mercoledì 20 settembre 2017

Una questione di dignità

Ma qualcuno si ricorda ancora che quello di sinistra è stato un concetto molto serio e che per molti – o almeno per quelli che di sinistra ancora si sentono – continua a essere tale? La domanda sorge spontanea visto che sono tanti quelli che sembrano pensare che ormai sia soltanto un fastidioso ricordo del quale ancora due cose soltanto possono essere utili: non tanto i valori che spesso finiscono per diventare dei fastidiosi impicci, ma l’uso del nome, che talvolta può fungere da ottimo travestimento, e l’accaparramento di una parte degli elettori che hanno sempre votato a sinistra e che ancora non si sono stufati di andare alle urne senza mai trovare la possibilità di dare un voto a chi quel fastidiosi valori vuole tuttora portare avanti.

Adesso, per esempio, va di moda presentarsi come salvatori della sinistra che si oppone al renzismo, ritenendolo profondamente diverso rispetto alla sinistra, proponendo di coagularla per poi – e qui c’è il colpo di genio – farla alleare con il renzismo stesso. Lo sta proponendo Pisapia – un lungo pedigree di sinistra – a livello nazionale e adesso – come una copia carbone e con un pedigree molto più breve – lo propone anche Honsell a livello regionale. E il fatto merita alcune considerazioni.

Per prima cosa bisognerebbe spiegare che senso avrebbe avuto opporsi al PD di Renzi, o, per chi vi era iscritto, uscire dal partito, per poi adeguarsi al volere dell’attuale segretario che continua a sostenere che è il PD, come elemento catalizzatore di un cosiddetto centrosinistra, ad avere il diritto di indicare linea ed eventuale premier.

Poi, al di là di ovvie considerazioni sulle possibili e anche naturali mire personali di coloro che puntano a ergersi a protagonisti in un frangente tanto confuso e burrascoso, questa appare come un’ulteriore prova che tra la politica, o meglio i politici, e gli elettori non c’è più una reale comunicazione e comprensione. Ma davvero qualcuno può pensare che senza una vera discontinuità di valori e di nomi (perché i valori non possono non essere legati alle persone in cui vivono) gli elettori di sinistra possano dire di aver scherzato e pensare a un’alleanza subalterna con chi hanno avversato in questi ultimi anni?
 

Renzi e compagnia dicono che in realtà le cose che hanno fatto sono di sinistra e che sono gli altri a non averlo capito. Ma allora, solo per parlare del lavoro, dando per assodato che siamo ancora molto indietro rispetto all’inizio della crisi e che siamo i penultimi in Europa sia come incremento del Pil, sia come occupazione generale e giovanile, Renzi davvero è convinto che l’attuale numero di occupati, per la maggior parte a tempo determinato, o con contratti parziali frutto di trucchi e soprusi nei confronti dei lavoratori, possa essere sia socialmente equivalente al numero degli occupati di una volta, a tempo indeterminato e per buona parte difesi dall’articolo 18?

Ma davvero l’atteggiamento renziano nei confronti della sanità e dell’istruzione pubbliche, o dell’accoglienza, può essere confuso con il sentire di coloro che sono convinti che il pensiero di sinistra, fatto di solidarietà e inclusione, porti a tutt’altre conclusioni? Ed è credibile che gli elettori di sinistra possano accettare una nuova situazione nella quale i cittadini sono chiamati a dire la loro – e parzialmente e sommessamente – soltanto una volta ogni cinque anni, mentre tra un’elezione e l’altra, devono limitarsi a osservare quello che decide e comanda il “leader”, termine molto di moda oggi, ma soltanto sinonimo di altri vocaboli che nelle varie lingue sono stati usati in altri tempi e con risultati che ancora oggi fanno rabbrividire?

E, per venire più direttamente a Pisapia e a Honsell, vorrei richiamare alla vostra memoria una data di cui molti hanno preferito non parlare più sperando che finisse in quel dimenticatoio tanto usato dalla politica italiana. Sto parlando del 4 dicembre 2016 e di quel referendum costituzionale in cui la schiacciante maggioranza degli italiani ha sconfitto coloro che volevano deformare la nostra Costituzione e che, con il famoso “combinato disposto” con una legge elettorale poi proclamata incostituzionale, intendevano stravolgere tutte le basi della nostra democrazia, non soltanto privilegiando la cosiddetta stabilità rispetto alla rappresentanza, ma convogliando potere legislativo e potere esecutivo nelle mani dello stesso gruppo dirigente, o, per essere più precisi, dello stesso “leader”.

