domenica 23 luglio 2017

Scelta e non sentimento

Sinceramente quell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi risulta del tutto indigesto anche a me. So bene che la mia opinione personale non è assolutamente importante, ma sono tantissimi quelli che sono rimasti perplessi e, soprattutto, il gesto mi sembra esplicativo, se non emblematico di come sia cambiata – e fortemente in peggio – la qualità della nostra classe politica.

Pisapia, davanti alle rimostranze di Roberto Speranza, che gli telefona a nome di tanti ex elettori del PD e anche di alcuni che ancora nel PD si sforzano di restare, dice che il suo è stato «Soltanto un gesto di cortesia e di buona educazione». Ora, stante il fatto che si può essere cortesi ed educati anche in molte altre forme diverse, una persona intelligente non può non immaginare che un abbraccio di quel tipo viene inevitabilmente fotografato, pubblicato con rilievo su tutti i giornali e inevitabilmente strumentalizzato a fini politici come simbolo tangibile di un superamento di quei dissensi che sono alla base dell’ultima fase della frantumazione della sinistra.

Certamente Pisapia non è uno sprovveduto e, quindi, questo abbraccio non può che essere stato funzionale al suo primo progetto politico: riunirsi in qualche modo al PD renziano facendo finta di dimenticare che sono stati le politiche e i comportamenti dell’attuale segretario dem a provocare una diaspora ufficiale che una volta sarebbe stata inconcepibile. Questo il messaggio lanciato a Renzi e ai suoi ricordando anche, pur in maniera soffusa, che Pisapia, al pari della Boschi, ha sostenuto esplicitamente il sì al referendum che voleva stravolgere la nostra Costituzione.

Nella cosiddetta Prima Repubblica, pur tra i tantissimi difetti, il significato dei gesti e delle parole restava forte perché gesti e parole sono sempre sostanza. Pensiamo se mai Berlinguer e Almirante avrebbero potuto abbracciarsi per un gesto di cortesia. Quando il segretario del PCI è morto, quello del MSI ha ritenuto suo dovere andare di persona a manifestare il grande e profondo rispetto per l’avversario scomparso. E il popolo comunista ha accolto Almirante con l’altrettanto grande e profondo rispetto dovuto a chi è capace di separare il sentimento dal ragionamento.

E, a questo proposito vorrei soffermarmi per un momento su quell’alzata di ingegno di Massimo Recalcati che sarà anche un bravo psicanalista, ma che sulla politica sembra avere idee piuttosto confuse. Chiedersi, infatti, perché alcuni odiano tanto Renzi e altri lo amano è un’iniziativa del tutto surreale.

Quella dell’odio e dell’amore sono due categorie che non possono, né devono, appartenere al mondo della politica in quanto strumento di una democrazia che si basa, invece – o almeno dovrebbe basarsi – su una scelta ragionata in base ai propri principi. Per Renzi, tanto per entrare direttamente nell’argomento, non nutro sicuramente amore, ma neppure lontanamente odio. Mi limito – ma è già tutto – a disapprovare quasi completamente la sua politica che, nel nome di un fantomatico centrosinistra, è riuscita ad approfondire le differenze di classe – è ottenuto anche di far risorgere questo concetto – che stanno lacerando il nostro Paese.

Credo davvero sia ora di finirla di abbracciarsi e di parlare di odio e di amore. Mi piacerebbe tanto tornare a vedere uomini politici e donne politiche capaci davvero di essere tali e di non farci quasi incredibilmente rimpiangere la serietà e la consapevolezza di buona parte della politica del passato.

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mercoledì 12 luglio 2017

Abbiamo scherzato

Sono anni che le mancanze democratiche a livello nazionale sono così abbaglianti da far passare inosservate quelle – diciamo così – locali. Un caso che colpisce, per esempio, è quello che ha coinvolto la Commissione edilizia del Comune di Udine di cui quattro componenti hanno rassegnato le dimissioni dopo che dalla Commissione stessa era stato dato parere negativo sul nuovo edificio che sorgerà al posto dell’ex Upim di via Cavour e che la giunta comunale aveva dato, invece, via libera conformemente al parere della Soprintendenza.
Lontana da me l’intenzione di dare giudizi di tipo estetico sul nuovo progetto: sarebbe una cosa del tutto personale, anche se mi sembra che riproporre la stessa tipologia di un palazzo da poco costruito a poche centinaia di metri, vicino al teatro, indichi una certa mancanza di attenzioni per un sito importantissimo per il centro storico di Udine. Né mi sogno di contestare le valutazioni negative di professionisti evidentemente stimati, visto che sono stati chiamati a far parte della Commissione.

