iniziativa dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi più per motivi di politica spicciola che per ideali democratici. Mentre quelli che lo hanno fatto perché davvero ci credevano sono tornati nell’ombra, o per libera scelta, o in quanto l’imminenza di importanti appuntamenti elettorali ha portato ancora una volta in primo piano la caccia al voto e alle candidature, relegando soltanto sullo sfondo, se non a parole, i discorsi politici e su quelli che vengono definiti “i programmi”.

Così non fosse l’anniversario della Costituzione non sarebbe stato messo in ombra neppure dalla vicenda Boschi – Banca Etruria nella quale appare evidente a tutti che né il presidente del Consiglio, né la ministra hanno puntato una pistola alla tempia di chi doveva decidere il destino di quell’istituto di credito e che, quindi, non hanno fatto pressioni. Se poi, dopo il colloquio con la ministra, Ghizzoni si è visto arrivare una mail di garbato sollecito a dare notizie da parte di Marco Carrai, grande amico dell'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, neppure questa può essere considerata una pressione e poi comunque – come ha detto Rosato con la stessa autorevolezza e onestà intellettuale con cui difende la legge elettorale che da lui prende il nome – in tutto questo il PD non c’entra.

Ma a dimostrare che all’attuale panorama politico della Costituzione importa poco o niente è la discussione sulla finanziaria. Forse non è superfluo ricordare che l’articolo 1 della nostra Carta fondamentale recita così: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Ed è proprio su quella parolina “lavoro” che dovrebbe appuntarsi la nostra attenzione.

Mentre nella Manovra per il prossimo anno entrano svariati provvedimenti tesi a elargire contributi economici di vicinanza politica o territoriale che puntano a ottenere un segno di gratitudine al momento di inserire la scheda nell’urna, dal dispositivo escono alcuni correttivi a costo zero che erano stati promessi proprio perché ad alcuni quella parola “lavoro” interessa parecchio, sia perché fornisce, a chi ce l’ha, la possibilità di campare, sia in quanto la sua assenza ufficiale costituisce, in una società come la nostra, una gravissima sottrazione di dignità.

Ebbene, distratti dai discorsi sulle banche e da altre quotidiane polemiche di piccolo cabotaggio, inventate quasi esclusivamente per ottenere qualche titolo sui giornali o nei telegiornali, quasi nessuno ha parlato con il risalto che avrebbe meritato del fatto che le promesse di modifica del Jobs act, comunque leggerissime, sono saltate immediatamente, senza neppure soverchie discussioni. Sono scomparse le novità sulla durata massima dei contratti a termine e delle proroghe che avrebbero dovuto passare da 36 a 24 mesi e, su indicazione del governo, è stato anche ritirato l'emendamento che portava da 4 a 8 le mensilità minime da pagare al lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa. Nonostante l’abbondante spreco di parole, insomma, il lavoro resta in fondo alla graduatoria delle preoccupazioni di gran parte del nostro mondo politico al quale continua a far comodo non rilevare che nelle statistiche hanno lo stesso valore coloro che lavorano a tempo pieno e indeterminato e quelli che hanno impieghi da un giorno al mese, e appare evidente che l’offerta di correzioni del Jobs act fatta ad Articolo 1 – MDP da parte dei mediatori del PD era soltanto un espediente per raggiungere un’alleanza elettorale e non un segnale di cambiamento di rotta sociale.

Può far piacere sentire che il presidente della Commissione Lavoro della Camera, il dem Cesare Damiano, dica: «L'esecutivo sta compiendo un errore che non è di poco conto. La prossima legislatura dovrà affrontare questo problema perché in Italia licenziare costa troppo poco ed è diventato troppo facile». Ma prima di congratularsi con lui, sarebbe l caso di ricordargli che continua a sostenere un partito senza il quale licenziare non sarebbe costato «troppo poco», e di chiedergli se davvero ritiene che chi sarà al governo nella prossima legislatura – destra, grillini o PD di Renzi – si impegnerà a cambiare quello che in questa legislatura nessuno si è impegnato a evitare.

Credo che il settantesimo anniversario della Costituzione non richieda molti festeggiamenti, né ridondanti celebrazioni, ma che almeno imponga di pensare prima di recarsi alle urne. Ricordando come a questa Costituzione si sia arrivati e quanto sangue e sofferenze sia costata non possiamo non chiederci ancora una volta: come abbiamo fatto a permettere di tradire così tanto quei sacrifici? Come abbiamo fatto a disattendere così tanto quelle speranze?

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