Appare come una combinazione davvero curiosa il fatto che entrambi coloro che oggi si propongono come guida della sinistra, in quel referendum abbiano votato “Sì”, come Renzi chiedeva, e non “No”, come la sinistra indicava. Ed è interessante anche ricordare che Honsell, dopo aver fatto capire pubblicamente in sala Ajace, in maniera esplicita, che sarebbe stato giusto e doveroso votare “No”, un paio di giorni dopo ha fatto una clamorosa giravolta di 180 gradi e, a sorpresa, è diventato paladino del “Sì”.

Moltissimi dicono che in primavera la sinistra sarà destinata a perdere. E questo può anche essere. Ma pretendere che perda anche la dignità ci sembra davvero troppo.

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lunedì 18 settembre 2017

La domanda e l’offerta

Polibio, nelle sue “Storie”, ha scritto: «Coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della loro vittoria». Davanti a questa antica massima ci si rende conto che da quei lontani tempi ben poco è cambiato, se non, forse, per la percentuale di coloro che pensano di usare un’eventuale vittoria per il bene comune e non per quello proprio. E – lo stiamo vedendo costantemente – anche in campo politico davanti allo scopo primario della vittoria, tutto il resto, ideali e valori compresi, passa in secondo piano, se non viene visto addirittura come un fastidioso intralcio.
Io non so se le mie idee siano vincenti, ma sono sinceramente convinto che siano giuste e sono sicuramente pronto a impegnarmi per tentare di far prevalere le mie idee e i miei valori, mentre non sono assolutamente disponibile a darmi da fare per aiutare a vincere qualcuno che poi non si sa cosa farà dell’eventuale vittoria, anche e soprattutto perché non ha sposato con decisione, né idee, né valori, ma si è barcamenato alla ricerca di intercettare, tramite l’analisi dei sondaggi, l’umore e i voti degli elettori.

Un esempio eclatante – e paradossalmente benefico per capire in che clima stiamo vivendo – ci è giunto in questo senso da Lampedusa, l’isola simbolo dell’accoglienza ai migranti, protagonista del docufilm “Fuocammare”, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, e che era stata proposta con i suoi abitanti a premio Nobel per la pace.

Ebbene, nel passaggio di consegne tra la prima cittadina Giusi Nicolini e il suo successore Totò Martello, la tendenza si è totalmente invertita, tanto che l’attuale sindaco chiede la chiusura del centro di accoglienza e punta il dito contro i migranti che accusa di «minacce, molestie, furti». A lui risponde la Nicolini accusandolo di terrorismo psicologico e rilevando che «basterebbe controllare il numero delle denunce presentate ai carabinieri: a me risulta solo un furto da un negozio di frutta e verdura; inoltre l’isola è piena di turisti e non mi pare che ci siano state molestie da parte di tunisini».

Un botta e risposta non particolarmente commendevole, ma la cosa potrebbe anche rientrare nell’inevitabile animosità tra due personaggi che sono stati avversari nell’ultima campagna elettorale (Giusi Nicolini aveva preso il posto di Totò Martello dopo due suoi mandati e quest’anno aveva rifiutato di farsi da parte per lasciargli di nuovo il comune). Quello che più impressiona, invece, è l’assordante silenzio del PD; perché entrambi appartengono al partito di cui Matteo Renzi è segretario: Martello, candidato ufficiale del partito alle comunali, e Nicolini, che oggi fa parte della segreteria nazionale del Pd.

Un silenzio assordante, ma non sorprendente, visto che, tra i tanti esempi, già nello stesso partito convivono nel silenzio, dopo uno scoppiettio iniziale, le posizioni del ministro Graziano Delrio che ha definito «un atto di paura» il forse temporaneo ritiro del suo partito davanti alle difficoltà per far passare al Senato la legge sullo “ius soli” e quelle di Matteo Orfini che accusa Delrio di strumentalizzare (per cosa, poi?) l’alt imposto da Alfano e dai suoi alle legge. Come dal professionale silenzio del partito sono state assorbite le vibrate critiche sempre di Delrio contro il decreto Minniti sul codice per le Ong.

Difficile pensare a casi di naturale amnesia. Molto più comprensibile collocare queste ormai silenziate contraddizioni in un solco di comportamento che punta a raccattare voti sia a destra, sia a sinistra presentandosi, a seconda delle occasioni, come paladini di una delle due parti e, a seconda dei casi, presentando a riprova una delle due posizioni in contrapposizione. Del resto Matteo Renzi da sempre ha proclamato di fare cose di sinistra, anche se poi si è alleato con schegge della destra riuscendo anche a far passare provvedimenti che la destra, da sola, non era mai riuscita a far approvare.