Quello che colpisce è il fatto che certi strumenti definiti “democratici” non siano altro che deliberato fumo negli occhi per impedire di vedere che di incrostazioni di democrazia ne sono rimaste ben poche su strutture pubbliche che ormai preferiscono ampiamente – già dal momento elettorale – la “governabilità” alla “rappresentatività”. E questo appare quantomeno curioso in un sistema che si autodefinisce di “democrazia rappresentativa”.

Che senso ha, infatti, costituire una commissione che può dare soltanto pareri non vincolanti? Se si tratta di valutazioni di tipo scientifico non si vede come e perché queste valutazioni possano essere disattese. Se si tratta, invece, di opinioni personali, non si capisce né perché sia necessario darle, né per quale motivo, eventualmente, le scelte dei componenti la Commissione siano state fatte da determinati organi amministrativi e professionali e non siano state demandate alla preferenza del popolo che vorrebbe essere rappresentato.

Ma se per il nuovo edificio ogni discussione sembra ormai chiusa, molti dubbi di democraticità sussistono ancora sulla determinazione degli spazi che saranno destinati per qualche anno a ospitare il cantiere. Al di là delle inevitabili porzioni di strada tolte a via Cavour e a via Savorgnana, il progetto prevede, infatti, che scompaiano per l’uso comune, pur temporaneamente, i giardini pubblici – e la parola “pubblici” dovrebbe avere ancora qualche significato – di piazzetta Belloni e di palazzo Morpurgo che, tra l’altro, perderà anche l’uso della corte diventata ormai tradizionale luogo di appuntamento estivo per le attività culturali cittadine.

Si dice che poi tutte le aree saranno ripristinate entro dieci mesi dalla conclusione dei lavori. Ma come saranno ripristinate? Con quale progetto comunale? Fatto da chi e valutato pro forma e probabilmente inutilmente dalla commissione edilizia? E, fatto ancora più importante, qualcuno vorrà dire che gli alberi esistenti, vecchi e alti, non potranno essere ripristinati perché saranno abbattuti per fare spazio a qualche gru?

Se lo spazio è pubblico, potrà essere il pubblico a esprimere un proprio parere? E non si venga a dire che il tutto sarà giustificato dalla scomparsa di alcune barriere architettoniche che esistono soltanto se si vuole seguire la via più breve e che comunque potrebbero essere eliminate in breve tempo, con poca spesa e scarso disagio.

Senza cancellare due giardini, non si potrebbero, magari con qualche fastidio economico in più, limitare i danni inevitabili e, per ipotesi, aprire uno spazio di cantiere in una limitata porzione di quella piazza del Duomo che da anni è squallidamente deserta e sembra vivere soltanto per ospitare, di tanto in tanto, qualche bancarella, o qualche chiosco per mangiare e bere?

Se anche davanti a questa cose che coinvolgono una città per qualche anno non si ritiene che i cittadini possano dire la loro, ma che la delega sia comunque e sempre illimitata, ci aspetteremmo che quando qualcuno parla di democrazia, alla fine aggiunga: «Scusate, abbiamo scherzato».

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lunedì 10 luglio 2017

Un dizionario per gli italiani

È di grande interesse il sondaggio condotto da Ilvo Diamanti su “Le parole del nostro tempo” e intitolato dalla Repubblica “Il dizionario degli italiani”. Non per il risultato in sé, che non desta troppe sorprese, ma per il fatto che richiama ancora una volta l’attenzione generale sull’importanza della parola che non è soltanto vibrazione dell’aria che penetra nelle nostre orecchie, o contrasto cromatico che colpisce i nostri occhi, ma è contemporaneamente materia ed energia che penetra nel nostro cervello con una forza che può essere capace di cambiarne la complicata geografia delle sinapsi e, quindi, il ragionare e il sentire.