Forse, per non restare vittime di queste volute ambiguità, che non esistono soltanto nel PD renziano, ma dominano anche nel movimento di Grillo, oltre che nel centrodestra berlusconiano, sarebbe il caso di invertire quello che è diventato un automatico iter democratico in cui l’importante è l’offerta dei partiti alla quale aderire, o meno. Oggi sarebbe più giusto dare importanza alla domanda esplicita di gruppi di elettori; non chiedendo poi ai partiti di aderirvi indiscriminatamente come già stanno facendo di fronte ai sondaggi, a prescindere da cosa questi indichino, ma pretendendo che, di fronte a prese di posizione non solo contraddittorie, ma spesso diametralmente opposte, ne sia scelta una sola e in maniera chiara. Altrimenti non di democrazia si tratta, ma di puro e semplice mercato al ribasso.

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venerdì 1 settembre 2017

La spinta al voto utile

Con il ritorno alla ribalta del “voto utile” («Votate per noi, altrimenti vincerà Grillo, o la destra»), si è sentito spesso usare il termine “tragedia” nel caso dovessero, appunto, andare al potere – a Roma, a Palermo, a Trieste, o in qualunque altro posto – Grillo, o Salvini e compagnia. Detto che, a mio modo di vedere, un voto sarebbe utile se a vincere fosse un centrosinistra di fatto e non soltanto uno che si autodefinisce tale, è il termine “tragedia” che sollecita un ragionamento politico su come perdiamo contatto con i reali significati delle parole e, quindi, con la realtà dei fatti.

A dire il vero, la parola tragedia ha già indicato svariate situazioni diverse: dai canti che, come l’etimologia più accreditata indica, gli antichissimi greci eseguivano durante i riti dionisiaci, si è passati al nobile genere teatrale intriso di lutto e sventura reso immortale da Eschilo, da Sofocle e da Euripide. Riportato in auge e modernizzato, con cupezza e violenza, da Shakespeare, è stato esplorato da tantissimi tragediografi in varie lingue, fino a riperdere il tono di sacralità e tornare quasi alle origini, visto che il lessico comune indica come “tragedia” qualsiasi intoppo, o evento sfortunato, dal ritardo causato dalla foratura di una gomma, alla retrocessione della squadra per cui si fa il tifo.

n questo caso, però, interessa mettere in rilievo la profonda differenza che passa tra la tragedia greca e quella shakespeariana. Gli eroi di Sofocle, come Edipo, Antigone, Aiace, in genere non sono personaggi malvagi come spesso sono, invece, quelli del bardo, come Macbeth, Riccardo III e altri ancora. Ma i greci mai avrebbero potuto capire cosa ci potesse essere di tragico nella morte di un malvagio, perché il castigo per una condotta immorale era giusta. Il dramma, semmai, sarebbe insorto se la colpa fosse rimasta impunita.

Al contrario della maggior parte di quelle moderne, la tragedia greca trova vita, invece, nella contrapposizione tra due forme diverse di bene, o, almeno, di legittimità. Antigone, per esempio, non ha nulla di malvagio e la tragedia prende vita nel momento in cui l’eroina di Sofocle, andando contro le leggi di Tebe e richiamandosi a quelle degli dei, esige che sia data sepoltura al fratello Polinice, pur ritenuto colpevole di tradimento. Neanche il novello re Creonte, però, può essere accusato di malvagità in quanto, signore della polis, incarna una legge che non può ammettere eccezioni, pena lo sgretolamento dell’ordine costituito. Oggi si potrebbe obiettare che il signore di Tebe, agendo per far rispettare l’ordinamento pubblico, operava anche per far rispettare se stesso, visto che in quei tempi leggi e re inevitabilmente coincidevano. Anzi, la figura del re non si allontanava troppo neppure da quelle degli dei. Però, sta di fatto che Creonte mette in pratica la stessa condotta tenuta da Socrate che, davanti alla condanna a morte, rifiuta una possibile evasione per non incrinare l’autorità dello Stato.

Da tutto ciò non possono non derivare alcune considerazioni di grande importanza.

La prima è che, sia rispetto ai tempi di Sofocle, sia a quelli di Shakespeare, la grande differenza in quelle che oggi definiamo tragedie è che manca la passione. Esiste ed è ben vivo il concetto di utilità personale, o di gruppo, ma soltanto raramente appare l’idea che sia doveroso battersi per valori in cui si crede, per il bene generale e non soltanto di pochi.

La seconda è che sembra che abbiamo perduto completamente di vista un insegnamento tramandatoci dai greci e segnatamente da Sofocle che è stato il primo a sottolineare che il tragico, in una democrazia, consiste nell’incapacità di ascoltarsi a vicenda e che, cioè, tra persone che hanno le loro ragioni, la tragedia comincia quando tutte le parti in causa, sorde a ogni ragionamento, reclamano l’assoluto rispetto della totalità dei propri convincimenti, anche se molte voci diverse – quasi una specie di coro greco – le mettono in guardia dal perseguire, fino all’inevitabilmente tragica conclusione, il proprio obiettivo; quasi fosse l’incarnazione di una verità assoluta che tutti sanno appartenere soltanto agli dei e che forse può essere appena sfiorata dagli uomini.

A una lettura distratta potrebbe sembrare che Sofocle affermi che il dialogo debba essere praticato sempre e comunque, ma, valutando il tutto con più attenzione, appare chiaro che il tragediografo greco sottolinea come debbano esserci dei limiti oltre i quali il dialogo non può allungarsi; e non per scelta di superbo orgoglio, ma proprio perché le posizioni sono totalmente divergenti e chiaramente inconciliabili. Qualche esempio attuale, oltre quello antico tra Antigone e Creonte? Non ci può essere dialogo tra accoglienza e razzismo, né tra uguaglianza e censo; oppure tra predominanza del lavoro, o della finanza; tra tassazione progressiva, o teoricamente uguale per tutti; tra sanità e scuole che non discriminano tra ricchi e poveri e altre che privilegiano soltanto chi se lo può permettere; tra la ricerca di alleanze soltanto per vincere, o per far perdere gli altri, e l’ideale di operare insieme a coloro che hanno valori simili ai propri. Come una volta non poteva esserci mediazione tra laicità e confessionalismo. Sono tutte scelte tra tesi che, a seconda dei propri valori, uno può considerare legittime, ma che non possono non portare a scontri che prevedono un vincitore e uno sconfitto; che non deve essere sempre e comunque il popolo.

A questo punto, se si richiede un voto utile per alleanze di grande spericolatezza, lo si può sicuramente fare, ma si tratta di vedere e capire per chi quel voto sarà utile. Se soltanto per qualche gruppo, o per l’intero Paese.

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lunedì 28 agosto 2017

Il concetto di sconfitta

Qui non si tratta più di rassegnarsi a una sconfitta comunque quasi scontata. In questo caso la sconfitta – anche se è difficile dirlo – in realtà è auspicabile. Perché una cosiddetta vittoria conseguita grazie ad alchimie di alleanze sempre più spericolate e sempre meno politiche non farebbe altro che conficcare un’altra dozzina di chiodi sulla bara del centrosinistra, mentre una sconfitta finalmente potrebbe dare – e sottolineo che sto usando il condizionale – una scossa per far rinascere un centrosinistra di fatto e non di nome. E, dicendo questo, non penso soltanto al bene della sinistra, ma dell’intero Paese perché l’Italia, al di là dei risultati elettorali ha assoluto bisogno di una sinistra illuminata che sappia coniugare i principi di uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, accoglienza e dignità. Come del resto ha bisogno anche di una destra illuminata che sia in grado di mantenere alti i concetti del conservatorismo e delle differenze sociali senza scadere in concetti come quelli del razzismo, dell’egoismo, del nazionalismo, del diritto del più forte nei confronti del più debole.

Ma a me interessa della sinistra e, sapendo bene che in questo momento il centrosinistra non può vincere senza il PD, mi convinco sempre di più che con questo PD non si può stare e che, quindi sia più opportuno cercare di sfruttare al meglio, lavorando per un futuro il più possibile prossimo, un’inevitabile sconfitta.

Parole senza senso, le mie? Forse, ma al di là di tutto quello che è successo e del fatto che non si possono dimenticare né il 4 dicembre 2016, né leggi come il Jobs Act, o la Buona scuola, o quel moncherino criticato anche dall’Europa e chiamato Legge sulla tortura, tanto per citarne soltanto tre, vi invito a riflettere su un altro paio di cose.

Alla Festa dell’Unità (avvilente umorismo involontario) di Bologna, gli organizzatori hanno distribuito un questionario nel quale, dopo tante domande generiche, si chiede ai frequentatori dell’appuntamento se è meglio che il PD si allei con Beppe Grillo, con il centrodestra, o (terza e ultima opzione) con la sinistra.