Dicevo che, tanto per fare alcuni esempi, non possono destare sorpresa né le ottime valutazioni date ad ambiente, Papa Francesco, lavoro, speranza, meritocrazia, né le contraddittorie valutazioni che toccano a social media e democrazia digitale, né, infine, il totale rigetto che spetta ai politici, ai partiti e, soprattutto, ai loro leader.


Quello che non convince è il fatto che questo sondaggio guarda soltanto in una direzione, mentre ignora totalmente quella contraria. Per capirci, vengono analizzate le reazioni degli italiani di fronte a diverse singole parole, ma non viene preso in considerazione quanto siano state le parole pronunciate in questi anni a far cambiare il sentire comune e, quindi, in definitiva a influire sul gradimento delle parole stesse.

Si potrebbe tirare dritto dicendo che si tratta di una specie di discorso circolare, fine a se stesso, che può interessare soltanto, a livello statistico, gente che studia comunicazione, o che si interessa di politica; ma così non è perché rivela, invece, non soltanto la determinazione con la quale molti politici hanno tentato di modificare la visione del mondo adattandola ai propri gusti e – apparentemente – alle proprie convenienze, ma soprattutto mette in luce la miopia di quegli stessi politici che, alla lunga, quasi sempre hanno provocato e determinato situazioni esattamente contrarie a quelle che avrebbero desiderato raggiungere. Così non fosse, non troveremmo i partiti e i loro leader sugli ultimissimi gradini della scala di gradimento.

Qualche esempio. Sono ormai decenni che sentiamo alzare inni sperticati all’antipolitica, alla necessità di rendere la cura della polis qualcosa di apparentemente gratuito e, quindi, dilettantesco; dunque, sostanzialmente riservata soltanto a chi non ha già un solido mestiere, o un’affermata professione che dovrebbe lasciare per dedicarsi anima e corpo alla polis. Ma se in Parlamento dovessero arrivare soltanto persone di secondo piano (e , comunque, rispetto a certi figure che si vedono girare oggi a Montecitorio e a Palazzo Madama il secondo piano sarebbe già un miglioramento), perché la gente dovrebbe interessarsi alla politica e apprezzarne i protagonisti?

E, a questo proposito, appare del tutto assurdo anche il reiterato richiamo alla meritocrazia che fa sempre capolino nelle parole di ogni politico, ma resta quasi sempre profondamente sepolta nel momento di effettuare delle scelte.

O, ancora, quante volte abbiamo sentito parlare della necessità generica di tagliare le spese? Ebbene, non serve essere un genio dell’economia e della finanza per capire che ogni risparmio fatto tagliando le spese per il personale corrisponde alla scomparsa di stipendi e, quindi, alla sparizione di grandi quantità di denaro liquido che una volta entravano nel cosiddetto mercato e lo arricchivano, mentre oggi la loro mancanza non soltanto lo rende asfittico, ma innesca un aggravamento della miopia perché si pensa ancor di più a non spendere e non a far circolare il denaro in maniera più efficace. Il fatto è che i risparmi sono necessari, ma soltanto negli sprechi e soprattutto negli anfratti dove i soldi entrano per essere girati immediatamente sotto forma di tangenti e bustarelle a una quantità di persone il cui ultimo pensiero è ovviamente quello di rimettere in circolo il maltolto.

Potremmo andare avanti a lungo, ma vorrei concludere con un esempio attuale che si lega alla cosiddetta “spiaggia fascista” di Chioggia dove il titolare dello stabilimento espone immagini di Mussolini, cartelli con frasi chiaramente riconducibili al modo di parlare fascista, e fa anche ascoltare alcune musiche care al regime del ventennio. Va ricordato che la XII disposizione finale della nostra Costituzione vieta «la riorganizzazione del partito fascista» e che una legge del 1952 punisce con la reclusione da 6 mesi a 2 anni la propaganda e l’apologia del fascismo. Ora Fiano, del PD, tenta di allargare il campo dei divieti estendendolo al saluto romano, fatto in qualsiasi occasione, e prendendo in considerazione anche il web, finora campo libero perché – inevitabilmente – non citato in alcuna legge scritta prima che il web esistesse.