I dirigenti del PD bolognese lo descrivono come «una bella scelta di democrazia» e non si rendono neppure più conto che una scelta politica dovrebbe corrispondere a un progetto che dovrebbe a sua volta discendere da una scelta ideale, anche se non più ideologica. Trattano l’avvenire dell’Italia come se fosse un problema di preferenza tra tortellini, pasticcio o spaghetti, in cui tutte e tre le cose sono capaci di nutrire il commensale in maniera sana e in cui i dubbi possono dipendere soltanto dai gusti personali ed eventualmente da un veloce calcolo delle calorie.

Chiedere agli elettori quale linea politica preferirebbero fosse scelta dal loro partito non è ricerca di democrazia, ma semplicemente caccia al voto andando a promettere quelle alleanze (sempre ammesso che le controparti siano poi disposte a sottoscriverle) che siano capaci di soddisfare il maggior numero di coloro che poi potrebbero votare PD.

Sottoporre agli elettori un questionario simile, infatti, significa rovesciare completamente la realtà. Secondo l’articolo 49 di quella nostra Costituzione che dal PD renziano non è amata svisceratamente, «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ma tenendo ben presente che i partiti politici possono essere definiti come associazioni di persone che hanno le stesse idee e gli stessi interessi e che, quindi, prendono parte, sono partigiani e, attraverso un’organizzazione stabile, hanno l’obiettivo di influenzare l’indirizzo politico del Paese. Quindi le principali funzioni dei partiti politici in Italia, come in tutti gli altri Paesi democratici, sono quattro: hanno il compito di “formare” gli elettori dal punto di vista ideologico e politico; di selezionare i candidati da presentare nelle liste elettorali; di inquadrare gli eletti con la disciplina e la coerenza di partito; e di garantire la comunicazione tra elettori ed eletti tra un elezione e l’altra.

Qui, invece, non si formano gli elettori, ma neppure si viene formati da loro perché il concetto di forma è qualcosa di stabile e ben definito, mentre il partito, secondo questo nuovo concetto, è totalmente plastico e flessibile, ben disponibile a cambiare forma, e anche contenuto, a seconda delle convenienze. La realtà è che non si tratta più di partiti politici, ma di puri e semplici comitati elettorali. E, personalmente, se sono pronto a spendere tempo e impegno per difendere un ideale, non sono assolutamente disponibile a farlo per garantire l’elezione a un uomo, o a una donna, che hanno come primo obbiettivo la gestione del potere e non la ricerca del bene dei cittadini che a lui, o a lei, si sono affidati.

Dicono anche che, però, si dovrebbe dare spazio a iniziative come quelle di Pisapia che operano più sull’inclusione che sull’esclusione. Si tratta di una formula affascinante che, però, mostra subito la corda in quanto non proprio tutto può essere incluso, soprattutto se alcuni ideali da tentar di tenere insieme sono addirittura divergenti. In più anche la coerenza è un valore importante soprattutto se non si vuole prendere in giro gli elettori che si vorrebbe convincere a votare per sé. Per venire alla cronaca, Pisapia non può dire che «È evidente che Alfano è incompatibile con il centrosinistra» e poi, un paio di giorni dopo, fare un’alleanza per le elezioni siciliane alla quale partecipa proprio Alfano. O, meglio, lo si può dire, ma senza pretendere di parlare ancora di centrosinistra. E anche senza ipotizzare di diventare la guida che riporterà in primo piano i valori del centrosinistra.

Una cosa simile l’ha già fatta Renzi e i fatti sono lì a dimostrare che sono centinaia di migliaia di iscritti al PD, di simpatizzanti e di votanti che da quel partito si sono allontanati con la piena coscienza che era diventato un altro partito. Assolutamente legittimo, ma assolutamente non di centrosinistra.

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domenica 13 agosto 2017

Presente e futuro

E se, tanto per cambiare, cominciassimo a parlare del vero problema della sinistra che, guarda caso, è contemporaneamente il grande vantaggio sia della destra che prospera su egoismo ed eterofobia, sia del grillismo che lucra sulla diffusa e pur giustificata insoddisfazione generale facendo credere che si possa vivere senza un ideale sociale e politico? Perché quello che distrugge la sinistra e contemporaneamente esalta il conservatorismo e tutti i populismi è la scelta di guardare soltanto al presente con l’inevitabile conseguenza che si finisce per non pensare più a un futuro che sia lontano da noi di più di qualche mese.