Ebbene, i grillini insorgono accusando questa proposta di legge di essere «liberticida». E torniamo alle parole e al loro uso. Al di là del fatto che liberticida era il regime fascista e che impedirne la rinascita significa limpidamente tentare di difendere la libertà, da Grillo e dai suoi – ammesso che se ne rendano conto – viene forse fatto passare il concetto che qualunque forma di limitazione della libertà (detenzione compresa) può essere sostanzialmente illegittima? Oppure la possibilità di essere liberticidi è riservata soltanto al garante del Movimento Cinque Stelle quando i risultati delle “comunarie” di Genova non lo soddisfano?

La sensazione è ancora quella che i politici più che del dizionario degli italiani siano interessati a creare un loro dizionario per gli italiani.

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sabato 8 luglio 2017

Di cosa stiamo parlando

La becera e stupida semplificazione della frase «Aiutiamoli a casa loro», che questa volta non è stata pronunciata da Matteo Salvini, ma è stata scritta da Matteo Renzi, forse può diventare utile per fare un po’ di luce su una questione che, invece, è di grande complessità e importanza e che potrebbe essere condensata in questa domanda: di cosa parliamo quando usiamo la parola “politica” e quanto è cambiato negli anni l’essenza di questo concetto?

Per secoli si è continuato a pensare alla politica legandola all’estensione del suo significato etimologico che la indicava come ricerca del bene per la polis che, nell’antica Grecia, era la città, ma contemporaneamente anche lo Stato. Poi la politica è diventata l’esercizio del potere e, infine, l’arte della conservazione del potere. E il bene della polis? Non interessa a molti e, comunque, è diventato un obbiettivo del tutto secondario scatenando così un inevitabile effetto uguale e contrario. Se, infatti, la politica dimostra che non le interessa della polis, perché mai alla polis dovrebbe importare della politica? E, in quest’ottica, non può sorprendere il fatto che ormai metà degli italiani non va più alle urne se non quando si rende conto, come in occasione del referendum costituzionale, che può decidere in maniera diretta della propria libertà e della sopravvivenza della democrazia.

Renzi ha girato di 180 gradi la tradizionale impostazione della sinistra sui migranti non per una gaffe, o perché illuminato sulla via di Damasco da una folgorazione su come risolvere un problema epocale e globale che è sempre esistito, ma che ora avvertiamo più distintamente perché tocca direttamente noi. Lo ha fatto, andando a ruota di Grillo, semplicemente perché è stato convinto a farlo dai sondaggi di opinione che da un po’ di tempo indicano quello della migrazione come il problema che potrà orientare consistenti quantità di voti nelle prossime elezioni politiche. Lo ha fatto non per governare la piazza, ma per dare l’idea di farsi governare dalla piazza; lo ha fatto proprio per quel populismo contro il quale vorrebbe ergersi a difensore e che vorrebbe distruggere non perché abietto, ma perché è già sfruttato dai suoi possibili avversari e non già da lui stesso.

Cito, sottoscrivendole totalmente, alcune frasi di Roberto Saviano: «Mi permetto di parafrasare così le parole del segretario del partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di governo: se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri “a casa loro”. Per Renzi dunque l’Italia non ha il “dovere morale di accogliere”, ma di “aiutare a casa loro”».

Eppure, aggiunge Saviano: «Renzi sa perfettamente che l’Italia realizza l’esatto contrario perché aiuta sì chi decide di lasciare il proprio paese, ma soprattutto coloro che restano ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane: 2,7 miliardi di euro nel 2014. 7,9 miliardi di euro nel 2015. 14,6 miliardi di euro nel 2016. Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall’Italia».

E prosegue: «Ma il dato politicamente importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia nel 2014-2015 è stato l’unico paese della Ue ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di al Sisi. Con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni?».