Quella di una sensibile perdita del nostro rapporto con il tempo è una realtà incontestabile, tanto che la si nota anche nell’impoverimento della nostra lingua che, tanto per fare un esempio, sta perdendo la capacità di percepire le sfumature tra imperfetto, passato prossimo e passato remoto e sta vedendo usare sempre più diffusamente il cosiddetto presente storico. Ma ancor più grave, dall’altra parte della scala, è la quasi totale scomparsa del futuro anteriore che indica fatti che sono considerati come compiuti, ma che devono ancora verificarsi perché si trovano nell’ambito dell’avvenire. Il futuro anteriore, insomma, indica i propri progetti, le proprie determinazioni, tanto da diventare, prendendo in prestito il titolo di un libro di Michela Murgia, un vero “futuro interiore” in quanto è il momento in cui siamo noi a confrontarci con noi stessi, mettendo in evidenza sogni e desideri e confrontandoli con la volontà di realizzarli.

Viviamo, insomma, in una specie di presente ipertrofico che cannibalizza il passato – che può disturbare con i suoi ammonimenti – e che nasconde il futuro le cui problematiche potrebbero distrarci, o addirittura allontanarci drasticamente dall’impegno di trarre il massimo godimento possibile dal momento che stiamo attraversando.

E se questo fa il gioco della destra che vuole consolidare poteri e tradizioni cancellando molte questioni che la metterebbero in crisi, ma anche dei populismi che tentano di procedere a colpi di teatro che ben poco hanno a che fare con il progresso reale di una società, per la sinistra, che nasce proprio per trovare nuove strade che allarghino i campi della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza, una scelta rivolta principalmente al presente corrisponde a un suicidio senza scampo in quanto comporta la negazione della propria stessa natura.

Purtroppo è questa l’atmosfera che stiamo respirando da troppe parti, in un silenzio assordante di chi finalmente ha deciso di ribellarsi e che ora non sembra capace di enunciare a voce stentorea perché lo ha fatto e perché è orgogliosa di averlo fatto, e in un chiacchiericcio necessariamente indistinto da parte di coloro che vorrebbero accreditarsi come punti di riferimento della sinistra, mentre altro non sono che altri protagonisti di una compagnia di giro che è la responsabile dello sfascio di una sinistra che, per paura di disturbare e di risultare fastidiosa, continua a non parlare di futuro, ma soltanto di presente.

E non solo è molto meno capace di farlo rispetto alla destra che pratica questa strategia da sempre, ma si rivolge inutilmente a cittadini che, invece, vorrebbero ancora parlare di progetti e di utopie e che, non sentendo nulla di tutto ciò, continuano ad allontanarsi da una politica che non c’è più e che è ancora e sempre l’unico metodo per dare vita a una vera democrazia.

Facciamo alcuni esempi; necessariamente pochi e incompleti e obbligatoriamente brevi.
Quale sinistra è quella che consente, soltanto con pochi mugugni, di colpevolizzare tutte le Ong che si prodigano nella salvezza dei migranti e non scevera il grano dal loglio andando a colpire direttamente soltanto quelle che sono false organizzazioni umanitarie? E quale sinistra può esultare se il numero degli sbarchi in Italia è diminuito perché ora i trafficanti di uomini ritengono più facile sbarcare in Spagna? Una volta non si sarebbe cercato di spostare geograficamente il problema, in attesa che tutto si ripresenti quando sarà la Spagna ad alzare muri, ma ci si sarebbe impegnati, in casa e fuori, per risolvere davvero il problema e non si sarebbe rimasti in stolido silenzio a lasciar passare il concetto che soltanto il rischio di morire a causa di una guerra può giustificare una fuga; non quello di crepare per torture, carestie, epidemie, sfruttamenti, schiavitù.

Quale sinistra accetterebbe di avere sotto il suo stesso tetto coloro che sostengono i condoni edilizi che stanno continuando a rovinare il nostro Paese soltanto per arricchire i soliti noti? Eppure la paura di cacciare chi ha nelle sue disponibilità un numero consistente di voti impedisce qualunque azione di reprimenda, o di espulsione di coloro che lasciano vivere l’abusivismo, perché i voti attuali appaiono ben più importanti dell’ambiente futuro.

Come fa a definirsi di sinistra chi, sempre per puri scopi elettoralistici, nega la progressività della tassazione imponendo sacrifici che proporzionalmente distruggono i più poveri e non fanno neppure il solletico ai più ricchi? E lo fa senza rendersi conto che in futuro le divaricazioni sociali tra primi e ultimi diverranno sempre più drammatiche e foriere di ulteriori disgrazie.

E stiamo parlando di sinistra se, in vista delle prossime elezioni nazionali, regionali, comunali, il requisito fondamentale per individuare i candidati non è il loro credo politico e sociale manifesto, bensì la fama del loro nome? Se la cosa più importante è tentare di vincere apparentemente e non ricostruire sulle macerie che ci circondano?