Sta di fatto che le parole di Renzi appaiono stridenti nei confronti di entrambe le teoriche anime del PD; sia riguardo al comune sentire della sinistra, sia alle parole del Papa che invita a non respingere gli ultimi a ricordare che se l’Europa è così ricca lo deve anche ai frutti del colonialismo. Due anime che comunque, fino a pochi decenni fa, pur tra errori anche drammatici, miravano entrambe a raggiungere, anche se lo vedevano indubitabilmente diverso, quello che ritenevano essere il bene della polis. Le parole di Renzi mostrano senza infingimenti che lo scopo di quella che ci ostiniamo stolidamente a chiamare politica è soltanto quello di vincere le elezioni.

Ci dicono che è necessario vincerle se non si vuole che siano i grillini, o la destra, a governare l’Italia con le loro idee. Ma se io so con certezza che le idee della destra mi sono aliene e che quelle dei grillini sono vaganti, oltre che vaghe, e comunque sempre sottoposte al volere del capo, quali motivazioni politiche (nel senso vero del temine), quali idee – ammesso che ci siano e non dipendano soltanto dai sondaggi del giorno – potrebbero attrarmi nel partito di Renzi?

Pierluigi Bersani è rimasto in quella che considerava la sua “ditta” fino a quando non si è reso conto che non fabbricava più i prodotti tradizionali, ma cose nuove totalmente diverse, se non addirittura opposte. Ma più che di cambio di ragione sociale sarebbe stato giusto parlare di perdita di quell’anima che aveva dato vita al PD e che aveva attratto tanta gente di sinistra e tanta gente di centro che è stata disposta a sacrificare un pezzetto di sé pur di costruire una forza davvero riformista che avesse alcuni caposaldi solidissimi e irrinunciabili e altri obbiettivi procrastinabili nel tempo.

Forse sarebbe il caso che tanti che ancora sono nel PD, o che quantomeno pensano che lo voteranno ancora, si rendano conto che quando un partito perde l’anima la fa perdere anche a coloro che lì dentro rimangono. Fare opposizione può essere fastidioso, ma sopportabile; tradire i propri principi e quelli dei vecchi compagni di strada non può essere degno, né accettabile.

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domenica 2 luglio 2017

Purezza e contaminazioni

Ineccepibile. Renzi dice che «fuori dal Pd non c’è la vittoria del centrosinistra, ma solo la sconfitta» e questa è attualmente un’asserzione difficilmente confutabile. Quello che Renzi preferisce non dire è che dentro il PD di Renzi la sinistra è già stata distrutta, sia nella sostanza, sia nella forma. Nella sostanza promulgando leggi che Berlusconi avrebbe voluto fare senza esserne capace: Jobs act, buona scuola, bonus a pioggia, cancellazione parziale della progressività della tassazione come sulla prima casa. Nella forma continuando a proclamare di sinistra azioni che in realtà sono state limpidamente di destra.
Fuori dal PD si perde – dice – ma da una sconfitta si può anche trarre la forza per arrivare a una vittoria. Da una distruzione ben difficilmente si riesce a risorgere, almeno in tempi comparabili con una vita umana media.

Il fatto è che l’attuale segretario del PD usa i termini “destra” e “sinistra” non in una visione politica, bensì in una prospettiva di potere. Confutando il loro valore quando gli fa comodo gabellare come tecnicismo qualche decisione chiaramente schierata in maniera ideologica sul neoliberismo (il Jobs act ne è un esempio chiarissimo). Oppure resuscitando questi antichi termini se gli torna comodo perché conta di abbindolare qualcuno per assicurarsi il suo voto.

Alcuni dicono che la purezza, oltre che in genetica, è inaccettabile anche per chi vuole fare politica e che Renzi ha avuto successo proprio perché non ha rifiutato, ma, anzi, ha ricercato la contaminazione. Può essere, ma, come in genetica, anche in politica alla contaminazione è necessario porre un limite. Altrimenti la contaminazione diventa contagio, infezione, corruzione e, alla fine, morte. E per chi ancora crede che il concetto di destra e sinistra esistano e abbiano una loro sostanza e una loro validità questo rischio non è accettabile.

Se una colpa grave la sinistra ha avuto – e sicuramente ne ha avute più d’una – è stata quella di non reagire con decisione alle fascinazioni che sembravano essere soltanto mode estemporanee mentre, invece, erano ben congegnate manovre che miravano lontano e con piena consapevolezza.