Quale sinistra è quella che non si pone come punto fondamentale quello di recuperare i propri valori sociali ed etici nel bisogno di riconquistare la voglia di prendere parte, cioè di essere partigiani, e di farlo pubblicamente, non vergognandosi delle proprie idee, ma, anzi, essendone orgogliosi? Né appare possibile cercare un candidato purchessia «perché altrimenti vincerà la destra». Il male maggiore non consiste nel fatto di perdere una tornata elettorale, bensì nel negare se stessi condannandosi a sparire definitivamente. E questo non perché scompaiono le persone, ma perché vengono cancellati idee e ideali, perché si rinuncia a costruire per quel futuro che soltanto la sinistra ha davvero interesse a ricominciare a ipotizzare con progetti che rendano le utopie luoghi che non è vero che non esistono, ma che, semplicemente, non si è ancora riusciti a raggiungere.

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lunedì 7 agosto 2017

In segno di gratitudine

La scomparsa di Franco Colle spalanca tanti grandi vuoti in una comunità che sempre meno tende a sentirsi tale se non in alcuni temporanei momenti, come questo, di dispiacere condiviso.

La sua morte ha creato voragini di dolore all’interno della sua famiglia che per lui è stata sempre un punto di ancoraggio irrinunciabile, oltre che preziosissimo. E ha profondamente rigato di tristezza un mondo dello sport – e non solo dell’atletica – in cui la sua figura si è stagliata per decenni come una specie di sicuro punto di riferimento, di faro capace di illuminare la rotta di atleti che gli dovranno per sempre tantissimo tra cui alcuni – Venanzio Ortis in primis, hanno mantenuto per lui un affetto profondo. Un faro non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche e soprattutto dal punto di vista umano e su quel piano etico in cui non ha mai ceduto neppure di un millimetro, neppure in un’epoca in cui l’apparire è diventato apparentemente molto più importante dell’essere; in cui sembra che soltanto vincere, in qualsiasi modo, soltanto l’arrivare primi, possa placare per un po’ quella continua sete di successo nei confronti degli altri, mentre si è completamente perduto il concetto del diritto alla sconfitta, a quella sconfitta nella quale spessissimo si cela, invece, il successo nei confronti di noi stessi.

Ovviamente non intendo ricordare Franco, né dal punto di vista della famiglia, né da quello del mondo dello sport che da qualche anno aveva dovuto abbandonare sul campo, ma mai nel pensiero. Il mio ricordo vuole essere un po’ personale, un po’ a nome di tanti altri amici che di sportivo hanno ben poco ma che di lui sentono profondamente l’assenza.

Per prima cosa la mia gratitudine trova forza nel ricordare quanti preziosi suggerimenti musicali e letterari mi ha dato nel corso di tanti anni. Era un costante ascoltatore di musica classica e non appena trovava un’interpretazione davvero degna di nota, la raccomandava con calore. Come con altrettanta passione segnalava i titoli dei libri sui quali, tra i tanti che leggeva, poi desiderava discutere.

Ma l’aspetto che più mi preme ricordare di lui è quello della rigorosità di quell’impegno etico e sociale che ha portato anche fuori dai teoricamente ovattati ambienti delle gare, per applicarlo nel ben più caotico mondo di ogni giorno in cui le regole non solo spesso non sono rispettate, ma, non tanto raramente, non sono neppure scritte, né tantomeno condivise. E lo ha sempre fatto con uno sguardo e un sorriso accogliente, con una delicatezza di approccio che restava tale anche se e quando le divergenze con il suo interlocutore erano profonde.

Di politica e società si discuteva spesso durante pranzi e cene in compagnia, mentre si avvertivano sempre più distintamente gli scricchiolii che preannunciavano il crollo di molte certezze democratiche del nostro Paese. Nel 2002, uscendo da una libreria, mi chiese se ritenevo possibile che ci si limitasse soltanto a parlare e a criticare quello che stava accadendo nel nostro Paese con il dilagare del berlusconismo; se non fossimo colpevoli di una rinuncia a impegnarci , per quel che potevamo fare, a tentare di impedire l’aggravarsi del disastro. Mancava poco più di un anno alle elezioni regionali del 2003 e, su spinta di Franco, dopo un paio di affollatissime riunioni in un’osteria che ci lasciava una stanza libera per discutere, nacque il Movimento Propositivo che da quel momento continuò a organizzare discussioni e incontri non per propagandare il nome di un candidato, ma per testimoniare, parlando e ragionando, la validità di un programma di centrosinistra.