Pensate alla crociata contro le ideologie che ha riempito la nostra società dagli anni Novanta in poi. Era una campagna che asseriva la necessità di distruggere le ideologie per rendere più facili i rapporti politici che erano troppo bloccati su posizioni filosoficamente molto solide, anche se i detrattori preferivano definirle preconcette. Il successo di quella crociata è stato strepitoso e quasi tutti, poi, sono stati molto felici di definirsi non ideologici, anti ideologici, post ideologici. Senza rendersi minimamente conto che un’ideologia era rimasta; sola e, visto che non aveva più avversari, imperante: quella del mercato. Che, tra l’altro, molti tentano di rendere più gradevole chiamandolo libero, mentre, invece, è dominato da pochi che fanno, a loro tornaconto, il bello e il cattivo tempo.

E il tramonto delle ideologie ha determinato anche la solitudine dell’agire politico perché erano diventati indistinti i punti di unione e di separatezza sui quali basarsi per decidere se accompagnarsi, o meno, con qualcuno. E così la politica, smarrita nella quotidianità e quasi priva di orizzonti culturali e sociali, ha finito per essere stritolata da una tenaglia che l’ha stretta e la stringe ancora tra la smania di ricchezza e la smania di potere.

Sarebbe drammatico lasciarsi affascinare ancora da quelle gradevoli storielle confezionate apposta per nascondere il veleno che c’è in loro. E per eliminare questo rischio, non c’è che una strada: insorgere immediatamente, a parole, non appena ci si rende conto che qualcosa in quello che ti raccontano non va.

Difficile capirlo? No: basta tenere ben fissi alcuni punti irrinunciabili: la giustizia e l’uguaglianza sociale, la necessità di ridurre le differenze e non di aumentarle, quello che Hannah Arendt e poi Stefano Rodotà avevano definito “il diritto di avere diritti”. E, poi, la nostra Costituzione, proprio quella che Renzi, affascinando con le sue storielle più d’uno, ha tentato, fortunatamente invano, di stravolgere.

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mercoledì 28 giugno 2017

Al sindacato e alla politica

Ancora una volta quasi tutta la gente che sente dentro di sé i valori di sinistra plaude a quello che dice il Papa. E non perché quelle parole arrivino dalla guida della Chiesa, ma perché Francesco sembra l’unico dotato di potere e carisma a saper dire ancora parole di buon senso e di umanità. Ai delegati al Congresso nazionale della Cisl, Papa Bergoglio ha detto con forza: «È una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga un’intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti». 

E poi ha continuato sottolineando che «Sindacato è una bella parola che proviene dal greco syn-dike, cioè “giustizia insieme”. E non c’è giustizia insieme - ha puntualizzato - se non è insieme agli esclusi. Il buon sindacato rinasce ogni giorno nelle periferie, trasforma le pietre scartate dell’economia in pietre angolari». E ancora: «Il capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato perché non lo vede abbastanza lottare nelle periferie esistenziali». E, infine, prima di dedicarsi con puntiglio alla necessità di eliminare le discriminazioni sul lavoro tra uomini e donne, la denuncia più implacabile: «Il sindacato, col passare del tempo, ha finito per somigliare troppo ai partiti politici, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia».

L’assomigliare a un partito politico è diventato, insomma, una condanna. Ma, attenzione, a un partito politico di oggi, perché quelli di ieri il valore del lavoro, anche a livello di dignità, lo conoscevano bene, tanto da averne fatto la pietra angolare della Costituzione della nostra Repubblica che sul lavoro si fonda; una pietra che, a parole, tutti dicono di non voler toccare, ma che hanno continuamente indebolito e fessurato a furia di colpi, l’ultimo dei quali – possente e drammatico – è stato quel “Jobs act” che forse è davvero meglio sia chiamato con termini inglesi perché parlare di “Legge del lavoro” svilirebbe troppo anche il concetto di legge, oltre che quello di lavoro.

Non voglio insistere sul fatto che questo discorso sia stato fatto ai delegati della Cisl, il sindacato tradizionalmente più morbido nei confronti dei governi non di sinistra, ma non c’è dubbio che soltanto un sindacato si è ribellato al “Jobs act” proponendo, con oltre tre milioni di firme di cittadini sottoscrittori, anche un referendum che è stato scippato agli italiani con uno dei più vergognosi giochi delle tre carte che si siano mai visti nel Paese dove quel gioco per furbastri è stato inventato.