Ovviamente nessuno tenta di attribuirsi meriti che non ha, ma sta di fatto che il Movimento Propositivo, con le sue donne e i suoi uomini, è stato una costante di quella campagna elettorale e che Franco Colle ne è sempre stata l’anima fino alle elezioni che hanno visto il successo di Riccardo Illy contro Alessandra Guerra.

Poi l’esaurirsi di gran parte della spinta dei vari movimenti e il successivo ritiro, anche per motivi di salute, di Franco dall’attività diretta, ma mai da quella del ragionare e dello spronare a far sì che la volontà popolare sia capace di pungolare la politica.

Perché Franco, oltre al rigore etico, non dimenticava mai che il suo contagioso desiderio era quello di veder nascere e irrobustirsi una comunità che non si sentisse tale solo in momenti tristi come questo, ma che pensasse davvero che soltanto insieme, soltanto chiamando a lavorare unitamente tutti, anche e soprattutto gli esclusi, ci si sarebbe potuti nuovamente chiamare, a pieno titolo, “umanità”.

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domenica 23 luglio 2017

Scelta e non sentimento

Sinceramente quell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi risulta del tutto indigesto anche a me. So bene che la mia opinione personale non è assolutamente importante, ma sono tantissimi quelli che sono rimasti perplessi e, soprattutto, il gesto mi sembra esplicativo, se non emblematico di come sia cambiata – e fortemente in peggio – la qualità della nostra classe politica.

Pisapia, davanti alle rimostranze di Roberto Speranza, che gli telefona a nome di tanti ex elettori del PD e anche di alcuni che ancora nel PD si sforzano di restare, dice che il suo è stato «Soltanto un gesto di cortesia e di buona educazione». Ora, stante il fatto che si può essere cortesi ed educati anche in molte altre forme diverse, una persona intelligente non può non immaginare che un abbraccio di quel tipo viene inevitabilmente fotografato, pubblicato con rilievo su tutti i giornali e inevitabilmente strumentalizzato a fini politici come simbolo tangibile di un superamento di quei dissensi che sono alla base dell’ultima fase della frantumazione della sinistra.

Certamente Pisapia non è uno sprovveduto e, quindi, questo abbraccio non può che essere stato funzionale al suo primo progetto politico: riunirsi in qualche modo al PD renziano facendo finta di dimenticare che sono stati le politiche e i comportamenti dell’attuale segretario dem a provocare una diaspora ufficiale che una volta sarebbe stata inconcepibile. Questo il messaggio lanciato a Renzi e ai suoi ricordando anche, pur in maniera soffusa, che Pisapia, al pari della Boschi, ha sostenuto esplicitamente il sì al referendum che voleva stravolgere la nostra Costituzione.

Nella cosiddetta Prima Repubblica, pur tra i tantissimi difetti, il significato dei gesti e delle parole restava forte perché gesti e parole sono sempre sostanza. Pensiamo se mai Berlinguer e Almirante avrebbero potuto abbracciarsi per un gesto di cortesia. Quando il segretario del PCI è morto, quello del MSI ha ritenuto suo dovere andare di persona a manifestare il grande e profondo rispetto per l’avversario scomparso. E il popolo comunista ha accolto Almirante con l’altrettanto grande e profondo rispetto dovuto a chi è capace di separare il sentimento dal ragionamento.

E, a questo proposito vorrei soffermarmi per un momento su quell’alzata di ingegno di Massimo Recalcati che sarà anche un bravo psicanalista, ma che sulla politica sembra avere idee piuttosto confuse. Chiedersi, infatti, perché alcuni odiano tanto Renzi e altri lo amano è un’iniziativa del tutto surreale.

Quella dell’odio e dell’amore sono due categorie che non possono, né devono, appartenere al mondo della politica in quanto strumento di una democrazia che si basa, invece – o almeno dovrebbe basarsi – su una scelta ragionata in base ai propri principi. Per Renzi, tanto per entrare direttamente nell’argomento, non nutro sicuramente amore, ma neppure lontanamente odio. Mi limito – ma è già tutto – a disapprovare quasi completamente la sua politica che, nel nome di un fantomatico centrosinistra, è riuscita ad approfondire le differenze di classe – è ottenuto anche di far risorgere questo concetto – che stanno lacerando il nostro Paese.

Credo davvero sia ora di finirla di abbracciarsi e di parlare di odio e di amore. Mi piacerebbe tanto tornare a vedere uomini politici e donne politiche capaci davvero di essere tali e di non farci quasi incredibilmente rimpiangere la serietà e la consapevolezza di buona parte della politica del passato.

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