Ma ancor più del mondo sindacale a finire implicitamente sotto accusa è il mondo politico. E segnatamente, visto che dagli altri a livello sociale ben poco si potrebbe sperare, quello di centrosinistra che ha il suo più corposo, ma non più inequivoco riferimento nel Pd. Ed è in questo partito che il segretario Matteo Renzi, evidentemente accecato dall’ambizione personale, non si rende ancora conto che i numeri del Parlamento non sono più nemmeno lontani parenti di quelli esistenti davvero nel Paese e che continua a ripetere come un insensato mantra: «Basta parlare di coalizioni: le primarie le ho vinte io». E sempre in questo partito il presidente Matteo Orfini, nella sua smisurata cupidigia di servilismo nei confronti di chi crede abbia ancora il potere, si permette di tentare di allontanare Romano Prodi che ancora si spende generosamente per tentare di ricompattare un mondo che, dopo essere finito in frantumi, ora vede quei frantumi calpestati e ridotti in polvere da coloro che, invece, dovrebbero tentare di incollarli. A ancora in quel partito c’è Arturo Parisi (probabilmente in larga compagnia nel PD) che, riferendosi a Orfini, rifiuta di polemizzare dicendo : «Ho imparato a mordermi la lingua», mentre avrebbe dovuto imparare a fasciarsi la mano per non andare a votare per coloro che hanno ormai distrutto quello che era il punto di riferimento del centrosinistra e che ora è un ammaccato contenitore di nulla, capace di tentare alleanze di facciata, ma non di pensare di dividere la strada con nessuno che si dimostri anche poco meno che adorante dei confronti di chi voleva rottamare e ora ben difficilmente riuscirà a sfuggire al destino di essere rottamato, non dai suoi, ma dal resto degli italiani.

Ripartire da poco più di zero non è facile, ma non c’è altra strada perché ritrovare quel tanto di ideologie che ancora hanno valore e dignità e ricominciare a parlare con tutti non per convincere, o addirittura comandare, ma per ascoltare, sono attività ormai desuete. Eppure, anche se la fatica sarà enorme, questa è l’unica strada per tentar di salvare quella che era una democrazia assolutamente piena di difetti, ma che lasciava ancora speranze di poterla migliorare. E non soltanto perché fare peggio sarebbe impossibile.

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sabato 10 giugno 2017

Cupio dissolvi anticipato

Pare impossibile, ma la politica – continuiamo a chiamarla così giusto per capirci, ma ormai è chiaro a tutti che si tratta assolutamente di un’altra cosa – continua a lasciarci esterrefatti. Renzi dopo il suo ennesimo naufragio che questa volta ha cancellato il suo progetto di legge elettorale e soprattutto il suo sogno di rientro veloce a Palazzo Chigi, riesce a far finta di dimenticare tutto quello che ha detto fino a ieri su possibili, anzi probabili, alleanze con Berlusconi e, con la sua solita invidiabile faccia tosta, cambia repentinamente direzione e si rivolge verso Pisapia ipotizzando un accordo a sinistra che, secondo lui, sarebbe utile al possibile “Campo progressista” non per superare la soglia dell’otto per cento attualmente fissata al Senato come sbarramento per i partiti singoli, ma per creare una coalizione che fa crollare la soglia al tre per cento. E, naturalmente, nessun accordo più a destra, ma neppure al centro: «Con Alfano non se ne parla». Ma a stupire è anche il tono della replica di Pisapia: «Se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, faccia le primarie. Poi vediamo chi le vince».

Comunque andiamo con ordine, partendo dal mistero del PD, partito “a vocazione maggioritaria” fondato sul finire del 2007 con il sogno di rendere reale quello che, in altri tempi e con altre persone, era stato definito “compromesso storico” e mai riuscito compiutamente né a essere maggioritario, né a far convivere le sue due anime.
Ebbene, il PD è al suo quinto segretario e non ne ha mai perdonata una ai primi quattro: Veltroni (ottobre 2007 – febbraio 2009) ha dovuto dimettersi dopo la sconfitta alle regionali sarde; Dario Franceschini (marzo – ottobre 2009) fallisce per la sconfitta alle Europee che non riesce nemmeno a preparare perché che arrivano subito dopo la sua elezione; Pier Luigi Bersani (ottobre 2009 – aprile 2013) si dimette per aver “vinto troppo poco” le Politiche. Infine, Guglielmo Epifani (maggio – dicembre 2013) che fa soltanto da traghettatore verso una nuova segreteria.

Insomma, non solo una vocazione maggioritaria, ma anche una visibile insofferenza nei riguardi dei “non vincenti”. Poi arriva Renzi che dopo aver pugnalato alle spalle Letta e aver costituito un “governo di larghe intese” con il centrodestra, comincia benissimo superando il 40 per cento alle Europee, ma poi infila una serie di rovesci da collezione: il crollo dell’affluenza in Emilia, le brucianti sconfitte alle Amministrative del 2015 che fanno perdere al PD regioni e città tradizionalmente orientate a sinistra, gli ancor più brucianti disastri alle Amministrative del 2016 con le perdite – tanto per fare soltanto tre nomi – di Roma, Torino e Trieste. E poi, il 4 dicembre, arriva la disfatta al referendum costituzionale voluto da Renzi quando il vento sembrava soffiargli a favore e che scambiava volentieri la distruzione della nostra Carta fondamentale con un maggiore potere all’esecutivo che Renzi neppure sognava potesse non essere legato al suo nome.

Ebbene, mentre ai primi segretari nulla è stato perdonato, a Renzi tutto si perdona, tanto da farlo rieleggere largamente dopo delle dimissioni chiaramente fittizie e dopo l’uscita di tanti padri nobili dal partito e l’allontanarsi di una moltitudine di elettori: gli si perdona non soltanto il susseguirsi di sconfitte, ma anche il fatto di voler portare sempre più a destra il PD. Anche se, vista l’ultima offerta fatta a Pisapia, risulta sempre più evidente che a Renzi poco importa della propria collocazione politica e che non agisce seguendo ideali sociali, ma cerca soltanto di andare dove pensa di poter trarre i maggiori vantaggi: prima a destra e ora a sinistra.

Il mistero maggiore resta, comunque, come quelli che continuano a restare nel PD e, contemporaneamente, a professarsi di centrosinistra, non abbiano defenestrato Renzi, o non se ne siano andati.

Ma un mistero ancora più grande – e, dal punto di vista mio, più preoccupante – è la risposta di Pisapia: «Se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, faccia le primarie. Poi vediamo chi le vince».
 

L’unica speranza è che si tratti di una risposta carica di ironia voluta, ma non ben espressa. Ma, se così non è e se Pisapia coltiva ancora – come aveva a suo tempo detto – la speranza di fare una coalizione con un PD a guida Renzi, ci cadono le braccia. E perché non anche delle primarie aperte a Berlusconi, ad Alfano (anche se a Renzi pare non vada più), a Verdini? Sono anche loro persone che massacrano volentieri i lavoratori, che difendono i patrimoni, che salvano non le banche e le imprese di Stato o le partecipate, ma coloro che le dirigono e che passano da un fallimento all’altro incassando ogni volta delle liquidazione da favola, o – meglio – da vergogna.

Probabilmente si tratta di ironia, visto che Pisapia ha anche aggiunto che «Rimango sempre favorevole al dialogo, ma tenendo fermo il punto che qualsiasi alleanza con il centrodestra è contro i nostri valori, oltre che un inganno agli elettori». Ma vorremmo fosse chiaro, oltre al fatto che Renzi non è di centrosinistra, che se il teorico “Campo progressista” pensa di partire e procedere ancora una volta soltanto con dialoghi e discussioni tra i capi, decidendo poi a prescindere da quello che pensano i suoi possibili elettori, allora quel “cupio dissolvi” che ormai attanaglia il PD come forza progressista, minaccia di estendersi anche al progetto di una nuova forza davvero di centrosinistra. E sarebbe ancora più grave perché sarebbe un “cupio dissolvi” anticipato che si applicherebbe prima di qualsiasi nascita; addirittura alla speranza.


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